da Il racconto del Vajont
di Marco Paolini e Gabriele Vacis



(Marco Paolini, Gabriele Vacis, Il racconto del Vajont, Garzanti 1997, pp.7-13)

Quanto pesa un metro cubo d’acqua?
No, no, non preoccuparti di rispondere esattamente. Basta che ci mettiamo d’accordo.
Un metro cubo d’acqua? Mille chili, una tonnellata. Una tonnellata va bene?
Le frane le misurano a metri cubi. Il metro cubo è l’unica cosa che resta fissa, perché poi la densità, e il peso, cambiano. Allora bisogna prendere quest’unità di misura, l’unica cosa abbastanza certa, bisogna prendere i numeri, però poi bisogna metterli vicino alle cose, ai nomi, per vedere se scatta qualcosa.
Un nome: Stava.
Ti dice niente?
Val di Stava, una conca tra Bolzano e Trento. In cima alla Val di Stava, lassù in alto, c’era una diga di terra e dietro c’erano i fanghi, gli scarichi di una miniera Montedison. Dopo che è piovuto un bel po’, il 18 luglio 1985 la diga non ce la fa più: scoppia. Tutto quello che c’è dietro alla diga, 450.000 metri cubi di fango, va giù a spazzare via dalla faccia della terra il paese di Stava e una fetta del paese vicino, Tesero. Duecentosessantotto morti.
Quattrocentocinquantamila metri cubi.
Un altro nome: Valtellina. Stesso mese, luglio. Però del 1987. La frana della Valtellina è più grossa di quella della Val di Stava, è parecchio più grossa, cento volte più grossa: 45 milioni di metri cubi di montagna cascano in fondo alla Valtellina a fare uno schizzo lungo due chilometri che cambia la geografia della valle.
Quarantacinque milioni di metri cubi.
E allora un altro nome: Vajont. Ti dice niente Vajont?
9 ottobre 1963. Dal monte Toc, dietro la diga del Vajont, si staccano tutti insieme 260 milioni di metri cubi di roccia.
Duecentosessanta milioni di metri cubi.
Vuol dire quasi sei volte più della Valtellina.
Vuol dire seicento volte più grande della frana della Val di Stava.
Duecentosessanta milioni di metri cubi di roccia cascano nel lago dietro alla diga e sollevano un’onda di cinquanta milioni di metri cubi. Di questi cinquanta milioni, solo la metà scavalca la diga: solo venticinque milioni di metri cubi d’acqua... Ma è più che sufficiente a spazzare via dalla faccia della terra cinque paesi: Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Faè.
Duemila i morti.
La storia della diga del Vajont, iniziata sette anni prima, si conclude in quattro minuti di apocalisse con l’olocausto di duemila vittime.
Come si fa a capire un fatto come questo?
Capire che peso ha avuto, che peso ha?
Dove va a cadere il peso di certi avvenimenti?
Che pressione fanno sulla morale delle persone,
come incidono sui comportamenti di una comunità,
nelle scelte di un popolo?
Quale clima raddensano in un paese?


1. LONGARONE NON C’E’ PIU’

lo il 10 ottobre andavo in seconda elementare.
Mi sveglio. Mattina sette e mezzo. Mia mamma piange.
Non avrà mica già litigato con mio papà alle sette e mezzo del mattino?
Non era a casa mio papà.
Mi ricordo il giornale radio: "Longarone non c’è più",.
Longarone?
Non avevamo mica parenti noi a Longar.. Aspetta, no, aspetta... Ma certo, ero un bambino ma io Longarone me la ricordavo... Eh sì che me la ricordavo: per me all’epoca Longarone era una stazione sulla ferrovia delle vacanze. Perché noi andavamo in vacanza sempre nello stesso posto e quindi io le stazioni le avevo imparate a memoria.
Andare in su, venir in giù, sempre la stessa strada, le stazioni le sapevo tutte... Guarda, diobono, a scendere le stazioni si chiamavano:
Calalzo di Cadore
Tutun-tutun-tutun...
... poi c’era Sottocastello, che c’è un’altra diga, ma il treno, non fermava nianca...
Tutun-tutun-tutun... poi c’era Perarolo...
Tutun-tutun...Ospitale...
Tutun-tutun...Termine...
Tutun-tutun...Castellavazzo...
Tutun-tutun...Longaroneeeee!

Ecco la valle della sciagura: fango, silenzio, solitudine e capire subito che tutto ciò è definitivo, Più niente da fare o da dire. Cinque paesi, migliaia di persone, ieri c’erano, oggi sono terra e nessuno ha colpa; nessuno poteva prevedere. In tempi atomici si potrebbe dire che questa è una sciagura pulita, gli uomini non ci hanno messo le mani: tutto è stato fatto dalla natura che non è buona e non è cattiva, ma indifferente. E ci vogliono queste sciagure per capirlo!... Non uno di noi moscerini vivo, se davvero la natura si decidesse a muoverci guerra...

Belle parole, potenti... Bellissime!
Eh, non sono mica mie... Queste sono le parole di uno dei giornalisti più importanti della nostra Repubblica: Giorgio Bocca, su "Il Giorno", venerdì 11ottobre 1963.
Mica solo lui. Gli inviati speciali sul luogo della sciagura sono i giornalisti più importanti del paese. Arrivano la notte stessa, quasi mattina, spaventati come formiche sotto la diga, perché non è mica facile anche solo arrivarci, non è facile anche solo capir dove sei... E' solo fango qua... Non sanno neanche più dove mettere i piedi, perché gli tiran sassi, anche, ai giornalisti... "Via de qua! State pestando la mia casa!". "Via coi piedi che gh’è i morti a cavar su... ". E in mezzo a questi signori ce n’è uno di Belluno, e la diga è là, sul confine tra il Veneto e il Friuli, allora per questo signore è diverso... La storia, lui che è di Belluno, la sente più degli altri. E scrive, ispirato, sul suo giornale:

Un sasso è caduto in un bicchiere, l’acqua è uscita sulla tovaglia. Tutto qua. Solo che il sasso era grande come una montagna, il bicchiere alto centinaia di metri, e giù sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi. E non è che si sia rotto il bicchiere; non si può dar della bestia a chi lo ha costruito perché il bicchiere era fatto bene, a regola d’arte, testimonianza della tenacia e del coraggio umani. La diga del Vajont era ed è un capolavoro. Anche dal punto di vista estetico.

Dino Buzzati, è lui lo scrittore, sul "Corriere della Sera", venerdì 11 ottobre 1963.
La diga del Vajont era ed è un capolavoro.
Era ed è?
Come sarebbe "era ed è"?
Sì, per forza! Perché la diga del Vajont non era crollata come pareva al primo momento.
No, figurati! Era là, ben salda. Come ha detto Buzzati.


2 SE VUOI DIVENTAR GRANDE, LEGGI LIBRI

L'estate del 1964 il tratto di ferrovia che passava per Longarone era risistemato. E così noi abbiamo ricominciato ad andare in vacanza sempre nello stesso posto... Fino a diciassette anni, finché non mi sono divincolato dal giogo fatale delle vacanze di famiglia, io sono andato in vacanza sempre nello stesso posto. E allora vai, in treno, col naso incollato sul finestrino...
Tutun-tutun...Perché nel ‘64, noi, la macchina non ce l’avevamo...
Tutun-tutun...E poi vuoi mettere il treno? Il treno è tranquillo, rilassante, lui va e tu ti abbandoni, chiacchieri, leggi, guardi... Il treno non ha pretese di visione totale, non ha certezze assolute...
Tutun-tutun... Il treno ha una visione laterale della vita: se sbagli lato, sei fregato...
Tutun-tutun... Con il naso incollato al finestrino...
"E' questa la valle?
Tutun-tutun...
"E questa la valle?".
"No, ‘spetta..."
Tutun-tutun...
"E' questa la valle?"
,"No, ‘spetta...".
"Ma quando arriva?".
"Longaroneeeee!"
Quando il treno arrivava in stazione, per un minuto la vedevi: la diga bianca in mezzo alle montagne nere. E ti montavan dentro due sentimenti: il sentimento delle mamme e il sentimento dei papà.
Il sentimento delle mamme si chiamava: "Povera Longaron, povera Longaron, povera Longarone". Era un sentimento per fondamenta: fondamenta senza muri che venivano su in mezzo alla ghiaia del Piave che aveva riempito tutta la valle, e a noi bambini avevano spiegato che sotto quei sassi c’erano ancora i morti, perché non li avevano trovati tutti. E allora io avevo questo sentimento disciplinato a nome "Povera Longaron, povera Longaron, povera Longarone".
Però io, bambino, non potevo fare a meno di avere anche un altro sentimento: quello dei papà, per la diga. Perché era rimasta su. E io, bambino, pensavo: "Ma insomma... la montagna è cascata, ma la diga ha tenuto! Il suo dovere l’ha fatto. Se fosse cascata la diga, sarebbe andata peggio, no?". E allora un po’ di consolazione ti resta dentro.
Con questa consolazione qua si diventa grandi. Anche perché poi i maschi... Guardali, a una certa età dello sviluppo, noi maschi, tutti, davanti a una diga, tutti là: impiantati. Come davanti a una portaerei, là! Guardaci, noi maschi, a una certa età dello sviluppo, davanti a una portaerei... Sempre tutti là: impiantati! E non c’entra niente che poi da grande diventi anche pacifista, e magari fai l’obiettore di coscienza. Non c’entra niente. E' che a un certo stadio dello sviluppo, se vedi la portaerei, qualcosa dentro lo senti...
E' che si intuisce che là dentro c’è qualcosa, no?
E cosa c’è?
C’è il segreto del progresso.
E il sentimento dei papà. E da Ulisse che ce lo insegnano: "Vai, piccolo!". Spingersi avanti, imparare, oltre le colonne d’Ercole..."Guarda, guarda l’aereo che decolla...". Man mano che cresci te lo ficcano nel cervello: "Papà, mi porti all’aeroporto?".
Avanzare, conquistare.
"Senti? Senti il rombo? Lo senti cos’è? Questa qui è la Ferrari, lo riconosci?".
E poi: "Vieni, papà, vieni a vedere, c’è Gagarin in televisione!" Juri Gagarin... "Guarda, guarda! L'Apollo 11 che alluna!".
La civiltà, il Lem, e anche E=mc2, e l’atomo... E davvero viviamo in tempi atomici... E Armstrong, Aldrin e Collins... E superare i limiti: scendere sotto i nove e novanta! Il progresso...
Non puoi sfuggire, lo insegnano anche a te, il progresso, così ti vien voglia di progredire, in fretta, di crescere, crescere subito.

E come fai a crescere?
Leggi libri!
Questo mi dicevano sempre: "Vuoi venire grande presto? Leggi libri".
Ogni viaggio in treno un libro: I ragazzi della via Pal. Bello! Letto.
Altro viaggio: Ventimila leghe sotto i mari. Bello! Letto.
Altro viaggio, altro libro. I pirati della Malesia, Le tigri di Mompracem, Sandokan. Bello!
E la perla di Labuan! Bellissima!
Altro libro, altro viaggio. Ivanhoe, due volumi. Due viaggi: andata e ritorno. Si diventa grandi per forza con Ivanhoe!
Dopo arrivano i libri che ti scegli tu, quelli che compri coi tuoi soldi. Il primo: Siddartha. Capivo niente la prima volta, ma bello! E poi Cent’anni di solitudine. Bellissimo. Capivo niente tre volte, ma bello, bello, bello! Un anno, mi ricordo, ho letto anche Porci con le ali: una porcheria! lo non so a cosa serve leggere quella roba là... E' che per diventare grande devi leggere tutto e non puoi saperlo prima se è una porcheria o no.
Un anno, alla stazione di Calalzo, suona la campanella, arriva il treno, finite le vacanze più noiose della mia vita: "Le ultime vacanze in famiglia: giuro!". Solo che dalla noia avevo letto tutti i libri che mi ero portato... "E adesso, per il viaggio di ritorno, come faccio?". Edicola della stazione. Giallo Mondadori: mai piaciuti. Urania: già letto. Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont.
Vajont? Mi interessa? Non c’è altro..." E' in partenza dal primo binario ... ". Dai, dai, compra il libro, parte il treno... Tutuntutun... Leggi il libro... Sulla pelle viva...
Tutun-tutun...Come si costruisce una catastrofe... Tutun-tutun...
Tutun-tutun...Come si costruisce una catastrofe? Ma non hanno costruito una diga?
Tutun-tutun...E la diga non era costruita bene? A regola d’arte?
Tutun-tutun...La diga del Vajont era ed è un capolavoro...
Tutun-tutun...Nessuno ha colpa; nessuno poteva prevedere. In tempi atomici si potrebbe dire che questa è una sciagura pulita, gli uomini non ci hanno messo le mani...
Tutun-tutun... Tutto fatto dalla natura che non è buona e non è cattiva, ma indifferente...
"Longaroneeee!".

© Edizioni Garzanti 1997