Rapine filosofiche
di Pier Aldo Rovatti


Da un collega, anche lui sui cinquanta, ricevo in dono un romanzo bizzarro intitolato La gang del pensiero. Addirittura me lo dedica e scrive che vuole condividere con me questa "risata filosofica". Approfitto per ringraziarlo e giro l'appello ai lettori, nel caso che vogliano condividere il godimento autentico che ne ho ricavato.
Il libro, a firma dello scrittore inglese (ma di famiglia ungherese) Tibor Fischer, è uscito in traduzione italiana qualche tempo fa presso l'editore Garzanti, e mi era sfuggito. Fischer, che ha trentotto anni, non è solo "un nome emergente della letteratura inglese", come recita il risvolto di copertina, ma ha l'aria di essere un personaggio geniale nel suo genere, di un umorismo leggero e tuttavia tagliente e spesso profondo. Possiede una scrittura secca, quasi mai ovvia, e anzi spesso vertiginosa, spaesante. Narra con una tecnica ad incastro di cornici, alimentando riga dopo riga la tensione ironica, ma direi che il suo è un registro soprattutto auto-ironico.
Ho letto d'un fiato La gang del pensiero: di più, ho fatto quel gioco al risparmio che si fa con alcune letture prelibate, rallentando per assaporare meglio e non finire il boccone troppo in fretta. Solo nell'ultima fetta delle quasi quattrocento pagine la curva del mio divertimento ha avuto una piccola discesa.
Poi, insoddisfatto nel mio appetito, sono andato a procurarmi un secondo romanzo di Fischer, pubblicato adesso da Mondadori, e mi sono mangiato pure quello. In realtà è il primo romanzo che Fischer aveva fatto uscire nel 1992 vincendo un premio letterario, titolo inglese Under the Frog, traduzione italiana Sotto il culo della rana per cercare di rendere un modo di dire ungherese che denota una condizione cronica di sorte avversa. Qui non si parla di fantomatiche rapine filosofiche, come nella Gang del pensiero, ma di un pezzo di vita in Ungheria prima e durante i fatti del 1956, prelevato dall'album di famiglia. I genitori di Tibor furono entrambi nazionali di basket all'epoca, e qui a navigare ironicamente nelle nebbie del socialismo reale sono un gruppo di giovanotti legati dai loro successi nella pallacanestro, e naturalmente anche dal loro ritrovarsi infallibilmente "under the Frog". Da cui la mia unica resistenza a farne contraccambio al mio amico e collega cinquantenne...
Chi avesse mai pensato che la filosofia non si presti ad essere oggetto di un trattamento comico, viene smentito una volta per tutte dal Fischer di La gang del pensiero, di cui voglio ricordare anche il sottotitolo che suona "La zetetica e l'arte della rapina in banca" e che riassume la trovata narrativa del romanzo. Eddie Coffin, ricercatore di filosofia a Cambridge, nasce anche lui sotto il segno, per dir così, della rana. Sa di trovarsi molto in basso nella classifica mondiale dei filosofi, ma sa anche di essere tutt'altro che stupido, nel che rientra una provata capacità di stare al mondo se non proprio bene, almeno con intelligenza e gusto. Sa per esempio, che finché c'è un bar nei pressi c'è sempre una soluzione a portata di mano (per qualunque dilemma filosofico. Sta a suo agio in un dialogo platonico, ma può raccontarci cosa ci accade quando ci capita, trovandoci in un dialogo platonico, di essere dalla parte sbagliata. Perciò fa valigia e lascia Cambridge, dove gli pare per tante ragioni di essere diventato scomodo, per trasferirsi a Montpellier come turista-filosofo-avventuriero, a dimenticare la propria identità accademica (poca cosa) ma anche a trasporre una pratica di vita filosofica che lui chiama appunto "zetetica" (la lettera "z" è un curioso, quasi ossessivo motivo del romanzo). Incontra un tipo strambo, Hubert, autentico avventuriero (e, si direbbe, record del mondo di "under the Frog"), digiuno di filosofia, come è ovvio, ma con una grande fame della medesima, il che è già un po' meno ovvio. Assieme si divertiranno a far rapine (o "rape", come le chiamano) in banca: rapine, sempre più impegnative e acrobatiche, dove conterà meno il ricavato che lo stile adoperato per ricavarlo. Hubert è il braccio (al singolare) ed Eddie la mente, e le rapine saranno rapine "filosofiche" per stile, scenario, modello di riferimento, dialogo scelto.
Per capirci con un esempio in dettaglio basterebbe aprire il libro a caso. A me è rimasto in mente, tra i tanti, quello ispirato a Nietzsche. Eccoli, Eddie e Hubert, rapinare una banca entrambi con indosso maschere da Nietzsche.
"Le aveva fatte fare l'amico costumista di Hubert; aveva scelto Nietzsche, suppongo, perché è uno dei pochi filosofi subito riconoscibili ed era anche facile farne una maschera per via del baffo simile a uno spazzolino da cesso. In effetti, nel nostro giro, una delle cose più importanti è proprio farsi riconoscere subito; avere un accessorio rilevante è quasi altrettanto importante della formuletta sintetica. Diogene: la botte; Socrate: la cicuta; Tomaso d'Aquino: l'obesità; Kant: la noia indescrivibile. Si ha talmente tanto poco tempo per attirare l'attenzione della gente. Ecco perché Nietzsche fa subito colpo: ah, sì, è quello con il baffo che sembra uno spazzolino da cesso..." Ma non crediate di cavarvela con qualche risata gratuita. La scrittura di Fischer non è di quelle che fanno dormire o che lasciano una distanza di sicurezza. Tutto all'opposto, è un pungolo continuo, un esercizio di rianimazione per intelligenze assopite. Morale: anche quando fa ridere, la filosofia non smette di far pensare. E, forse, il trovarsi dalla parte sbagliata di un dialogo platonico è un'esperienza davvero pedagogica.

(Questo articolo è apparso originariamente su "Il Piccolo", 8-11-1997)

Altre informazioni sul libro e su Tibor Fischer.