da Luisa e il silenzio
di Claudio Piersanti



(Claudio Piersanti, Luisa e il silenzio, Feltrinelli 1997, pp.57-66)

Li odiava perché la facevano sentire la solita vecchia isterica, li odiava soprattutto per questo. Finché nevicava o gelava la città sarebbe rimasta abbastanza tranquilla, ma bastava una giornata di sole come quella appena trascorsa e i più impazienti ricominciavano a farsí sentire. Per giunta era venerdì sera, l'aveva dimenticato.
Da qualche minuto tre o quattro ragazzi davanti al bar prendevano in giro un certo Mauro, e lui rispondeva con una sorta di muggito che la faceva fremere di rabbia. Forse l'aveva svegliata proprio quel muggito e adesso avrebbe fatto fatica a riaddormentarsi. I rumori e le risate potevano tenerla sveglia per ore. Non erano ragazzi giganteschi e pericolosi come quelli di dieci, quindici anni prima. Visti da soli sembravano bambocci incupiti da un rimprovero, tenevano la faccia bassa come se si vergognassero di esistere. Erano sbarbatelli, o poco più. Animali randagi.
Uomini come suo padre sarebbero scesi in strada e li avrebbero scacciati con la loro sola presenza. Suo padre aveva i polsi grandi e le mani forti come due morse. Le unghie un po' a spatola sempre curate lo facevano sembrare un nobile guerriero d'altri tempi. Neppure in cinque avrebbero osato affrontarlo. Non dovevano essere di più, in quel momento. Soltanto una pattuglia dell'esercito che sarebbe arrivato.
La primavera si stava avvicinando. Non le era mai successo di temerla già in dicembre. Pochi giorni di caldo e sarebbero rispuntati ragazzi e zanzare, il cattivo odore degli insetticidi, le voci delle televisioni, i boati delle motociclette.
Ora parlavano e ridevano in cima alla salita dei garage. Qualcuno si era fermato con la macchina e teneva il motore acceso. Aprivano e sbattevano le portiere di continuo. C'era un po' di vento, forse avevano freddo. Perché allora non andavano a casa?
Luisa pensò di accendere la luce ma ci rinunciò. Nel giro di cinque minuti sarebbe finita davanti alla tivù e si sarebbe depressa. Tanto valeva aspettare il sonno nel suo letto. Il riscaldamento era spento e stava bene sotto il piumone. L'aria fredda le rinfrescava le guance. Anche se non dormiva poteva immaginare qualcosa. Da ragazza era capace di fantasticare per ore e adesso non fantasticava quasi più. Non approfittava della sua libertà. Poteva immaginare e dirsi tutto quello che voleva. Per esempio: le mancava un uomo? Pronunciò dentro di sé la parola "uomo" in un modo che le parve sguaiato, e se ne vergognò. L'uomo era una cosa lucida, un essere meschino con la faccia sempre rivolta al pavimento, un glande color fegato di vitello, teso e lucido, e macchie appiccicose lanciate lontano. Fiocchi di sperma bianchissimo e caldo. Anche i suoi compagni di lavoro erano queste cose. Anche Lorenzo. Chissà che fine aveva fatto. Ormai non si scambiavano più neppure le cartoline delle vacanze ma si emozionava ancora se lo pensava. Elegante, robusto, volitivo, capace di mettere in soggezione anche il vecchio che infatti non lo amava. Lorenzo era stato per tre anni il consulente meglio pagato in azienda: sapeva tutto di leggi internazionali, regolamenti doganali, sistemi bancari, comunità europea. Aveva vissuto cinque anni a Bruxelles. Forse aveva imparato lassù a comportarsi così bene a tavola. Perché era anche lui figlio di un povero cane, che certo non tagliava le bistecche con tutta quella grazia. Aveva cinquantatré anni, due meno di lei, quando si erano conosciuti. E un giorno, durante un pranzo di lavoro, le aveva detto: "Perché non ci sposiamo?". Era già stato sposato una volta, con una belga, ma il matrimonio era durato poco. Purtroppo non ricordava quasi niente delle loro conversazioni. Era meno bello di Bruno, ma più affascinante. Renata lo chiamava Clark Gable. Anche lui sapeva i nomi di tutti gli attori e conosceva molti più film di Renata. La sera si cambiava d'abito e andava al cinema anche da solo. Quando era in città abitava nel residence La perla. "Perché non ci sposiamo?" Forse non diceva proprio sul serio. Che notti insonni le era costata quella domanda. Anzi che notti meravigliose, che sogni, che viaggi infiniti in tutte le città del mondo. L'aveva detto in quel modo spiritoso perché era un uomo intelligente e sapeva che un rifiuto avrebbe guastato tutto. Le lasciava la più completa libertà. Alla fine il pensiero di una nuova vita a due le era parso insensato. E soprattutto faticoso. Gli aveva detto, ma senza che apparisse una risposta, che lei era una donna troppo delusa, gli aveva lasciato immaginare chissà quale disastro con Bruno. Proprio in quei giorni c'era stata la sentenza definitiva di divorzio. Mentre lei parlava Lorenzo l'ascoltava con partecipazione, e ogni tanto diceva "certo", o annuiva con il capo. Non aveva fatto neppure una domanda. Quando era passato in ufficio per salutarla, allo scadere del suo ultimo contratto, l'aveva baciata forte sulle guance, e Renata aveva visto dal corridoio e si era immaginata chissà cosa. La verità era che non lo desiderava sessualmente. Anzi, che non desiderava più nessuno. E se qualche volta sognava ancora di fare l'amore sognava soltanto Bruno. Perché lui la sapeva toccare come se il suo corpo gli appartenesse, e infatti era stato suo, glielo aveva regalato lei. Avevano fatto l'amore migliaia di volte. Di solito prima di cena, o la domenica mattina. Se ci ripensava le tornava quasi la voglia. Adesso le avrebbe fatto bene. Dopo si sarebbe riaddormentata come un bambino tra le sue braccia. Si appartenevano davvero, Dio santo se si appartenevano.
I suoi genitori l'avevano adorata, Bruno l'aveva coperta di baci. Quante cose aveva avuto, che bella vita, tutto sommato lunga e facile, e piena di consolazioni. Gli ultimi raggi di sole ed ecco Lorenzo che le voleva bene. Un bene in sovrabbondanza. Non poteva lamentarsi.
Si addormentò pensando a Lorenzo, ma un rumore la svegliò quasi subito. Nient'altro che uno stupido rumore domestico, pensò. La casa che si assesta, come diceva sua madre.
Ma quell'aria fredda, anzi gelida, da dove veniva? Sembrava fosse caduta una parete del soggiorno, a giudicare dal vento che entrava. Freddo e rumore di carte.
Poi sentì il rumore sordo di un oggetto che si spezzava sul pavimento.
Accese la luce azzurra e proprio in quel momento la porta della cucina, che restava sempre aperta, si chiuse da sola con un rumore rabbioso. Lei si alzò e chiuse la porta della camera. C'è qualcuno, pensò, c'è qualcuno di là! Giunse le mani e si curvò ripetutamente in avanti fino a toccarsi le ginocchia. Non doveva lasciarsi prendere dal panico, doveva reagire. Ma come? Cominciò a vestirsi senza pensare a quello che faceva, e in un attimo si trovò completamente vestita. Poco prima era in pigiama nel suo letto e adesso era pronta per uscire.
Doveva fuggire, non sapeva da cosa ma doveva fuggire, anche se era notte fonda e fuori c'era un freddo che non riusciva neppure a immaginare. Via subito, senza guardare di là. Riaprì la porta, corse nel corridoio, dove afferrò le chiavi il cappotto la borsa, e gettò appena un'occhíata al soggiorno mentre apriva la porta di casa: la bambola era caduta, le tende svolazzavano alte, dalla finestra spalancata entravano il vento e il buio. Non ebbe il coraggio di guardare più a lungo. Chiuse la porta a chiave e attese a debita distanza che si aprisse l'ascensore, che per fortuna si illuminò vuoto. Poi, con l'ansia nel cuore, scese a piano terra. A volte i ragazzi sedevano sul gradino del portone, ma li non li temeva. Temeva di più i vicini di casa, perché era follia uscire con quel tempo e così tardi. Non aveva neppure l'orologio.
Quattro o cinque ragazzi parlavano dentro una vecchia macchina: bevevano birre in lattina e fumavano. Nessuno si accorse di lei che usciva e attraversava la strada. Non la odiavano, o se la odiavano non lo sapevano.
Luisa non se la sentì di camminare lungo il viale: si infilò in un vicolo che portava al vecchio mercato, quasi buio ma al riparo dal vento. Con le mani in tasca e il cappotto ben chiuso non sentiva freddo, e le gambe sembravano felici di liberarsi in quel passo veloce che la scaldava. Andava via ed era felice, scappava da qualcuno che adesso non poteva più raggiungerla, e non aveva più importanza sapere chi fosse. Ragazzi ubriachi. Ladri. Bruno impazzito. O qualcosa di più misterioso che non riusciva a capire.
Le strade erano tranquille, poteva attraversarle anche un bambino. All'altezza del mercato incrociò una macchina delle guardie notturne. Alcune finestre erano illuminate e la piazzetta sembrava allegra, addirittura bella: le casupole verdi con la struttura di ferro battuto, le vecchie luci appese agli angoli delle strade, il vento freddo e leggero che sapeva ancora di neve. Fece due volte il giro della piazza, perché le piaceva e perché non sapeva ancora quale direzione prendere. Alla fine scelse la strada che attraversava il centro e che poi si perdeva sui colli. Non le era mai capitato di vederla deserta. Camminava di buon passo, ma si rese conto che non era quello giusto. Se corri le distanze sembrano infinite e hai paura di non farcela: le grandi distanze si vincono con una marcia metodica non troppo affrettata. A casa non voleva tornare, anche se la paura stava passando e le venivano in mente mille spiegazioni ragionevoli: il vento, una finestra aperta, una corrente d'aria. Cominciò a preoccuparsi per il suo canarino. Per fortuna la gabbia era ben fissata al muro e non doveva essere caduta. Era abituata a pensare soltanto a se stessa e aveva dimenticato il suo animaletto proprio nel momento del pericolo.
Cento metri più avanti una macchina attraversò la strada a gran velocità, e rese più evidente il silenzio che c'era. Mezzanotte, forse l'una, e neanche un passante per strada. Soltanto Luisa, che camminava in direzione dei colli. Pensò che nella borsetta aveva quattro o cinque banconote di grosso taglio e le sembrò prudente nasconderle nel reggiseno: ne lasciò soltanto una nel borsellino, le avevano detto che i rapinatori si irritano se non trovano niente, e diventano violenti. Sua cugina, che era stata derubata due volte, lasciava sempre una banconota ben in vista nell'ingresso, e nascondeva i gioielli in un sacchetto immerso nel detersivo in polvere della lavatrice.
Doveva far sistemare le finestre raggiungibili dal cornicione, e cambiare la serratura, e forse anche la porta di casa. Si accorse che stava pensando a forme di difesa come se avesse paura del mondo intero, e invece era in strada da sola, a due passi dai locali più malfamati della città, e non era per nulla spaventata. Cominciava a percepire i suoni di un locale notturno chiuso varie volte dalla polizia, ma neppure quello le faceva paura e non cambiò strada. Giunta all'altezza del locale vide tre macchine piene di ragazzi davanti alle porte nere del locale. Si fermò un attimo sotto la luce lampeggiante del semaforo, come per sfidarli, e i ragazzi non la degnarono di uno sguardo.
Non aveva paura. Era soltanto triste e non era abituata a esserlo. Riprese a camminare con meno convinzione, pensando che non sapeva più perché stava camminando da sola a quell'ora di notte. Le sgradevoli vibrazioni della musica sparirono presto. Una delle macchine che aveva visto davanti al locale le passò accanto con la radio a tutto volume e si allontanò rombando. Soltanto una guerra poteva sfoltirli, quei ragazzi, non era sempre stato così, in tutte le epoche? Ce ne sono troppi. A suo padre sarebbe dispiaciuto sentirglielo dire, ma suo padre non la conosceva, la stupidità dei ragazzi. Il fastidio che provocano, il senso di disgusto, per non parlare della delusione, che pesa più di tutto. Immaginò la città in armi, gente che buttava benzina dalle finestre o sparava sui ragazzi in motocicletta, immaginò addirittura un notiziario televisivo in cui si davano sorridendo notizie del genere: un'anziana signora ha abbattuto con la sua carabina almeno venti ragazzi che passavano in motocicletta sotto le sue finestre. Un uomo riesce a colpire con i suoi piombini il centro di una pupilla a cento metri. I corpi carbonizzati di ragazze e ragazzi che orinavano davanti a una scuola. E' il nostro vizietto, diceva ammiccando il bel presentatore della trasmissione che si stava inventando. Ragazzi fulminati, infilzati sulle lance dei cancelli, sbranati da cani assassini.
Percorse quasi tutta la via con questi pensieri, cercando di spiegarli al padre, che da vecchio socialista si ribellava e le diceva: questo è il loro modo di soffrire, in fondo non sono cattivi. Lei gli rispose sconsolata: mi fanno schifo, mi fanno tanto schifo. Fino a quel momento non sapeva di provare una sensazione così precisa. Con suo padre doveva ammetterlo: stava cambiando. Si era sempre considerata una donna buona ma adesso cominciava a guastarsi. E' una legge della natura. Lo sanno tutti. Si diventa più aspri, col tempo, più duri. E per fortuna! Anche questo suo padre non poteva saperlo, lui non invecchiava mai. Forse i sentimenti appassiscono insieme alla pelle. Piano piano ci crescono sopra le rughe e le macchie. Una perdita naturale, non doveva farsene una colpa. Al posto dei sentimenti era cresciuta quella strana energia che adesso la faceva camminare senza paura.
Era sbucata dalla grande porta medioevale, il centro era finito. La strada attraversava i viali di circonvallazione spazzati dal vento e saliva verso la collina. I semafori non funzionavano più a quell'ora e le macchine sfrecciavano liberamente nelle due direzioni. Attraversò in fretta e si fermò preoccupata all'inizio della salita che si perdeva nel buio. I vecchi lampioni di ferro che avrebbero dovuto illuminarla bastavano appena a illuminare se stessi. Il freddo si era fatto pungente e sembrava che scendesse dalla collina insieme al vento per intimarle di non salire. Se passi di qua, le disse la sua voce interiore, sarai marchiata come pazza furiosa.
Notti d'inverno notti d'inferno, diceva una filastrocca di sua madre. Ripetendosela attraversò, orgogliosa del suo coraggio, le strisce pedonali che aveva scelto come confine estremo e affrontò la salita. Da lì in poi cosa avrebbe potuto raccontare a una pattuglia della polizia? Cosa avrebbe potuto inventarsi? Si è rotta la macchina, ecco cosa avrebbe detto, e stava cercando un posteggio di taxi o almeno un telefono. Era una donna libera, se aveva voglia di fare una strada in salita doveva poterlo fare liberamente in qualunque ora e senza vergogna. Aveva bisogno di salita. Aveva bisogno di allontanarsi ancora dalla casa e dal suo maledetto telefono, dalle sue finestre spalancate. Ancora duecento, trecento metri, e avrebbe visto i primi alberi della collina: aveva bisogno anche di alberi. Erano bellissimi cipressi che indicavano la strada di un convento dove un tempo abitavano le suore. La madre ci andava ogni tanto a trovare un'amica che si era fatta suora quando erano ragazze.
Quella che stava salendo era la salita dei pellegrini, che nel passato la percorrevano anche in ginocchio per venerare una madonnina custodita dalle suore. Ondate di freddo spazzavano la strada e le facevano chinare il capo, ma lei continuava a salire, passando ogni tanto da un marciapiede all'altro per evitare le lastre di ghiaccio. Sulla sinistra, tra case eleganti mai troppo vicine, cominciava a vedere parte della città, illuminata da una luce che non riscaldava. La riscaldò un po' il ricordo delle verze cotte da sua madre sulla stufa a carbone: ricordò esattamente il profumo e il caldo che diffondevano nello stomaco. Le piaceva in particolare quella parte della verza che ha la stessa consistenza della patata dolce: se la immaginò leggermente dorata dal fuoco vivace, con appena un profumo di pepe e i cristalli di sale non ancora sciolti del tutto. Al mondo non c'era niente di più buono.
I muscoli dei polpacci cominciarono presto a farle male e la costrinsero a rallentare ancora il passo. In quel tratto la strada diventava sopraelevata e per un centinaio di metri si separava dal vecchio tracciato: tre piloni di cemento affondavano in un giardino nero circondato da una siepe brinata. Sul marciapiede di sinistra avevano appena montato una ringhiera nuova, comoda per appoggiarsi e guardare. C'era anche un buon appoggio per i piedi, e lei li lasciò riposare a lungo uno dopo l'altro, mentre guardava con estrema attenzione la parte superiore della stazione centrale, appena restaurata e illuminata come una chiesa. Dalla città non salivano rumori, sentiva i soffi lunghi del vento e soprattutto il suo cuore, che pompava con uno strano disordine e scaldava l'interno del corpo, mentre all'esterno la pelle gelava. Come i cespugli e gli alberi d'inverno.
Non doveva essere fuori a quell'ora, se lo disse stirando con sollievo i muscoli del collo. Adesso che si era sfogata doveva tornare, se saliva ancora non avrebbe avuto la forza di tornare indietro. E doveva sbrigarsi, il freddo si stava facendo insopportabile. Decise di salire ancora un po', voleva toccare almeno un cipresso. Superò la curva e si trovò di fronte al bivio che ricordava bene: a destra iniziava la piccola strada del convento, trasformato da anni in una scuola privata. Quella era la strada dei cipressi. Poteva vederli. Salì a fatica altri cento metri e scelse l'albero a cui appoggiarsi. Da lì la città appariva sterminata, non riusciva neppure a riconoscere il suo quartiere. Appoggiò la nuca alla corteccia e chiuse gli occhi. Immaginò di non tornare mai più a casa, di andare avanti per sempre, di camminare per tutto il tempo che le restava e trasformarsi in barbona, e morire di freddo su una panchina. Se era quello, che voleva, non c'era bisogno di camminare tanto, poteva farlo anche lì. In fondo nel suo destino c'erano soltanto ragazzi fastidiosi sotto le finestre e telefonate senza parole. Si lasciò scivolare sull'erba e riaprì gli occhi. Stavolta si concentrò sul prato che si stendeva ai suoi piedi. Lo illuminava un leggero chiaro di luna, che lo faceva sembrare incantato. Sull'erba erano adagiate grandi macchie di neve gelata, bianche come lenzuola. Non le importava se il cappotto si stava rovinando e la gonna e le calze si sporcavano di terra. Il vento spostava velocemente una grande nube illuminata dalla luna, e la luce aumentava dappertutto, sulla città brillavano anche tre stelle, quasi uguali e alla stessa altezza. Richiuse gli occhi e si addormentò profondamente. La risvegliò il vento, che nel dormiveglia le sembrò la mano di una donna. Aveva voglia di continuare a dormire, ma sapeva che non si sarebbe più svegliata. Per sfida tenne chiuse le palpebre ancora un istante, pronta però a spalancarle di nuovo. Ormai aveva deciso di alzarsi e tornare a casa. La città era bellissima, era bellissimo guardarla con la schiena appoggiata a un vecchio cipresso. Perché mai avrebbe dovuto lasciarsi morire? Cosa le passava per la mente? Qualunque cosa le stesse succedendo procedeva a ondate come le malattie, come il vomito o come la febbre. Povera Luisa che invecchia, si disse mettendosi in piedi, povero cervello che ha paura di tutto. Insieme al vento era calato anche il velo invisibile che trasforma le cose, che ora le apparivano banali.
Tornò verso casa camminando piano, stanca e svuotata. Le uniche parti del corpo ancora sensibili erano i polpacci indolenziti e i piedi torturati dagli scarponcini. Riattraversò come in sogno i viali deserti, e poi la via infinita che portava al vecchio mercato. Pensava soltanto al suo letto, non le importava niente di ladri e ragazzi sbandati. Quando si ritrovò davanti al portone di casa si vergognò di sé e apri in fretta. Il bar era chiuso, in strada non c'era nessuno. Doveva soltanto dormire, avvolgersi in tutte le coperte di lana che aveva e dormire fino a mezzogiorno. Non controllò i danni, non raccolse neppure la bambola rovesciata. La gabbia del canarino era ancora coperta e ben salda al suo chiodo. Chiuse le finestre in cucina e in soggiorno e andò a buttarsi sul letto, togliendo soltanto le scarpe e il cappotto. Trovò appena la forza di alzarsi un'ultima volta per chiudere a chiave la porta della camera. Poi spense la luce e si abbandonò al sonno godendo di ogni centimetro quadrato del suo letto.


© Giangiacomo Feltrinelli Editore 1997