Stava per accadere
di Raul Montanari
 

 
(Raul Montanari, Dio ti sta sognando, pp.32-35, Marcos y Marcos 1998)

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Stava per accadere.
Astrea lo sapeva, non c'era da sbagliarsi stavolta. Stava già accadendo. Le ombre si muovevano, ora l'avrebbero raggiunto. Strinse di nuovo il lenzuolo fra le mani.
Un secco rumore di passi risuonò nel corridoio. Ruotando la testa piano, per non peggiorare le vertigini, si voltò.
Sulla porta della camera si stagliava la figura atletica di un infermiere mai visto prima, che stringeva in mano, all'altezza dei fianchi, le stanghe di una barella.
Era un ragazzo alto e robusto, con i capelli rossi; lanciò ad Astrea un sorriso d'intesa, quindi entrò nella stanza. L'altro capo della barella strisciava sul pavimento con le due estremità libere delle stanghe. Così quello che si fermò davanti agli occhi sbalorditi del commissario fu un piano d'appoggio inclinato, un po' traballante, sopra il quale era sdraiata una figura che andava al di là di qualsiasi immaginazione.
Al primo sguardo era solo un uomo. Sì, un uomo piccolo, mingherlino, avvolto da un lenzuolo umido che gli aderiva al corpo. Ma quello che fece trasalire il commissario e in un attimo sembrò distorcere, deformare senza rimedio le linee e i colori della stanza tutt'intorno a lui fu il fatto che quell'uomo non aveva faccia. La testa dell'apparizione era rotonda, una sfera coperta di pelle livida e biancastra, e non c'erano capelli né occhi né naso né bocca né orecchie, non c'era volto, niente di niente, niente se non un orrore informe e assurdamente geometrico e vivo.
Molte cose spaventose aveva visto il vecchio commissario, ferite slabbrate, squarci, uomini ridotti ad ammassi di sangue e carne violentata, ma nessuno sfregio, nessuna brutalità inflitta alla faccia di un uomo o di una donna era paragonabile a quella liscia e uniforme rotondità, dove ogni traccia umana o animale era stata cancellata per lasciare il posto a un nulla inconcepibile. Quella testa era una palla tonda di carne, osso e pelle, e il colore della pelle era un colore di morte, l'uomo steso sulla barella era una maschera grottesca, un pupazzo vomitato dagli incubi di un creatore folle e infantile, e non poteva essere lui, no, no, pensò il commissario mentre tutto il suo corpo si contraeva in uno spasimo e un suono stridulo lo penetrava dalle orecchie alle viscere già devastate, ma non era un suono, non c'era nessun suono nella stanza - era il rumore della paura, quello, il ronzio acuto dei mondo che si disfaceva e si accartocciava davanti ai suoi occhi. Non era lui, non poteva venire da lui quella cosa... niente di ciò che veniva da lui l'aveva mai spaventato in quel modo, niente si poteva paragonare a questo mostro! Qualcuno doveva averglielo riparato per atterrirlo, un nemico dimenticato da tempo, o piuttosto una intera remota regione di odio e pazzia da cui quella cosa era uscita chissà come.
"Via!" gridò Astrea, ma la sua voce era soffocata dall'angoscia, o forse era una legge terribile di quel sogno che lui non potesse urlare come non poteva muoversi, perciò quello che le orecchie gli restituirono fu solo un soffio in cui le sue parole sembravano perdersi.
"Oh, Cristo, va' via! Va' via!" ripeté.
E l'uomo dovette sentirlo in qualche modo, forse la sua testa era fatta per udire parole non dette e vedere cose invisibili, perché anche se non aveva orecchie si voltò verso di lui e anche se non c'erano occhi a Marco sembrò che ora lo guardasse, attraverso quella pelle morta. Poi l'uomo rovesciò indietro il capo, inarcandosi, e dal corpo e dalla testa uscì come un orribile grido silenzioso. Astrea senti un nodo di nausea salirgli alla gola, ma non riusciva a distogliere lo sguardo da ciò che aveva davanti, mentre Ricardo teneva sempre la faccia tra le mani, inginocchiato a terra.
Allora l'infermiere, che fino a quel momento era rimasto immobile guardando davanti a sé come un cavallo attaccato a un carretto, ripartì deciso e attraversò la camera arrivando alla galleria che si apriva nel muro alla sinistra del letto, nella quale si infilò curvando la schiena, finché lui e l'uomo senza volto non furono scomparsi nel buio.
Non appena l'apparizione ebbe lasciato la stanza, il respiro e il battito del cuore di Astrea cominciarono gradatamente a ritornare normali, quasi senza che lui se ne accorgesse; il sangue intossicato dall'orrore riprese a scorrere, e quella nota lacerante si abbassò fino a ridursi a un sordo ronzio.
Naturalmente, a pensarci bene, anche la galleria era una novità, non ricordava di averla mai notata prima. Non si trattava di una spaccatura nel muro, ma proprio dell'entrata di un tunnel, con una volta ad arco, molto bassa, larga alla base circa un metro. I due erano stati ingoiati dal buio, e Astrea si chiese come poteva fare l'infermiere a orientarsi nell'oscurità. Ma forse non c'era bisogno di orientarsi, là dentro.
Chissà dove portava, si chiese, mentre la paura lo abbandonava come una febbre, e la curiosità e la stanchezza tornavano a lui. Chissà dove si arrivava, passando di lì.
Oh, fuori. In un modo o in un altro. Fuori da quel posto dove gli uomini aspettavano di morire, circondati da occhi stanchi e pietosi e da altri occhi impassibili, da camici bianchi e odore di alcol, e da incubi chimici come quello che lui stava vivendo. Sì, fuori, fuori di lì, anche se in fondo alla galleria potevano esserci altre teste senza faccia in attesa dietro gli angoli bui, in agguato dietro le svolte di un budello di tenebra che lui poteva solo immaginare.
Astrea sospirò. Era passata, comunque. Sapeva che non ci sarebbero più state sorprese. Ora cominciava a sentirsi invadere dal torpore, una tiepida marea montante che prometteva riposo, quiete, e il suo corpo si arrese subito. Gli succedeva sempre, dopo essere stato visitato da quei fantasmi, anche se mai prima d'ora erano venuti per torturarlo. Quella era la sonnolenza di cui aveva parlato il primario, e ancora una volta pensò che arrivava solo dopo le visioni, e allora le visioni non erano sogni, ma cos erano?
Abbassò gli occhi. Vicino a lui, Ricardo era sempre inginocchiato accanto al letto, ma le sue spalle non tremavano più.
Forse dormiva.
Forse sognava quell'uomo...
Tante volte Ricardo era entrato nei sogni di Marco; non poteva darsi che oggi fosse stato Marco a entrare in un sogno suo?
I pensieri cominciavano a confondersi. Il commissario sollevò lo sguardo e fissò il soffitto azzurro, le palpebre ormai pesanti. Poi di nuovo guardò verso il muro, ma la galleria non c'era più.
La sua testa si abbandonò mollemente di lato come quella di un bambino che si addormenta fra l'erba. Gli occhi si chiusero, un filo di saliva scese dall'angolo della bocca e ristagnò in una piega del mento, e allora il sonno sommerse ogni residua visione e arrivò fino a lui dolcemente, venne a prendersi l'uomo senza più ansia, senza più forze, senza dolore, come tante volte era venuto.

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