Il gioco delle scale e dei serpenti
Conversazione con Gita Mehta
di Giovanni Mariotti

 


 
"Com'è complicato governare un paese come la Francia, che consuma più di quattrocento formaggi!". Fra tutte le opinioni di De Gaulle è questa forse la più citata. Ancora più difficile dev'essere governare un paese come l'India, dove si parlano più di quattrocento lingue, diciassette delle quali ufficiali. La diversità degli idiomi, che persuase i costruttori della Torre di Babele a rinunciare alla loro impresa, non ha scoraggiato la classe dirigente indiana; da cinquantun anni - tanti ne sono passati dall'Indipendenza - si persevera nel mantenere unita quella che viene definita "la più popolosa democrazia del mondo". Definizione in fondo esatta, soprattutto se si tiene conto che non esistono paesi ai quali la parola 'democrazia' possa essere applicata senza qualche rossore. A più riprese l'elettore indiano - non il politico, ma l'uomo degli infiniti villaggi, l'elettore "senza nome, senza volto, sempre presente" - ha saputo reagire ai tentativi di esautorarlo dei suo diritti. Più di una volta la Repubblica indiana ha rischiato di trasformarsi in un sistema dinastico; miracolosamente, questo non è accaduto. Ma oggi i problemi sono altri. L'India non è mai stata una realtà tale da acquietare, né per il suo paesaggio umano né per la sua metafisica: nessuno avvertiva il bisogno che diventasse ancora più pertubante: invece da qualche settimana lo è diventata, a causa della Bomba.
Mi sarebbe piaciuto parlare di molte cose, con una scrittrice come Gita Mehta, di passaggio a Milano, dove un suo libro bello e utile sull'India (Il gioco delle scale e dei serpenti, edito da Frassinelli) è stato presentato da Roberto Calasso; purtroppo era fatale che 'Miss Bomba' - chiamiamola così, visto che, secondo lo scrittore Amitav Ghosh, l'entusiasmo e l'orgoglio suscitati in India dai recenti esperimenti nucleari hanno un solo equivalente: i festeggiamenti che seguirono all'elezione dell'indiana Sushmita Sen a Miss Universo 1994 - monopolizzasse la conversazione. Di Gita Mehta avevo letto qualche anno fa un libro delizioso, Karma Cola: uno degli infiniti incontri possibili tra Oriente e Occidente - quello tra la jeunesse dorée indiana immamorata di Yves Saint Laurent o del profumo Arpège e una gioventù occidentale incantata dai tessuti e dagli aromi dell'India tradizionale - dava luogo, in quelle pagine, a un incantevole gioco degli equivoci. Gita Mehta appartiene a una famiglia influente; un suo fratello è ministro nell'attuale governo indiano. Le circostanze della sua nascita, così come le descrive ne Il gioco delle scale e dei serpenti, mostra che il Genio dell'Occidente, attraverso manifestazioni peculiari come la rumba, il tango e il fox trot, non fu estraneo alla sua prima apparizione: sua madre era impegnata in uno di quei balli quando alle tre del mattino, al Roshanara Club di Dehli, avvertì la prime doglie. Oggi Gita Mehta divide equamente il suo tempo tra l'India, New York e Londra; il suo stile di vita è, insomma, cosmopolita; però non indossa più i Saint Laurent, che forse indossava da giovane, ma bellissimi sari; e del resto uno stile di vita cosmopolita può essere a volte la copertura migliore per un forte senso di appartenenza.
E' quest'appartenenza che affiora non appena tocchiamo il tema della Bomba. Certo, le armiatomiche sono orribili, ma la scelta del governo indiano di procedere a esperimenti nucleari appare a Gita Mehta interamente giustificata e condivisibile. La politica estera indiana, dice, ha sempre avuto per obiettivo il disarmo atomico; ma il disarmo atomico non può significare il monopolio delle armi nucleari da parte di un club di cinque nazioni, compresa la Cina, che confina con l'India; e ricorda le minacce del Pakistan, le sue reiterate dichiarazioni di volersi dotare di un arsenale atomico, anzi di possederlo già... Com'è accaduto nei rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica, le armiatomiche funzioneranno da deterrente, e permetterano all'India di realizzare una convivenza pacifica con i paesi vicini: questa è sua la convinzione; è senza dubbio anche la convinzione di gran parte o di tutta la classe dirigente indiana. Andrà davvero così, oppure si tratta di un'illusione da apprendisti stregoni?
Le mie obiezioni non sono certo originali: accenno all'instabilità della zona, alle questioni di confine, alla possibilità che un errore nel gioco politico porti a conseguenze non desiderate da nessuno, allo spettro di una guerra di religione... "Quale guerra di religione?", obietta Gita Mehta; "ci sono più islamici in India che nel Pakistan..." "La coesione dell'India è una sorta di miracolo", dico, "ma potrebbe trattarsi di un miracolo provvisorio. Come qualcuno ha detto, l'India è costituita da molte realtà: il pericolo è che un giorno una di queste realtà decida di essere tutta l'India". Ma i miei timori devono suonare quasi offensivi, a Gita Mehta: "Esiste la presunzione che il cosiddetto Terzo Mondo, avendo ora in mano questi giocattoli, sarà meno responsabile di quanto lo siano, o lo siano stati, il Primo e il Secondo. C'è chi ragiona così: questi poveri barbari, questi primitivi, avendo in mano l'atomica la faranno scoppiare, per sbaglio oppure per una qualche reazione emotiva... per quella sorta di machismo, di 'politica dei muscoli' che è propria di tutti i primitivi."
Come non capire il suo punto di vista? E cosa rispondere? Lei parla con quell'antico risentimento che è un tratto del nazionalismo indù, mentre io la ammiro, avvolta in un'aura di raffinatezza, cultura e agio irraggiungibili... Come la maggioranza dei borghesi e degli intellettuali indiani o pakistani, Gita Mehta nutre la speranza che le armi atomiche portino pace e stabilità in una delle zone più inquiete e pericolose del mondo; come la maggioranza degli occidentali, io non riesco a dimenticare le mie paure... Difficile fare passi avanti. Forse sarebbe il caso di parlare di altro, per esempio di letteratura, ma non ce n'è più il tempo.