da Ghiaccio blu
di Pino Corrias



(Pino Corrias, Ghiaccio blu, Baldini&Castoldi 1997, pp.9-16)

Tutto intorno: ghiaccio blu. La notte prima c'è stata la terza tormenta di neve, qui a Reston, Virginia. Però la mattinata è bellissima: tutti i cristalli dello Sheraton Hotel fiammeggiano di sole e il bioingegnere Victor M. Spitzer, 48 anni, giacca di tweed, e capelli biondi appena lavati, cammina diritto dentro la luce dei corridoi, verso le poltroncine del breakfast e il nostro appuntamento.
Sotto braccio porta una dozzina di fotografie del più perfetto Atlante del corpo umano. Lo ha costruito lui, con una sega circolare, il ghiaccio, tre macchine fotografiche ad alta risoluzione, quindici uomini di staff, il più potente computer della Colorado University, 1,4 milioni di dollari stanziati dalla National Library of Medicine di Washington e un corpo congelato. Il corpo apparteneva a un assassino. L'assassino è stato assassinato.
Si chiamava Joseph Paul Jernigan, 39 anni, altezza 1,87, peso 93 chili, razza bianca. Il suo cuore ha smesso di battere alle 0,31 del 5 agosto 1993, nella camera della morte, la numero 17, del penitenziario Wall Unit di Huntsville, Texas, dopo dodici anni di detenzione, quando il cloruro di potassio gli ha allagato le vene e poi le arterie, raggiungendo il suo cervello terrorizzato.

Victor Spitzer dice: "Eccomi qua. Sono affamato come un lupo". Si è svegliato alle 6,3 0. E' sceso in tuta per il jogging. Ha corso tra i cespugli del parco coperto di neve, guardando fisso le colline al di là delle quali corre l'Interstate 495 per la capitale, Washington D.C., che i notiziari dell'alba danno già per bloccata dalla neve. E' un febbraio tormentato questo del 1996 - il peggiore, da una ventina d'anni - ma l'aria ghiacciata è limpidissima. E Spitzer si gode il tepore dei muscoli che scattano in sincronia perfetta con il respiro e i pensieri. Dimostra meno dei suoi anni. E' alto un metro e ottanta, fisico asciutto, occhi celesti. Qualche volta gioca ancora a football, si concede al massimo un paio di birre dopo cena, non fuma, tra una settimana, dopo un convegno di radiologi a Seattle, andrà a pescare con i suoi vecchi amici del college. E' in forma smagliante e lo sa.

Quarantacinque minuti più tardi si è infilato sotto al getto d'acqua bollente della sua stanza al quattordicesimo piano dell'albergo, moquette salmone, letto a fiori, tavolo nero sopra al quale il suo Macintosh portatile manda bagliori blu. Ha chiamato la moglie Susan per darle il buongiorno e chiedere notizie dei due figli. Appena ha messo giù il telefono ha pensato alla sua grande casa nel sobborgo bianco di Denver, Colorado, a quattro ore d' aereo da qui. Poi ha guardato l'agenda, controllato per la terza volta l'orologio e ha deciso di lasciare un messaggio nella e-mail del suo studio al Dipartirnento di Biologia Cellulare della University of Colorado Health Sciences Center, in modo che la sua segretaria, tra meno di un'ora, possa aggiornare il planning dei suoi spostarnenti.
Questa mattina parteciperà a un briefing con uomini del Pentagono per applicazioni militari dei suoi studi sulle radiazioni e la cosa non lo imbarazza per niente. Dirà:
"Loro finanziano, io faccio il mio lavoro. E' un fatto ", e allargherà le mani che sono quelle di un ragazzo -americano, ottimista, sorridente, seduto al breakfast dello Sheraton Hotel, abituato a concentrarsi su una sola cosa alla volta, ora, per esempio, sulla carta del menù da cui sceglie caffè, uova fritte, bacon, pane tostato e burro. Più il succo di lamponi che è appena arrivato al tavolo, lamponi rosso sangue.

Abbiamo cominciato a parlare senza troppi convenevoli, perché la sua è una cordialità naturale, oltreché misurata in minutaggi professionali.

"Vediamo..." dice dopo essersi scottato le labbra con il caffè bollente che gli ha appena versato il piccolo cameriere messicano. "Uhmm... Se non sbaglio era la mattina del 24 gennaio 1994 quando io e David, il dottor David Whitlock, abbiamo segato in quattro parti il corpo di Joseph Paul Jernigan. Eravamo nella cella frigorifera del laboratorio, ma... Gesù, sudavamo come matti, con i guanti, la tuta, la maschera, perché alla fine avevamo deciso di tagliarlo a mano, usando una sega speciale, di quelle ad arco, io da una parte, David dall'altra... Molto sudati."
Era una lama ad alta precisione, un filo d'acciaio dello spessore di 1,3 millimetri, con seghettatura finissima, tirato a una tensione di 4 mila pounds, cioè un po' più di 1800 chili. Il primo taglio all'altezza dello sterno. Il secondo appena sotto l'inguine. Il terzo alla base della rotula. Suddividerlo avrebbe reso più maneggevole il corpo, dato che sarebbe stato sezionato orizzontalmente e fotografato, dalla testa fino ai piedi, un millimetro alla volta, per quattro mesi.

Spitzer imburra il secondo toast, sorride, appoggia la fetta nel piatto, e allunga le due mani aperte verso il centro del tavolo, come afferrasse un grosso blocco di ghiaccio. Vuole spiegarsi per bene: "I quattro pezzi li abbiamo messi in quattro casse di legno vetrificato e poi ricoperti di gelatina blu. Quindi alla fine avevamo quattro grossi blocchi di ghiaccio blu, ognuno con un pezzo del corpo di Jernigan al centro... Ha presente gli insetti fossili imprigionati nell'ambra? Perfetto. Ognuno di questi blocchi era alto più o meno cinquanta centimetri... Ma non è esatto dire che nei quattro mesi successivi li abbiamo sezionati..."
No?
"No, li abbiamo... uhmm... grated..."
Grattugiati?
"Planed."
Il corpo di Joseph Paul Jernigan è stato piallato?
"Esatto. Tutti e quattro i blocchi. Passava una lama rotante controllata da un computer e asportava un millimetro di ghiaccio e carne oppure ghiaccio e ossa, che si sbriciolavano per terra... Le tre macchine fotografiche, tutte Hasselblad con lenti Rolleiflex e una pellicola ad alta risoluzione, fotografavano, dall'alto verso il basso, il corpo dentro al blocco di ghiaccio. Ripassava la lama togliendo un altro millimetro di roba: nuova foto al blocco. E così via, piallandolo. E lei capisce che sarebbe stato molto più complicato maneggiare un corpo intero, specie quel corpo, il migliore che mi sia capitato..." dice soddisfatto.
Avendolo congelato alla temperatura di 70 gradi sotto zero, ogni punto del corpo di Joseph Paul Jernigan ha assunto l'identica durezza ("Pensi ai denti o al fegato o alle cartilagini o al bulbo oculare... In condizioni normali sono molto diversi tra loro, ovvio, ma quando vengono congelati a una temperatura così bassa, non c'è più nessuna differenza nella loro consistenza, capisce?") Tutto perfettamente omogeneo. Perfettamente compatto: "Pensi ai tendini, sono talmente elastici, talmente robusti, che rischiavamo di vederceli scivolare dentro al ghiaccio, sarebbe bastato uno spostamento di pochi millimetri per rovinare il lavoro... Invece con quella temperatura hanno tenuto".
Spitzer riprende la fetta di toast. Si versa dell'altro caffè, il sole illumina l'acciaio dei coltelli e dei cucchiai qui sulla tavola dello Sheraton Hotel. Il burro si sta sciogliendo (o scongelando), anche se al di là delle grandi vetrate e per alcune centinaia di miglia le case, le colline, le autostrade, sono imprigionate dentro al ghiaccio.
Spiega: "Rendere di consistenza identica le differenti parti del corpo di Jernigan era indispensabile per almeno, due ragioni. La prima è che più un corpo è compatto meno subisce distorsioni durante il passaggio della lama: se io provo a tagliare questo pezzo di pane, più è morbido più si deforma..." Mi fa vedere: preme con il coltello e la mollica si deforma.
Continua: "La seconda è di limitare al massimo le dispersioni di materia... " Affonda il coltello, taglia, e una striscia sottile di mollica si sbriciola. "In effetti ", soffia Spitzer mentre con la lama raccoglie le briciole, ne fa una riga, poi con un colpetto la disperde sulla tovaglia "con i primi tre tagli, quelli che abbiamo fatto a mano io e David, e nonostante tutte le precauzioni, ci siamo persi circa 4 millimetri di corpo... Purtroppo è un fatto."
La cosa ha l'aria di rattristarlo anche adesso che sono passati un paio d'anni e nonostante la soddisfazione con cui si aggiusta i capelli a fine colazione: "Per l'esattezza abbiamo perso tre volte lo spessore della lama... In tutto 3,9 millimetri del signor Jernigan non ci sono più, spariti. Dissolti".

A risarcimento di quei 3,9 millimetri di materia dissolta, il dottor Víctor M. Spitzer ha fabbricato una speciale eternità agli altri 1871 millimetri di carne, ossa, sangue, nervi, muscoli del signor Joseph Paul Jernigan, trasformandoli in una mappa perpetua fatta di luce e numeri. La Mappa dell'Uomo, il Visible Man, il più perfetto Atlante del corpo umano mai avuto a disposizione dai vivi, generatore di infinite realtà virtuali a tre dimensioni. "Né un sogno, né un incubo, ma un fatto", dice Spitzer.
Non un sogno, né un incubo, ma proprio un fatto che da allora persiste dentro al nostro mondo parallelo. E si sta sviluppando a partire da quelle fotografie che poi sono state digitalizzate e trasferite dentro al cyberspazio dei computer, dove la nuova materia non invecchia e non si consuma, non ha peso, né sostanza, è sottratta al tempo umano, è solo Memoria, non ricordo, proprio Memoria di silicio, istantanea quanto lo consentono le molecole computazionali che si riaggregano e si separano come il mercurio liquido sulla lastra perfettamente liscia dei codici numerici. "Sì, se vuole possiamo anche metterla così: il mio progetto non era altro che questo, trasformare il corpo di un maschio perfetto in numeri. Per l'esattezza Joseph Paul Jernigan, oggi, è un aggregato di numeri..."

Quanti? Spitzer guarda il sole e la neve, beve il succo di lamponi, si pulisce con il tovagliolo: "Direi, più o meno: 17 miliardi di numeri".

L'ultima contrazione dei suoi muscoli, che erano potenti e allenati dal body building in cella, si è irrigidita in una morte speciale, inconclusa, sebbene fosse stata programmata per tempo dallo Stato del Texas, eseguita con 70 dollari e 53 centesimi di iniezione letale, dopo una spesa complessiva che ha sfiorato i 2 milioni di dollari per i dodici anni di battaglie legali e detenzione, finalizzate all'assassinio di un assassino.
Di quella morte si sono impadroniti (legalmente impadroniti) i due scienziati Victor M. Spitzer e David Whitlock per trasformarla in un progetto destinato ai vivi (che temono la morte). E se per molti millenni - dalle bende e dalle maschere d'oro degli egizi, ai dolmen dei celti, ai marmi, alle croci, alle iscrizioni, fino alle azalee sfiorite dei nostri cimiteri - gli uomini hanno custodito i morti nel ricordo rendendogli l'omaggio delle religioni e dei sentimenti, mai prima d'ora un corpo, dematerialízzato e ricostruito, era stato inumato al di là degli schermi dei videoterminali.
Dice la Storia dell'Uomo che una società definisce la propria cultura e le proprie coesioni non solamente sui riti della caccia e dei raccolti benedetti (entrambi) dagli dei irritabili comparsi dal cielo e dalle montagne, dalle acque salate o dal fuoco, né solamente (si fonda) sul sangue e sullo sperma dei progenitori e sulla lingua della propria storia, ma anche (e specialmente) sulla custodia dei propri morti.
Così dopo un intero viaggio americano - neve e hamburger consumati a bordo di una Mercury Sable Ls, penitenziari circondati da reti elettrificate, detenuti vivi in attesa della morte, funzionari morti in attesa della vita, scienziati salutisti, notti senza rumori ai bordi degli Stati, o dentro camere d'albergo da 80 dollari, davanti alle pianure bruciate del Texas e alle fredde montagne di cristallo di New York, negli spazi vuoti degli aeroporti o nello specchio nero di un caffè - ho scoperto che la traccia e la verità della speciale morte di Joseph Paul Jernigan, la traccia e la verità della sua speciale vita, è così estesa, così diffusa, così persistente, da raggiungere, collegarsi e manifestarsi dentro qualunque ronzio di computer.
Lui ora sta nell'ovunque planetario di Internet. Non è più vivo, ma non è più nemmeno morto. Il suo corpo è stato eternizzato dai nuovi sacerdoti dell'era digitale. Che lo hanno analizzato, irradiato, ripulito, depilato, congelato, tagliato in quattro parti (perdendone 3,9 millimetri) e poi piallato. Digitalizzato numero per numero. Ricostruito grazie a una mezza dozzina di macchine ad alta tecnologia che gli hanno lavorato intorno, sopra e dentro, ma così velocemente che per partorirlo non hanno impiegato nove mesi, ma meno della metà.
Da questo punto di vista Joseph Paul Jernigan, trasformato in diciassette gigabyte, non è più umano. Ma ha a che fare con gli uomini. Non è inumano, ma ha a che fare con le macchine. Non è un cyborg e non è un fantasma. E' reale e insieme virtuale.

© Baldini&Castoldi 1997