Diario di un viaggio in Africa
di Gianni Celati

(Gianni Celati, Avventure in Africa, Terzo taccuino, pp.51-72, Feltrinelli 1998)


1.

Bandiagara. Stamattina Jean è partito per andare al Centro di Medicina Tradizionale. Il direttore, dott. Diakité, non l'ha ricevuto. Io non ho voglia di rimetter piede in quel posto, dopo che sbarcati dal taxi de brousse e subito presi en charge dai tre ragazzi ci è toccato far due chilometri con zaino in spalla, per poi essere mandati indietro dal guardiano Téodore col cappello da cowboy. Lo stesso guardiano che al telefono diceva che aspettavano due persone, le camere erano pronte, e siccome quelle persone chiaramente non possiamo essere che noi, la cosa è poco chiara... Nell'attimo stesso in cui siamo sbarcati sulla piazza delle corriere a Bandiagara, uno sciame di ragazzini e giovanotti si è incollato a noi, e tre in particolare che parlavano senza mai fermarsi. Uno è Samou giovane intellettuale, l'altro è Abou suonatore dogon, il terzo è Boubou guida turistica diplomata. Girovaghiamo con gli zaini in spalla. Camminare nella sabbia così carichi è fatica, ma intanto quel Boubou insisteva anche a mostrarmi il suo diploma di guida turistica. Jean, che ha sempre bisogno di bere e mangiare, voleva bere una cocacola, non resisteva. I tre ragazzi ci hanno portato al bar, buvette, cioè cortile di sabbia tra quattro muri di banko. Vieni fin qui e vedi che i ragazzi fanno le stesse cose dappertutto, se non possono mettersi in bande tribali e società segrete, stanno in un bar ad ascoltare musica americana a tutto volume. Difficile conversazione per il chiasso. Ma Jean ci tiene agli approcci con l'indigeno e Samou cooperava molto come parlatore entusiasta. Mentre io mi chiedevo dove saremmo andati a dormire, Samou faceva un entusiastico elogio degli scrittori. Poi il discorso è scivolato sulla sua collaborazione con i bianchi come interprete, e sul fatto che il suo nome sta scritto nel libro d'un bianco, non so quale. "Avoir travaillé avec les blancs" è una qualifica a cui tiene molto. Ci terrebbe anche il Boubou che continuava a volermi mostrare il suo diploma di guida turistica, mentre Abou pensa solo alla sua musica, che è di tipo americano con inserzioni di ritmi dogon, a quanto ho capito.


2.

Sera nella casa in campagna. Il cane, il gatto, la predica di Jean perché non mi sono comportato bene con i tre ragazzi dogon: non mi sono presentato come un serio scrittore europeo. Ma io qui sono prima di tutto un fantasma di pelle bianca, sperduto turista, c'è poco da dire. Troppo comodo fare gli scrittori che vanno in paesi esotici con idee molto avanzate, dimenticandosi d'essere bianchi e turisti. Nel buio spiegavo a Jean la faccenda, gli ho citato anche Shakespeare. Fino a Mopti era emozionante, perché si era in una situazione di transito, mentre questo è un posto tutto assegnato.


3.

Storia sentita da Samou. Parlava di quello scrittore dogon a cui in Francia hanno rubato lo spirito ed è diventato matto, perché i francesi erano invidiosi e non sopportavano che lui fosse molto intelligente, dice Samou, dunque gli hanno rubato lo spirito e adesso lui vive a Sévaré e se vede un bianco va in escandescenze. Abou spiegava le condizioni mentali di questo scrittore scherzandoci sopra, lui non è un intellettuale che drammatizza le cose. Ma le questioni di pazzia sono all'ordine del giorno da queste parti. Jean dice che Coppo gli ha raccontato di molti ragazzi che scappano via dalla famiglia, vanno a Bamako a piedi, poi a Bamako fuori dalla famiglia diventano matti, perché nella città gli rubano lo spirito o il pensiero, allora debbono essere portati a casa e curati dai guaritori dogon. Pare che il primo segno di pazzia si manifesti con rabbia e ingiurie contro il padre. In nome del padre diventiamo matti.


4.

Un paio di costruzioni dietro di noi, là davanti un fortilizio che dicono abitato da tedeschi, e poi un grande terreno vago fino alle prime case di Bandiagara, che sono a mezzo chilometro di distanza. La villa in cui siamo (tre cupole tipo trulli come quelle del Centro di Medicina Tradizionale), è la villa del dott. Coppo. L'altro ieri, appena sbarcati a Bandiagara, quei ragazzi subito a chiederci: "Conoscete Piero Coppo?" E Jean ci ha fatto una bella figura dicendo che lo conosceva bene e che venivamo a suo nome. Ma dopo non la smettevano più di parlare di Coppo, il fondatore del Centro di Medicina, che dovrebbe arrivare a Bandiagara tra poco. Tutti sapevano tutto, ma non si capisce niente. Il dott. Diakité, a cui abbiamo mandato fax e lettere, non s'è ancora visto e ci dicono sempre che non c'è. Al nostro arrivo al Centro di Medicina, il guardiano Téodore ci ha spedito a casa di Coppo, dalla parte esattamente opposta della città, senza darci spiegazioni. Stralunati siamo venuti qui, dove Amadou ci ha accolto con la faccia di uno che non sa che pesci pigliare...


5.

Amadou non vuole che io lavi i piatti, non vuole che lavi la biancheria, vuol fare tutto lui, però ha sempre qualche arrière-pensée che lo turba. Bella faccia, un bel vestito verde quasi lussuoso che si rimette ogni sera per tornare a casa, gli occhi intensi ma spesso lamentosi che scappano da tutte le parti... A tavola ci parla delle lingue che conosce. I dialetti dogon sono 48, lui ne conosce 5. E' stato anche in Italia e perciò qui lo chiamano Amadou l'italiano. Gli piace raccontare, è orgoglioso d'essere stato adottato da Coppo. Sorveglia la casa e accudisce al giardino. Il giardino è la sua dimora favorita e lui passa il tempo qui, va a casa da sua moglie soltanto alla sera. Quando è solo si sente il padrone di casa, allora fa dei sonnellini al pomeriggio. Prima di noi è stata qui un'antropologa brasiliana di cui parla spesso. Lui le faceva da interprete. Lei gli spedisce un bollettino antropologico in portoghese che Amadou non capisce di certo, ma che mi mostra come un dono prezioso.


6.

Jean non è ancora riuscito a incontrare il dott. Diakité per parlargli del documentario. Si direbbe che il nostro arrivo gli dia fastidio, dato che ci hanno spedito via senza spiegazioni, mentre la foresteria del Centro è vuota, secondo Amadou. Leggiamo, dormiamo, chiacchieriamo in questo bunker isolato dal mondo. La questione è che da quando siamo a Bandiagara mi si sono sgonfiate le visioni, precisamente dal momento che ho messo piede in quel Centro di Medicina Tradizionale. Centro creato dagli italiani, disegnato da un architetto italiano, ho fiutato subito l'atmosfera del posto. Quel Centro è una USL, che sono venuti a impiantare nella savana.


7.

Nella notte dopo che Amadou è andato a casa restiamo a parlare e fumare nel buio fitto, bevendo questa specie di carcadé che Amadou ci prepara, mentre il concerto dei cani si accende di più sotto le stelle, ed è una gara ad abbaiare dove tutti si eccitano a sentire gli altri. L'abbaiamento collettivo prende un ritmo a strappi, e dopo un lungo ululato si sentono come scoppi di tosse, e il nostro cane di casa vuol raggiungere gli altri che abbaiano con la tosse. Per cui quando andiamo a letto non si riesce a dormire, perché a tratti ricomincia sempre anche lui con quella tosse per contattare gli altri cani. Devo uscire a fargli un urlo, dopo di che smette, ma solo per ricominciare appena ci siamo riaddormentati.


8.

Stamattina con Amadou siamo andati all'ufficio postale, attraversando terreni vaghi fuor di città, per evitare gli assalti dei ragazzini ai nuovi arrivati (idea di Amadou). Nella lunga marcia tra sassi e sterpi sotto il sole cocente, Jean ha detto che voleva mandare un fax. Al che Amadou ha spiegato che in città c'è un medico tedesco che lavora per la cooperazione tedesca, e questo possiede un fax con cui si spende meno. Poi però, giunti nel piccolo ufficio postale ai bordi della savana, davanti all'impiegata di nome Madame Arattara, Jean ha avuto la cattiva idea di mandare il fax di lì, evidentemente perché non aveva ascoltato Amadou che gli parlava del tedesco. Appena abbandonato l'ufficio postale, Amadou ci ha fatto sentire un gran lamento. Questo perché Jean aveva mandato il fax tramite Madame Arattara, invece di mandarlo dal medico tedesco. Ma perché si lamentava tanto? Io credo che Amadou si sia sentito sminuito in quanto uomo di molte relazioni ("J'ai beaucoup de relations"), siccome lui ha lavorato molto come interprete di Coppo, e per questo tutti lo conoscono come Amadou l'italiano, e prima che arrivassimo noi ha lavorato con due antropologi brasiliani con cui mantiene i contatti, ai quali invia non so quali informazioni. Oltre alla relazione col medico tedesco, il quale indubbiamente per lui sta più in alto di Madame Arattara. Che dire? Gli ho dato ragione, contro Jean. Qui tendo a dare ragione a tutti.


9.

Ancora la situazione in cui siamo non si era chiarita, cioè non avevamo capito che Amadou non va inteso soltanto come il cuoco e sorvegliante della casa dove siamo alloggiati. Amadou è un uomo di pubbliche relazioni, oltre che nostra governante ufficiale. Ma credo che lui abbia molte perplessità su cosa ci facciamo in casa di Coppo, visto che: 1) ci hanno mandato quelli del Centro di Medicina Tradizionale, ma lui non ha ricevuto ordini da Coppo, 2) noi non siamo antropologi o psichiatri, il che ci rende incomprensibili, tanto più che non siamo neanche turisti regolari che si godono una vacanza. Le sue premure da governante innervosiscono Jean, che ha avuto una governante da bambino. Invece le sue malinconie verso le sette e mezza di sera, di solito in fine di cena, ci suscitano un certo affetto extra per il nostro Amadou.


10.

La notte comincia verso le sei e mezza, le sette, il cielo diventa biancastro, c'è un silenzio assoluto, e si mangia chiacchierando all'aperto senza zanzare. Verso le otto si cominciano a sentire voci dai quartieri a un chilometro di distanza, con nessuna luce all'orizzonte perché qui non c'è l'elettricità. Si sente il battito a gong della pompa a vento per tirare su l'acqua dal fiume, e voci sparse a sprazzi soprattutto di ragazzine con la ridarella. Poi verso la notte, musica forse di qualche radio o magnetofono, e ancora a poco a poco un crescendo di voci acute femminili che danno il senso della festa, insieme al raglio d'un asino che viene alle nostre spalle. Di qui non vediamo che qualche bagliore di fiamma dalle parti del quartiere più vicino, ma sentiamo un battere di mani e cantare come se facessero una festa, anche se è un giorno qualsiasi. Perché alla fine del giorno la gente si riunisce a parlare, cantare, ridere. Noi non sappiamo niente di queste feste, ci chiediamo dove si svolgono, se nei cortili, per la strada o dove. Solo più tardi sentiamo suoni di televisione, una voce maschile vibrata che fa un discorso. E ancora scoppi di risa infantili, sullo sfondo d'una voce femminile che canta stridula al suono di un flauto. Così ascoltando viene notte, e quando si spengono le voci si sente l'abbaiare dei cani, qualche raglio d'un asino isolato, le lamentazioni d'un gatto in calore. Ma soprattutto nel terreno vago che ci separa dal quartiere, risuonano sempre più i latrati dei cani che si rispondono e uggiolano e fanno lunghi ululati, da una parte all'altra della savana. Intanto il cielo si è completamente pulito, la polvere è caduta a terra, e lo spettacolo delle stelle è molto diverso da quello dei nostri cieli stinti, con fasci di costellazioni che non conosco. Ci vorrebbe una carta del cielo africano per riconoscere gli ammassi simmetrici che brillano lassù, catene di costellazioni che si espandono a oriente, mentre a occidente il cielo è più vuoto.


11.

Poco dopo il nostro arrivo, il vicino del giardino accanto era entrato a salutarci, e in seguito era tornato portandoci il suo bambino. Amadou lo chiamava "mon cousin", però dopo la terza visita ci ha detto che era meglio se non stavamo a parlare con lui e non gli davamo confidenza. "Va bene." Il giorno dopo però il vicino è tornato portandoci un suo amico che vende statuette dogon e parla appena in francese, e oggi questo venditore di statuette si è ripresentato da solo. Non riuscivo a fargli capire che non vogliamo statuette, per cui ho dovuto ricorrere ad Amadou. Subito dopo naturalmente Amadou ha cominciato il suo lamento: che noi non lo ascoltiamo e non capiamo come vanno le cose da queste parti ("Je te l'avais dit, mais tu n'as pas écouté"). Questo rientra nel suo ruolo di esperto indigeno che ci fa notare i nostri errori, perché qui ogni cosa deve cadere in una musica collettiva, dove non si può essere stonati. Ma a forza di badare ai bianchi, direi che anche Amadou si è isolato da quella musica collettiva, e adesso sta con un piede di qua e un piede di là, cioè molto scomodo. L'unica cosa che lo mette in pace è starsene riparato dentro questo giardino, in reclusione, forse contento di aver trovato altri due reclusi che condividono il suo isolamento.


12.

E' arrivato un fax di Thomas Harlan, tramite il medico tedesco amico di Amadou. In questo fax si ingiunge a Jean di verificare tutto quello che serve per girare il documentario: 1) elettricità (che qui non c'è), 2) posti letto per la troupe e il seguito d'una ventina di persone (impossibile qui alloggiare tanta gente), 3) mezzi di trasporto e loro costi (bisognerebbe andare a Mopti per saperlo), 4) prezzi degli alberghi e dei ristoranti (ma quali?). Jean sta li nel suo letto sotto la zanzariera, a rimuginare su tutto questo. Io non so cosa dirgli.


13.

Ieri sera incontro con il nobile del luogo, il giovane Amadou Ouoleghem, rampollo della famiglia dei fondatori di Bandiagara. Il nostro Amadou è discendente dallo stesso ceppo, ma lui povero mentre l'altro sembra ricco secondo i criteri locali. Ed è questo giovane Ouoleghem ad avere tutti i segni cerimoniali della vecchia nobiltà africana, a parte il fatto che fa l'allenatore d'una squadra di calcio. Ci ha ricevuto nel suo bar, o cortile con quattro tavoli coperti da tettoie di paglia, sabbia per terra e panche scomode, completamente vuoto. Là a bere birre da un litro nell'ombra e scambiare complessi discorsi di rappresentanza cerimoniale, conditi da esplicazioni in verità poco ostentate sui suoi possedimenti. Più che altro chiedevo io, curioso di capire da dove venga il suo rango elevato, la sua aristocratica insouciance, mentre lui ogni tanto chiamava il cameriere perché ci portasse altre birre. Ci ripeteva il benvenuto a Bandiagara ogni volta che tornava a sedersi, perché lo chiamavano sempre ad amministrare qualche faccenda, a regolare qualche questione in casa o per strada. Di qui si notava la sua importanza, oltre che nel tratto gentile con cui esprimeva la contentezza di parlare con noi, un po' come se fossimo in visita alla sua corte. Bel portamento, giovane alto e snello in maglietta Lacoste, faccia seria e riservata, sobrio nell'eloquio, ma con sorriso aperto e da adolescente.


14.

C'è un vecchio dogon alla porta del giardino che parla in dogon con Jean. Jean ripete ogni parola e dice che non capisce. Rimangono a guardarsi, nessuno dei due trova la strada della comunicazione. Dopo parliamo di partire per l'altopiano dei villaggi dogon, ma prima bisogna risolvere la faccenda dei soldi che si stanno esaurendo. L'unica speranza è l'arrivo di Coppo, atteso a Bandiagara da un giorno all'altro. Per le strade tutti ci chiedono: "Quando arriva Coppo?" Il suo nome è sulle bocche anche, dei bambini. Il dott. Diakité non ha ancora ricevuto Jean.


15.

Il giovane nobile Ouoleghem ci ha invitato al battesimo della figlia di un suo parente Ouoleghem, dove oggi siamo andati. Un cortile come tutti gli altri, tra i vicoletti, casa di mota che mi sembrava un po' cadente. Ci ha accolto un tale alquanto muscoloso, sorriso sgargiante da latin lover, parlandoci in spagnolo perché aveva sentito che siamo italiani. Questo è il famoso antiquario Antonio, al secolo Ante Temely, della seconda famiglia originaria di Bandiagara. Riunione nel cortile dopo il battesimo, con i maschi a far chiacchiere in attesa del "gros repas de midi", e la musica del registratore francamente fastidiosa. I giovani rapati come i ragazzi del ghetto americano, uno con le trecce da rasta, stavano li svaccati sui panchetti. E finalmente ho fatto la conoscenza col primo griot della mia vita, dopo aver tanto sentito parlare di questi africani cantori di genealogie. Era venuto al battesimo per proclamare il ceppo antico e le discendenze dei nobili Ouoghelem di Bandiagara. Un vecchio secco, testa a palla di biliardo, caffettano bianco, occhietti da iroso, alzava la voce per dire frasi convenzionali sulla nobiltà, i soldi, le donne, solo perché tutti lo ascoltavano con pazienza. Siccome poi quando m'ha detto qualcosa con tono stentoreo io non ho trovato nessuna risposta, e sinceramente mi era anche antipatico per le sue prediche vocianti, dopo parlando con gli altri lui si è messo a deridere i bianchi. Vociava contro tutti quelli che vengono qua e non sanno niente, poi vogliono scrivere libri sulla vita dei Dogon senza saperne niente, e insisteva irosamente sulla nostra ignoranza come farebbe un preside di scuola media. E' chiaro che ci aveva preso per antropologi, e poi è chiaro che voltandoci le spalle vociava in francese perché noi capissimo bene i suoi sarcasmi. Eravamo lì tutti seduti sui panchettini nel cortile, e si sentiva solo la sua voce rancorosa. Vicino a me un tale vestito all'europea, stile da funzionario comunale, se la godeva un mondo ad ascoltare tutti quegli insulti contro i bianchi. Invece i giovani con l'American cut ascoltavano il griot con aria annoiatissima. Il nobile giovane Ouoghelem è venuto a portarci i dolcetti del battesimo, e dirci di aver molto gradito la chiacchierata dell'altra sera, aggiungendo che ci teneva ad avere al più presto un altro "petit bavardage" con noi. Era come se un antico sovrano africano esprimesse il gradimento della nostra presenza, con modi bellissimi, molto cerimoniali, ma anche svagatamente da compagno di collegio. Mi è molto piaciuto, e ho ricambiato gli auguri per un nuovo incontro.


16.

Al mattino ci ritroviamo nella rete dei contratti, delle assegnazioni, che si stringe su di noi dal momento in cui siamo arrivati. Ho in mente la sera in cui Samou ci parlava dello scrittore che sta a Sévaré e non può vedere i bianchi senza dare di matto. Il discorso era caduto su un libro di questo scrittore, e Jean aveva chiesto se qualcuno a Bandiagara ne ha una copia. Da quel momento senza accorgercene siamo entrati in complicate trattative per leggere il libro. Perché appena sentono così, gli altri rispondono: ah, quel libro ti interessa? Bene, te lo cerchiamo noi. E tu entri in una situazione di parola data con tutte le conseguenze. Ossia, è implicito che se Samou si dà da fare per trovare quel libro, ciò va inteso come un lavoro che esige un compenso, per il fatto che i libri a Banagara non sono cose che si trovano facilmente. Questo è anche il senso della sua autopresentazione come uno che "ha lavorato molto con i bianchi" (stesso vanto di Amadou), perché è implicito per lui che cercare quel libro vuol dire entrare nell'esercizio d'una specifica professione chiamata "lavorare con i bianchi". Professione che va dal servizio di interprete per gli antropologi a quello di guida per i turisti, ma di mezzo c'è di tutto, compreso trovare una bicicletta per Jean, portare il bianco al mercato, e forse anche trovargli una donna, chissà. Comunque se qui dici: "Voglio, vorrei, mi piacerebbe", dopo non puoi considerare la cosa che hai detto secondo i tuoi estri di europeo distratto. Attraverso il tam tam in poche ore questo diventa un appello pubblico in tutta la città. Infatti stamattina Samou si è presentato con un tale che avrebbe trovato il libro dello scrittore di Sévaré e sarebbe disposto a farne una fotocopia per noi. Ma la trattativa è difficile perché non si riesce a stabilire quanto potrebbe costare la fotocopia di un libro a Bandiagara. Amadou, da materna governante, ci consiglia di riflettere bene, perché dopo dovremo pagare qualcosa per il lavoro di aver trovato il libro, etc.


17.

Stasera Amadou ci ha fatto uno spettacolo eccezionale, recitando storie da teatro africano, casi di adulterio e di vendetta magica, donne sedotte, cacciatori della savana, mariti vendicatori, questioni di parentele, omicidi terribili. Non ci abbiamo capito niente, ma lui è un vero attore. E' spuntata l'idea di lasciar perdere il documentario sul Centro di Medicina e invece pensare a un documentario così fatto: invitare qui dei narratori nostrani che raccontino storie magiche e fantastiche, assieme a narratori locali come Amadou, e fare una festa di racconti nella savana, tra ricche tavolate e grandi fuochi. Idee pazze, da reclusi. Però il punto è questo: Amadou ci tiene qui reclusi con le sue arti da incantatore, perché ogni momento ne inventa una, e con lui non ci si annoia mai, nel bene e nel male. Anche se Jean non sopporta il suo ruolo di governante.


18.

Altra sorpresa del nostro Amadou, che ogni tanto si lancia a raccontarci storie da teatro africano, o chissà cosa sono. Ad esempio: storia d'un cacciatore che mentre è a caccia riesce ad accorgersi con i suoi poteri magici che la moglie lo sta tradendo, allora vola in ispirito a casa e ammazza il rivale. L'idea venuta a Jean, di registrare queste storie, considerando anche che Amadou ama la birra, ha avuto un esito imprevisto. Dopo cena siamo andati a bere birra nella buvette del nobile Ouoleghem, sempre vuota, dove il nostro Amadou ne ha bevuto subito un litro senza fermarsi. Ma quando gli abbiamo chiesto di raccontarci qualche storia, improvvisamente si è impettito, rispondendo che di certe cose non si parla in pubblico. Ci ha fatto sentire come barbari che non capiscono le buone costumanze africane, e ci siamo quasi vergognati. Poi ci ho ripensato, e nel buio ho visto il profilo d'un altro Amadou... Nelle nostre chiacchierate in casa, lui si lascia andare a risate, malinconie, confessioni sulla vita matrimoniale, lamenti sulla sua povertà, oltre a racconti dove probabilmente si inventa tutto. Le storie di teatro africano che ci racconta, lo credo che le inventi li per li, come si inventa molte altre cose tanto per parlare. Ad esempio quando gli abbiamo chiesto il numero di abitanti di Bandiagara ha risposto con la prima cifra che gli veniva in bocca, uno svarione impressionante. Con noi dice sempre la prima cosa che gli viene in bocca, ed è contento così, per cui si parla molto piacevolmente. Ma in pubblico c'è un diverso Amadou, come si è potuto notare al battesimo del parente Ouoleghem. In pubblico lui assume un'aria distante, diventa "Amadou l'italien", il braccio destro di Coppo, l'uomo serio e riservato, che non si mescola con i suoi conterranei. E non si farebbe mai cogliere in una buvette, mentre smercia le sue invenzioni fantasiose a due bianchi che non sono neanche antropologi. Persona stupefacente, di umanità multipla, ribaltabile, io lo ascolterei sempre questo incantatore.


19.

Bandiagara mi attira molto, però siamo incastrati in questo bunker, contornati dal muro del giardino che ci tiene al riparo, separati dalla città con mezzo chilometro di vuoto. Il dott. Diakité non ha ancora ricevuto Jean, che si è sgonfiato alquanto nei suoi ardori cinematografici. L'idea del documentario sul Centro di Medicina Tradizionale sta andando a monte. Io mi dimentico tutto scrivendo le mie note di viaggio. Quanto tempo è che siamo qui? Mi sembra una vita, nel nostro comodo bunker coloniale.


20.

Da anni antropologi e psichiatri vengono a studiare i metodi dei guaritori dogon nel Centro di Medicina Tradizionale di Bandiagara. Costruito dalla cooperazione italiana col Mali, su progetto (credo) di Piero Coppo che ha abitato a Bandiagara per più di dieci anni, questo Centro ha ormai una fama nel mondo. Adesso io penso che gli italiani abbiano soltanto esportato la loro idea di Unità Sanitaria Locale, con la variante dei metodi dogon da mettere in pratica ufficialmente. Il Centro è una serie di cupole semisferiche in mattoni, dicono ispirate a uno stile locale. Perciò le chiamano "architettura non intrusiva", mi spiega Jean. Ma queste rotondità mi fanno pensare a un indiscriminato esotismo africano, calato nella dura realtà del mattone industriale di massa. Insomma, una vera USL da savana... Nel Centro c'è un direttore (dott. Diakité) e due dottori: uno si dedica alla medicina generale, l'altro alle cure psichiatriche. Ogni volta che ci sono andato il Centro era completamente vuoto, a parte la signora addetta al computer (che poi è risultata moglie del dott. Diakité), e Téodore il guardiano col cappello da cowboy, e l'autista che dormicchiava. I pazienti non sono ricoverati, dunque vengono a prendere le medicine o fare le cure, poi vanno a casa. Strano però che l'animazione della vita africana, i ritmi secondo le ore del giorno, proprio qui non si vedano per niente. Sembrano aboliti. E' il posto più morto che abbiamo visitato, dove si fiuta aria pesante di malattia burocratizzata, come se avessero imposto anche ai malati le mortificazioni del cartellino timbrato. Che poi abbiano accumulato nell'archivio una quantità di interviste e documentazioni sui guaritori dogon, sarà cosa utile a studiosi, antropologi, psichiatri. Ma è anche il massimo exploit dell'astrattezza statale: "fare della cultura", creando posti senza allegria come gli uffici delle imposte, persino nella savana.


21.

Al mattino Amadou aspetta sulla sedia che ci svegliamo. Dice sempre che aspetta dalle sei, che si è alzato alle cinque per andar a comprare il pane, e questo lo mette nella luce del povero negro al servizio dei bianchi. E’ una parte che gli piace interpretare, intanto che ci fa da governante. L'altra parte che gli piace è quella dell'uomo di pubbliche relazioni: sapute le nostre difficoltà finanziarie, dice che andremo con lui a Mopti e accetteranno le nostre carte di credito, perché nelle banche lo conoscono bene ("J'ai beaucoup de relations, on me connait partout"). Infine gli piace fare l'amministratore, con il libro dei conti che tiene nella dispensa, e alla sera dopo cena si mette a conteggiare ad alta voce le spese che bisogna fare l'indomani. Noi non ci capiamo niente, ma lui scrive dei numeri, poi la recita è finita e va a casa. E' come un attore che non riesce a stare dentro un ruolo, perché ha bisogno di interpretarne tanti, sempre con calore e convinzione. Gli antropologi non tengono mai conto di queste recite, né del fatto che tutti recitiamo per far finta d'essere noi stessi. Loro eliminano subito questo teatro degli incontri, che produce emozioni, simpatie e antipatie, oltre a una gran quantità di racconti fantasiosi. Prendono tutto come informazione, dato di fatto, spiegazione concettuale. Così la mimica interpretativa, molto umana, che è la grande capacità di Amadou, diventa una specie di option folkloristica dell'informatore indigeno... D'altra parte Amadou ci tiene molto ai suoi antropologi, ama senza riserve i bianchi con cui ha lavorato, perché gli hanno cambiato la vita. Ne parla illuminandosi negli occhi, conscio dei propri meriti, sull'attenti: "Amadou l'italien, guide interprète, bandiagarois cent pour cent!


22.

Mattina nel giardino. Uccelli con coda lunga e un grido stridulo, che sembra una sfottitura di chi lo ascolta. Amadou in canottiera si pulisce i denti col bastoncino di legno, di un albero chiamato nime, e fa lo stesso discorso che una volta ho sentito in piazza da un nostro ciarlatano, il quale proclamava che a pulirsi i denti con lo spazzolino si rovina lo smalto e dunque bisogna adottare il bastoncino come gli africani. La colazione è pronta... Prima di uscire, Jean vuol fare una foto ad Amadou nella sua bella tunica verde. Subito Amadou abbassa le sopracciglia, mettendosi in posa come se scrutasse una cosa interessantissima, da persona che vede e capisce la serietà d'una situazione. Ma appena Jean ha fatto clic, cambia completamente faccia, mostrando quel suo sorriso da ragazzo in gita, che ama la birra e le patate. Sono sempre colpito dal trasformismo della sua faccia, e direi che a forza di stare con i bianchi Amadou è diventato un grande attore. Un bravissimo mediatore tra modi diversi di vivere, per il suo gusto della recita teatrale. Non credo di mancargli di rispetto in queste note, ma suppongo che i bianchi lo trovino un po' ruffiano e siano contenti di lui.


23.

Con tutta questa organizzazione degli orari dei pasti, dei conti delle spese, delle uscite a far compere, che Amadou amministra come un orologio, va a finire che il centro della nostra vita è qui e non ho ancora visto Bandiagara come vorrei. La attraversiamo sempre di corsa. Non so neanche quanto è grande, e non so distinguere i suoi abitanti, Dogon, Toucouleur, etc... Una strada centrale molto larga, tutta di sabbia, casette di mattoni a secco sui lati, tutte con un cortile. Poi la villetta in stile moderno del medico tedesco, e i negozietti che in mancanza d'altre scritte espongono il vistoso cartello delle Marlboro. Dopo il grande incrocio dove c'è la piazza delle corriere, sui lati ci si perde in strettissime stradine zigzaganti, col fondo a cunetta di sabbia. Qui ci sono case più vecchie fatte di banko che cade a pezzi, dove oggi Amadou mi ha portato. Mi attira soprattutto la vita nei cortili: una porta bassa, arco di creta e paglia, che dà in uno spazio quadrato con tre o quattro case d'abitazione, dove si vedono spesso delle capre legate, un cane che gironzola, lenzuola stese, bambini in libertà. Qualcuno arriva in motorino, una bambina setaccia non so cosa, una donna batte il fonio. Tutti questi andamenti quotidiani nei cortili sono come tempo sospeso, e i bei colori dei vestiti sono un'aureola della vita di pura sussistenza.


24.

Oggi Amadou mi ha indicato la porta di un guaritore dogon che cura i matti, ma diceva che è più matto lui di quelli che cura. Io ho detto che succede così anche con i nostri psichiatri, e gli ho chiesto di farmelo conoscere. Ma lui scappava via senza volermi ascoltare, ribadendo il suo giudizio tecnico su quel guaritore ("Il est fou, il est fou"). Sospetto anche che a forza di bazzicare psichiatri Amadou si ritenga in grado di pronunciare diagnosi sulle condizioni mentali del suo prossimo... Ma oggi mi aveva irritato con la sua ansia di tornare a casa e stare isolato dalla gente, sempre chiuso in quel giardino come in servizio permanente. Per fortuna dopo ha fatto una deviazione per portarmi a vedere come si fa la birra di miglio, e siamo passati dal cortile di quella signora che viene dalla Costa d'Avorio. Questa stava cuocendo il miglio nel pentolone, ma vestita come se andasse a una festa, e parla in un magnifico francese, con frasi lente, straordinaria compostezza, gesti senza mosse di ripiego, volto senza nessuna diffidenza. Io non mi sarei mai stancato di guardarla, le avrei anche fatto la corte soltanto per star a chiacchierare con lei in quel cortile. Ma Amadou aveva fretta, lei ci ha invitato a tornare quando la birra era pronta.


25.

E se mi fermassi ad abitare a Bandiagara? Idea che m'è venuta stanotte. Ogni mattina farei un giro salutando la gente che ormai conosco, o anche quelli che non conosco, per vedere i colori che spiccano con la luce radente. Ad esempio la luce nei cortili, le ombre nei negozietti, il rosso della pubblicità delle Marlboro, la facciata del palazzo del governo con la creta che al mattino schiarisce fino a diventare quasi rosa. Poi un giro al pomeriggio, verso le quattro, quando tutti stanno al riparo delle ombre lunghe, le conversazioni per strada scarseggiano, la sabbia è arroventata, non vanno in giro neanche i cani, ma si sta bene nelle stradine laterali, magari nella fresca buvette, tra muri di banko e angoli tortuosi, dove tutti ti salutano volentieri. Poi la sera è irresistibile, cominciando dalle sei e mezza, con grande passeggio e mescolanza di tipi sulla strada centrale. I più anziani stanno sui lati a guardare, mentre i giovanotti vanno a bande in esplorazione, e compaiono strani personaggi della brousse (come quel tipo di ieri con vestito di cuoio, bandoliera a tracolla, capelli lunghi, occhi da matto, che sembrava Robinson Crusoe). Dopo quest'ora c'è una lenta mutazione dei ritmi, delle andature, dei modi di parlare, dove tutta la vivacità sembra spegnersi, ma non è vero. Ricomincia in altre chiavi verso le otto, verso le nove, verso le dieci...


26.

Dopo la camminata all'ufficio postale (senza Jean che è tornato in cerca del dott. Diakité), siamo passati dal mercato settimanale. Meraviglia da guardare per ore, ma Amadou ha sempre fretta di tornare a casa... Andando all'ufficio postale incontriamo il marabout, che è esattamente come un parroco da noi. Indaffarato sul motorino distribuisce parole consolanti in fretta ("Courage..."), poi parte via come i nostri preti. Nell'ufficio postale il capufficio è identico ai nostri impiegati delle poste, cioè confusionato nella testa ma che deve far valere la sua posizione. Abbiamo avuto un diverbio sulla mia telefonata, perché avevo messo giù il telefono senza avvertirlo (era caduta la linea), e lui ha assunto l'inconfondibile tono funzionariesco-pedagogico dei nostri personaggi statali. Invece nell'ufficio della cooperazione tedesca, quel giovane dirigente maliano così delicato era come un mio compagno di liceo. Diceva che ha fatto l'Ecole Normale Supérieure, ha studiato letteratura ma non sa con chi parlarne, allora vorrebbe che ci incontrassimo, come una specie di rimpatriata scolastica. Più resto qui, più mi sembra di vedere dappertutto ruoli che conosco, comportamenti che mi ricordano qualcosa. E' come se tutti i segreti degli uomini fossero esposti là fuori, nel funzionamento generale alla luce del giorno, nelle recite che ognuno deve fare per essere quello che è. Per cui alla fine si potrebbe dire semplicemente: "Così è la vita". Adesso mi torna in mente il mercato settimanale che ho visto oggi: festa delle cose più usuali del mondo, tra donne che espongono i loro mucchietti d'aranci, venditori di stoffe che ti richiamano, signore che fanno la spesa nei vestiti migliori, chiacchiere, tamburi, noci di cola e copertoni.


27.

Prima di cena ho assistito allo sgozzamento del pollo. Amadou recitava un versetto del Corano per evitare che lo spirito del pollo produca effetti maligni. Gli piace dare queste spiegazioni, ma poi. beve volentieri la birra perché dice che è un "mussulmano civilizzato"... Noi tre chiusi nel bunker per bianchi, tutto il resto sembra un suono all'orizzonte, voci di scolari nella scuola pubblica portate dal vento. Jean non sa più cosa fare o pensare per il suo documentario. Io scrivo o leggo, questo mi basta. Amadou deve trascrivere una cassetta di interviste per l'antropologa brasiliana, che fa la sua tesi di dottorato sui Dogon. Di notte vento fortissimo, difficile dormire sotto la zanzariera con gli spifferi.


28.

Si è sparsa la voce che vogliamo andare sull'altopiano dei villaggi dogon e stasera è venuto un giovanotto a offrirsi come guida, in realtà chiamato da Amadou che è suo parente. La cosa interessante è che questo Boubacar Ouoleghem è citato nella guida mondiale Lonely Planet, e sorprende ritrovare una celebrità a cena con noi al lume di candela. Lui dichiara subito che è la guida più cara di tutti, e ci mettiamo a tavola con questo annuncio. Ha venticinque anni, sobrio e distaccato, anche colto (abbiamo parlato del libro di Marcel Griaule), non ci dà molta confidenza. Gli ho chiesto cosa vuol fare in futuro, dato che è già così famoso. Dice che vorrebbe metter su un'agenzia di viaggi, organizzare viaggi in piroga tra Gao e Mopti e Tombouctou, ma dice anche che non vuole fantasticare troppo. Soltanto non intende lavorare per agenzie turistiche padronali, perché con loro non c'è differenza tra una guida e l'altra, tutte alla fine si equivalgono per badare ai toubabs. Mentre lui è diverso dagli altri, ecco il succo del suo discorso. Tipo sicuro di sé, meglio così. (Di solito la gente con incertezze su di sé diventa pesante da sopportare in viaggio.)


29.

Si aspetta l'arrivo del dott. Coppo che dovrebbe risolvere i nostri problemi finanziari e altri, si spera. Dovremmo partire sull'altopiano dei Dogon domenica mattina, con dei turisti belgi, secondo i piani della nostra guida Boubacar. Più che dalla marcia attraverso i villaggi, io sono incuriosito dai turisti belgi. Rileggo il libro di Griaule, e mi perdo nelle spiegazioni su questa immensa cosmologia dei Dogon, che fa discendere tutto dalle stelle, come se noi invece vivessimo alla cieca sotto il cielo, poveri smemorati pieni di informazioni, chiusi nell'orizzonte degli eventi...


30.

Tra i casi esemplari di turismo africano, bisognerebbe annotare quelli che riguardano studiosi, psichiatri, funzionari delle cooperazioni europee, e tutta una frangia di individui bianchi che arrivano qui, prendono su qualcosa, fanno buoni guadagni e tornano a casa. Comunque un caso esemplare è quello dello psichiatra parigino venuto qui a studiare i metodi dei guaritori dogon, il quale adesso a Parigi cura le malattie mentali con la magia dogon, ha un grande successo mondano, per giunta ha scritto un romanzo poliziesco di mistero dogon ambientato a Parigi, roba da vergognarsi per l'eternità, ma adesso ci fanno anche un film.


31.

Amadou ha detto che Coppo arriva oggi. Molto sulle spine, ha fatto i conti di tutte le cose che dobbiamo comprare per preparargli un bel pranzo. Mattinata così, Jean è andato con Amadou a fare le spese... Ieri sera a spasso al tramonto, una donna seduta per strada mi ha salutato in un francese così stentato che non capivo. Mi sono avvicinato e lei ha parlato in inglese, viene dalla Nigeria. Sembrava consolata di scambiare quattro parole, anche se non ci capivamo molto. Eravamo due stranieri in mezzo a una strada, senza un posto dove metterci a chiacchierare, in realtà senza niente da dirci. Ma tutto lento, molto a rilento, con un'inerzia da mezzi addormentati mentre aspettavamo che ci venisse una parola fuori di bocca. Sentivo il sapore della vita d'ogni giorno, che non va da nessuna parte, e sta sospesa come una nuvola sopra un burrone. Per questo i viaggi ti ubriacano subito, si diventa assuefatti all'eccitazione degli spostamenti, allora sembra che la vita debba andare da qualche parte... Sulla porta del giardino c'è un tizio con asciugamano giallo in testa, che vuole vendermi noci di cola.

© Feltrinelli 1998