Borges: la letteratura dappertutto


"Ci fu un periodo in cui quasi tutte le case editrici, piccole e grandi, vollero decorare il loro catalogo con un'opera di Borges", scrive Giovanni Mariotti (Corriere della Sera, 8.11.1997). "Una sola casa editrice non partecipò a quella spigolatura, anche se nel suo catalogo c'era per Borges 'un luogo predisposto sin dall'inizio, come disegnato in negativo, come presupposto da tutto il resto' (sono parole di Roberto Calasso, che la dirige); sto parlando naturalmente dell'Adelphi."

"Folgorante avvio di una nuova edizione dell'opera completa di Borges, escono presso Adelphi la Storia dell'eternità, nella traduzione di Gianni Guadalupi e la Storia universale dell'infamia nella traduzione di Vittoria Martinetto", annuncia Luciana Stegagno Picchio in apertura del suo bell'articolo. (la Repubblica, 5.11.1997)

L'inizio della pubblicazione di tutta l'opera di Borges fa notizia ed è accolta con entusiasmo dai suoi numerosi estimatori. Tra le segnalazioni delle delizie contenute nei primi due volumi adelphiani riproponiamo quella di Stegagno Picchio del "veloce e geniale studio sulla metafora" contenuto nella Storia dell'eternità.

A testimonianza dell'amore per Borges ecco quello che scrive Mariotti nell'articolo citato sopra: "...non riesco a ricostruire come lo scoprii, all'inizio degli Anni Cinquanta, nella città di provincia dove vivevo; ma so che prima dei vent'anni avevo letto Finzioni, L'Aleph, e altro ancora; se non li avessi letti (e letti a quell'atà) avrei avuto con l'universo delle pagine scritte - o, se si vuole, delle combinazioni alfabetiche - un rapporto diverso da quello che mi ha poi accompagnato per il resto della vita. Un mondo che mi appare fluido e circolare, mi apparirebbe invece parcellizzato, suddiviso in blocchi, tatuato da frontiere precise. Che sorpresa fu, allora, leggere libri in cui la letteratura era dappertutto..."

La Storia universale dell'infamia è la prima opera narrativa del Borges di Adelphi, e L'atroce redentore Lazarus Morell è la prima storia del libro, e da sola un buon motivo per comprarselo.

L'infame Lazarus Morell era una "impareggiabile canaglia" che alla testa di una banda di malfattori favoriva la fuga di schiavi negri che rivendeva a nuovi proprietari, "oziosi e avidi gentiluomini dalla lunga chioma, che abitavano grandi dimore affacciate sul fiume - tutte con un porticato pseudogreco di pino bianco".
Lazarus Morell, sembra suggerire Borges, ha una debole esistenza propria. La storia si apre con la "causa" della sua infamia: l'impeto filantropico di padre Bartolomé de Las Casas, il quale nel 1517 "provò grande compassione per gli indiani che si sfinivano nei laboriosi inferni delle miniere d'oro delle Antille, e propose all'imperatore Carlo V l'importazione di negri che si sfinissero nei laboriosi inferni delle miniere d'oro delle Antille". Lazarus Morell non è altro che uno degli "infiniti eventi" seguiti a questo curioso antefatto.
Il secondo quadro della storia è dedicato al Mississippi: "E' un fiume dalle acque mulatte; oltre quattrocento milioni di tonnellate di fango insultano annualmente il Golfo del Messico, in cui si riversano. Tanta immondizia venerabile e antica ha formato un delta, dove i giganteschi cipressi dei pantani si nutrono delle spoglie di un continente in perpetua dissoluzione e dove labirinti di fango, di pesci morti e di giunchi dilatano le frontiere e la pace del suo fetido impero." Dal Mississippi Morell neppure affiora, il fiume è solo il teatro delle sue nefandezze.
Alla fine del terzo quadro, dedicato agli uomini, ecco come Morell emerge: "Nei poderi abbandonati, nei sobborghi, nei canneti folti e nelle fangaie abiette vivevano i poor whites, la feccia bianca. Erano pescatori, cacciatori vagabondi, banditi. Mendicavano dai negri avanzi di cibo rubato, e nella loro degradazione conservavano un orgoglio: quello del sangue senza fuliggine, senza mescolanza. Lazarus Morell fu uno di questi."
Questo lungo approssimarsi a un personaggio infame sì, ma protagonista della propria storia non più di Bartolomé de Las Casas che ne è la "causa", del Mississippi che ne è il "degno teatro", dei poor whites di cui è "uno", è davvero ammirevole.

Nel Prologo all'edizione del 1954 della Storia universale dell'infamia, Borges ha scritto che patiboli e pirati affollano il libro, "e la parola infamia dirompe dal titolo, ma sotto il clamore non c'è nulla. E' solo apparenza, una superficie di immagini..." Poche righe prima riferiva come i dottori del Grande Veicolo insegnino "che la proprietà essenziale dell'universo è la vacuità".

(sd)