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Sulle tracce di Artù a cura di Carlo Formenti Pagina 2 |
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Visto che siamo partiti dai nomi, continuiamo su questa linea consultando la voce Artù della documentatissima "Encyclopaedia of the Celts". Apprendiamo così che le sue origini potrebbero essere sia romane (è provata l'esistenza d'una gens chiamata Artorius), sia celtiche (artor viros, o arth gwyr in antico gallese, entrambi col significato di "uomo orso"). Apprendiamo inoltre che il primo testo scritto in cui viene fatta menzione di Re Artù è il "Gododdin" di Anerein, anche se si tratta d'una fonte controversa, in quanto si sospetta che il riferimento sia frutto d'interpolazioni successive alla stesura originale (del sesto secolo). Più attendibile sembra la citazione nella "Historia Brittonum" di Nennio (inizio del nono secolo), dove Artù non è tuttavia presentato come Re, bensì come "Dux Bellorum", vale a dire come un eroico capo militare che avrebbe guidato i Britanni in molte battaglie. Mentre i curatori del sito sembrano dare poco credito alla più nota, ma "romanzata", opera di Geoffrey of Monmouth: quella "Historia Regum Britanniae" (dodicesimo secolo) in cui è arduo distinguere fra notizie raccolte da fonti precedenti e invenzioni dell'autore. Scopriamo poi che la mitica Avalon (il luogo dove Artù, gravemente ferito ma immortale, sarebbe stato trasportato dopo la battaglia di Camlan) significa "Isola delle Mele" in lingua celtica, e che il nome coincide probabilmente con quello del paradiso di un culto preromano. Infine "The Encyclopaedia of the Celts" introduce la tesi dello storico inglese Geoffrey Ashe, secondo cui Artù sarebbe la trasfigurazione leggendaria del re celtico Riothamus.![]() A proposito di Ashe: visitando il sito "King Arthur History and Legend", veniamo a sapere che costui è una vera e propria star internazionale: visiting professor in sette università americane, spesso ospite di giornali e canali televisivi britannici e segretario del Camelot Research Committee, istituto che ha guidato le ricerche archeologiche di Cadbury Castle (che, secondo la tradizione, coinciderebbe con le rovine di Camelot). Il sito ospita, oltre ad un'intervista ad Ashe, un suo lungo articolo che analizza la moderna fortuna letteraria del ciclo arturiano: dalla elaborata versione quattrocentesca di Thomas Malory fino alle riletture contemporanee di Rosemary Sutcliff, Mary Stewart, Marian Bradley ed altri. Ma l'aspetto più interessante di questo scritto è una riflessione sul ruolo della cultura medioevale nella "canonizzazione" della leggenda. Vedendo un film western ci aspettiamo d'incontrare scenari, personaggi e situazioni ben determinate: allo stesso modo, scrive Ashe, il pubblico aristocratico delle corti medioevali s'aspettava amori galanti, uccisioni di draghi, imprese cavalleresche. E i testi dell'epoca, primo fra tutti il "Perceval" di Chrétien de Troyes, si sono adeguati, elaborando un immaginario che ha poco da spartire con la realtà storica della Britannia del quinto-sesto secolo. Per altre immagini dal sito Camelot and Arthurian Legend da cui proviene l'illustrazione in testa di questa pagina, clicca qui. Per altre immagini dal sito The Quest, clicca qui. Per altre immagini dal sito Camlan The Caer, clicca qui. |