M i c h e l  T o u r n i e r
Amandine o i due giardini
Fiaba metafisica


Traduzione degli studenti del terzo anno della S.S.I.T.


C’era una volta una bimbetta che si chiamava Amandine e che viveva con i genitori. La casa della mamma era nel giardino di papà. La casa della mamma era in perfetto ordine, spazzata, spolverata e lustrata. In salotto c’erano le pattine di feltro per poter camminare senza graffiare il parquet tirato a cera. Il giardino di papà era curato alla perfezione, lavorato, potato. Papà ci aveva persino messo i posacenere perché gli ospiti che fumavano non gettassero mozziconi e cenere sulla ghiaia o sul prato.

Amandine viveva felice in quel mondo cinto da un muro e per molto tempo non immaginò niente al di là. Però aveva un gatto che naturalmente non parlava ma che le lanciava lunghi sguardi carichi di sottintesi. Ebbene, Amandine si accorse che spariva, a volte per giorni interi. Quando tornava, lei lo interrogava, ma il gatto alzava su di lei gli occhi verdi e non rispondeva. Amandine lo osservò e e scoprì che saltava sul muro in fondo al giardino e spariva là dietro. Cosa c’era mai dall'altra parte?

Un giorno, durante l'assenza dei genitori, Amandine andò a prendere la scala nel garage, l'appoggiò al muro e si arrampicò fino in cima. Rimase sbalordita. lnfattl ai suoi piedi c'era un giardino, un altro giardino, tutto il contrario del giardino di papà. Era un intrico di erba alta, di arbusti e di alberi abbattuti. Uno di quegli alberi era appoggiato proprio al muro e permetteva di scendere senza difficoltà fino a terra. Amandine si avventurò guardinga in quella foresta vergine in miniatura fino a che trovò una traccia di sentiero che si inoltrava tra i cespugli, lo seguì e poco dopo scoprì il gatto che sembrava aspettarla seduto su un ceppo e che, dopo aver alzato su di lei gli occhi verdi, le girò le spalle e la precedette nel sentìero. Dove mai voleva portarla?

Amandine camminava con cautela per schivare i ciuffi di ortica e le piante di felce. Subito dopo vide dei grandi fiori gialli che le arrivavano al naso, tanto che non poteva fare a meno di respirarne l'odore. Quale non fu il suo stupore! I fiori mandavano un odore strano, buono e cattivo al tempo stesso e lei era molto stupita perché nella sua testa di bambina una cosa doveva avere un odore buono o cattivo, ma tutti e due insieme, specialmente poi trattandosi di un fiore, non lo credeva possibile.

Continuò così a seguire il gatto, scavalcando tronchi di alberi morti e ceppi marci finché non giunse in una radura dove sorgeva un piccolo edificio. Era la casa del giardino selvatico insomma, ma tutto il contrario della casa della mamma. Era una cupola retta da un circolo di colonne: la cupola era percorsa da crepe da cui spuntavano ciuffi d'erba, alcune colonne mancavano, le altre erano rivestite di muschio e di licheni. Amandine fece qualche passo avanti e scoprì che sotto la cupola c’era una statuetta. Era un putto di pietra con ali, arco e feretra, ma senza un'ala e con l'arco spezzato. Il piccolo Cupido si portava la mano destra alla bocca e metteva l'indice sulle labbra. Amandine si avvicinò e scoprì una cosa che la sconvolse. Il putto sorrideva, ma con un sorriso triste. Ebbene, nella sua testa di bambina o uno era allegro e rideva, oppure era triste e piangeva. Ma un sorriso triste, come era possibile? Era un po' come per i fiori di poco prima che avevano un odore buono e cattivo.

Quell'assurdo giardino e quella strana casa erano davvero inquietanti! Amandine fece dietrofront e fuggì per il sentiero che l'aveva portata fin là. Scavalcò di nuovo ceppi marci e tronchi abbattuti e presto arrivò ai piedi del muro al quale si appoggiava l'albero morto. Si arrampicò fino in cima: il giardino di papà c'era ancora, calmo e splendente. Amandine vi ridiscese e corse alla casa della mamma che era ben spazzata, spolverata e lustrata come prima. Mise i piedi sulle pattine di feltro per attraversare il salotto senza graffiare il parquet tirato a cera, salì in camere sua, si buttò sul letto e pianse un po'. Poi prese sonno.

Quando si svegliò, si ricordò la straordinaria avventura che aveva vissuto. Preoccupata, si avvicinò allo specchio e si guardò. No, era ancora il suo faccino di bambina a guardarla dallo specchio. Tranquillizzata, sorrise... Sorrise e a un tratto riconobbe quel sorriso, era il sorriso triste del piccolo Cupido mutilato. Allora capì che, siccome era andata a veder cosa c’era dall'altra parte del muro, niente ormai sarebbe stato più come prima.