Intervista a Jorge Amado
uno scrittore laureato dalla Sorbonne ma dimenticato dal Nobel

di Elena Grecchi


Parigi 23 Marzo 1998: Jorge Amado riceve la laurea honoris causa alla Sorbonne. In omaggio al grande scrittore, erewhon pubblica una sua intervista inedita rilasciata a Parigi, nel Maggio 1989.

Per questa intervista prenderò le mosse dalla recente "innovazione in materia di romanzi", lanciata nel suo ultimo libro: la "corrispondenza coi lettori". Sarà quindi su tale romanzo, "O Sumiço da Santa", che verteranno le mie prime domande:

Nella sua "corrispondenza", lei allude alla "senilità" e "rimbambimento" dell'autore, e tutti sappiamo che la diagnosi è del tutto fuori luogo. Perché l'ha fatto? C'è in questo una punta di polemica? E diretta a chi?

JORGE AMADO - Senilità? Rimbambimento? Senilità e rimbambimento dell'Autore-personaggio, che entra in scena in vari dei miei romanzi (In “Tieta”, per esempio) e che dialoga e a volte discute coi lettori. Nel "Sumiço" l'autore è spesso presente, si può dire che esponga ai lettori tutta la struttura del romanzo, la sua costruzione. Ma se "senilità" e "rimbambimento" sono quelli dell'Autore-personaggio, non nego che il personaggio autore abbia molto in comune con me e che, parlando di rimbambimento eccetera si tenda a prendere un po' in giro, in modo più scherzoso che polemico, certa critica sussiegosa, “modernosa”, di conventicola, molto presente in Brasile, per la quale non esiste, come espressione letteraria degna di nota, che le "dernier cri". Una critica dogmatica che si stima inappellabile ed è solo ottusa.

Lei si descrive come un autore "vecchio d'età e di battaglie perdute". Eppure, considerando la sua vita e la sua opera, l'impressione che se ne ritrae è che, in primo luogo l'autore non sia poi così vecchio - forse anziano solo per quanto riguarda i dati anagrafici - e che, inoltre, se ha perduto qualche battaglia non ha certo perso la guerra. Lei è conosciuto e amato (se bene o male amato è un altro discorso) in tutto il mondo; i "dati del teorema" cominciano ad essere modificati secondo quanto da lei auspicato; un certo umanitarismo comincia a insinuarsi nei rapporti fra i popoli e fra la gente; il suo paese ha raggiunto una nuova forma di democrazia. Dove, allora, si considera sconfitto, e da chi?

JORGE AMADO - Ciò che l'autore dice in merito alla propria vecchiaia, battaglie perdute eccetera, lo dice sempre in tono scherzoso, facendosi beffe dei critici dogmatici di cui sopra. Nella mia attività letteraria, nel corso di oltre cinquant'anni di lavoro - il duro e affascinante lavoro del romanziere - credo di aver seguito una certa evoluzione, che da posizioni iniziali strettamente ideologiche mi ha condotto a una posizione umanista in cui i pregiudizi di ogni sorta, ivi compresi quelli ideologici, sono ampiamente superati.
Non mi considero sconfitto. Se vengo combattuto, contestato, a volte negato, è proprio da parte di coloro che non ammettono che si possa pensare liberamente, in modo indipendente. In cambio, un immenso pubblico mi apprezza, sia in Brasile che fuori. Ho un posto a tavola ovunque io vada, ho dovunque degli amici, gente che ama i miei libri.

Se ad apparirle una sorta di sconfitta è il fatto che la critica "non si polluisce dal piacere" alla lettura dei suoi "scartafacci di linguaggio povero, vuoti di idee, popolareschi", allora le chiedo:
a) Non le pare che questo mancato godimento da parte della critica sia la riprova che la sua opera letteraria - come tutta la grande, autentica letteratura - è fatta per fare appello al cuore della gente e non alla speculazione della critica accademica?
b) A quale critica allude in particolare, viste le recensioni entusiastiche che ovunque salutano la comparsa dei suoi nuovi romanzi?


JORGE AMADO - Ripeto che non mi sento sconfitto, in nessun campo. Che una certa critica non ami i miei libri non mi disturba affatto. Scrivo per essere letto, di preferenza dal popolo, per "parlare al cuore della gente", come dici tu. Che esista una certa inteligentzia che ripudia la mia opera è la prova migliore che riesco a toccare "il cuore della gente". Non c'è mai stata, intorno ai miei libri, una critica unanimemente favorevole: sono uno scrittore discusso. E meno male, perché l'unanimità è sempre pericolosa, è una cosa negativa.

Fra le cause della reticenza di alcuni critici in merito alla sua opera, vorrei elencarne alcune, chiedendole quale - o quali - a suo avviso sono quelle che motivano precipuamente la freddezza di certi critici:
a) la tendenza generalizzata a una certa forma di categorizzazione, per cui non si ammette che un'opera fondamentalmente seria possa anche divertire;
b) il rifiuto di un messaggio considerato più politico che umano;
c) la libertà con cui nella sua opera sono trattati sesso ed erotismo;
d) la superficialità di giudizio che impedisce di cogliere dietro al "linguaggio povero" la consistenza di una cultura profonda ed eclettica;
e) lo snobismo letterario di chi, per principio, non è disposto ad esaltare che opere "modernose, seriose e noiose".


JORGE AMADO - A mio avviso tutte queste ragioni hanno un peso nelle restrizioni che taluni critici fanno rispetto alla mia opera. Credo tuttavia che la ragione fondamentale ne sia il fatto che i miei libri esprimono oggi una posizione di umanismo scevro di qualsiasi compromesso ideologico: non appartengo a conventicole, scuole o correnti di alcun genere. Ecco la ragione principale.

A proposito di letteratura moderna - e modernosa, seriosa e noiosa - esiste qualche titolo in particolare che etichetterebbe con questi tre aggettivi?

JORGE AMADO - Ne esistono parecchi, ma preferisco non citarne alcuno. Rispetto il lavoro degli altri scrittori, anche quando non corrisponde ai miei gusti letterari.

Cambiando argomento: molti dei suoi romanzi, specie quelli che la critica include nel cosiddetto "ciclo baiano", mettono in scena personaggi ed eventi reali della vita di Bahia. A parte la registrazione di musiche e danze per "Le Grand Echiquier" di Jacques Chancel, c'è nel "Sumiço" qualcos'altro che sia stato estrapolato dalla cronaca della città? Per esempio, le due esposizioni - quella d'Arte Religiosa di Bahia, e quella del Banco do Desenvolvimento - sono state realmente presentate al pubblico, come si sarebbe tentati di credere, oppure sono una creazione della sua fantasia? E se si tratta di eventi reali, trasfigurati da quella sua personale polvere del pirlimpimpim, è lecito concludere - come suggerisce lo scrittore Antonio Olinto - che la sua opera narrativa, realistica ma impregnata di elementi magici, s'inquadri nel cosiddetto "realismo magico"?

JORGE AMADO - Nei miei libri io cerco di ritrarre la realtà brasiliana, di ricreare la vita del popolo; i temi che tratto sono presi dalla realtà, i miei personaggi sono colti in mezzo al popolo. Nei miei romanzi a volte compaiono eventi reali, vi si aggirano personaggi reali. Nel "Sumiço da Santa" questo avviene con una certa frequenza. Oltre alla registrazione per "Le Grand Echiquier", vari altri episodi sono citazioni estrapolate dalla cronaca della città, ed esistono, accanto a Chancel, vari altri personaggi che sono in realtà persone in vista nel mondo baiano: Carybé per esempio.
Nessuna delle due esposizioni menzionate è stata effettivamente presentata, ma tutti gli artisti citati fra gli espositori del Banco do Desenvolvimento (e alcune delle opere cui si fa allusione) sono reali, e di grande peso nella vita artistica del Brasile.
Non apprezzo particolarmente gli "ismi" (e del resto il realismo magico non è una novità in letteratura), ma posso affermare che la mia opera si ispira fondamentalmente alla realtà baìana, estremamente ricca di elementi magici.

Per quanto riguarda i personaggi, non è difficile notare nei suoi romanzi la presenza ricorrente di certe figure che, sotto nomi diversi, in situazioni analoghe o differenti, appaiono a più riprese, come se lei portasse loro un affetto particolare che le impedisce di separarsene. Detto questo, potrebbe lei affermare, come Italo Svevo, di non avere scritto in realtà che un unico romanzo? Oppure si tratta di una serie a puntate, di un lungo feuilleton, come lei spesso ama definire le sue opere? E, sempre in materia di letteratura popolare, quale la ragione dei suoi frequenti clins d'oeil verso i libretti di ballate popolari?

JORGE AMADO - Temi e personaggi si ripetono, in molti dei miei romanzi. Mastro Manuel e Maria Clara, per esempio, che appaiono per la prima volta in “Jiubiabá”, un romanzo del 1935, e ritornano in vari altri miei libri, ricompaiono nel "Sumiço da Santa". Sono personaggi, come altri, cui porto un grande affetto: in realtà, è vero, potrei dire, come Svevo, di avere scritto un unico romanzo.
Sono ripetitivo; credo anzi che questa sia una caratteristica della mia opera, dovuta proprio al fatto che essa ricrea la vita popolare baiana. Quanto ai miei ripetuti richiami al feuilleton e alla ballata popolare, essi servono a sottolineare e dimostrare l'intimo legame in temi e strutture, esistente fra i miei libri e la letteratura popolare.

Fra i personaggi dalla presenza ricorrente nei suoi romanzi ci sono varie figure di uomini di Chiesa - i buoni pastori, i cattivi pastori -: proprio come nei Promessi Sposi. Se le motivazioni di Manzoni, scrittore cattolico con inclinazioni gianseniste, sono estremamente chiare, un po' meno lo sono le sue. A meno che la sua esperienza giovanile di allievo dei Gesuiti non le abbia lasciato latente un interesse particolare, una sorta di perplessa curiosità, nei confronti degli ecclesiastici. E, per quanto riguarda la sua personalità, ritiene lei di dovere qualcosa ai Gesuiti della sua giovinezza?

JORGE AMADO - La Chiesa Cattolica, in Brasile, è profondamente divisa - il fatto è indiscutibile, sarebbe sciocco negarlo. Da un lato, parte del clero e buona parte delle autorità ecclesiastiche continuano ad agire e a predicare secondo la dialettica di una Chiesa a servizio delle classi dominanti. Dall'altro lato, parte del clero e una minoranza di autorità ecclesiastiche agiscono e predicano in difesa dei poveri, della stragrande maggioranza del popolo brasiliano diseredato e oppresso, rompendo la tradizione di una Chiesa da secoli alleata dei ricchi. Non essendo io cattolico - non professo alcuna religione, sono un materialista - non mi è lecito intervenire in questioni dottrinarie; posso però constatare, come faccio nei miei libri, e soprattutto nell'ultimo, che il clero cattolico delle comunità di base e della teologia della liberazione si è mobilitato a fianco del popolo, contribuendo in modo attivo e a volte eroico alla lotta per la soluzione dei nostri gravissimi problemi sociali e per una vita più decente per i poveri. Questo clero merita tutto il mio rispetto e il mio plauso. Ho quindi cercato, nella mia opera, di rendere giustizia a questi sacerdoti, a questi vescovi.
Ai Gesuiti debbo qualcosa - o piuttosto debbo qualcosa ad alcuni di loro di cui sono stato alunno. Debbo loro alcune buone abitudini prese in loro compagnia: quella della lettura per esempio.

In effetti l'azione più recente della Chiesa - o almeno quella delle comunità di base che prendono le mosse dal Concilio Vaticano II sul possesso dei beni della terra - sembra averla impressionata profondamente.
Questo nuovo volto della Chiesa, conscia dei diritti dei poveri e degli abusi dei ricchi è, a suo avviso, la manifestazione di una breve stagione felice legata alla figura carismatica del Papa Giovanni XXIII, oppure, malgrado le tendenze controriformiste del Papa attuale, è destinato a durare contro venti e maree?


JORGE AMADO - Credo che durerà. Il Papa attuale, uomo politico e a volte estremamente reazionario, ha colpito più volte sacerdoti e vescovi progressisti, ma non credo che sia riuscito a smuoverli dalla loro posizione in difesa degli interessi dei poveri, e probabilmente non ci riuscirà mai. Nel fare l'elogio di questi sacerdoti, tuttavia, non posso omettere di rilevare un certo loro dogmatismo che li spinge a posizioni contraddittorie. Si veda, per esempio, il dibattito sul celibato del clero.

A proposito di "venti e maree", espressione tipicamente francese, non le sembra che con la sua lunga permanenza al Quai des Célestins la lingua di Voltaire e Montesquieu si sia in certo qual modo insinuata nel suo linguaggio, dando a questo suo ultimo romanzo un petit piment français - estremamente gradevole del resto?

JORGE AMADO - Se a te sembra così, sono d'accordo.

Sempre a proposito della Francia, paese dove lei è particolarmente ammirato e dove ha ricevuto dal Presidente Mitterrand la Commenda della Legion d'onore, i suoi personaggi che "hanno viaggiato" - parlo in particolare del poeta Antonio Bruno di "Farda fardão" - mostrano un amore profondo, evidentemente il suo, per la France éternelle, una vera e propria gola per formaggi vini e bevande - non escluso il terribile Cassis dolciastro - e, naturalmente, un debole confessato per la letteratura francese.
I nomi che vengono in mente, in relazione alla sua opera, sono quelli di Zola e Maupassant. Trova lei che questi autori le abbiano in effetti trasmesso qualcosa, che abbiano contribuito in qualche modo alla sua ispirazione?


JORGE AMADO - L'amore di Antonio Bruno - come di molti altri miei personaggi - per la Francia è, naturalmente, un riflesso del mio proprio amore verso un paese al quale tanto dobbiamo, noi brasiliani. La sua cultura è stata la luce che ha illuminato il nostro cammino di popolo. Lettore di letteratura francese, goloso, come dici con ragione, di formaggi e vini (non però del Cassis dolciastro, che è invece una delle bevande preferite di Zélia), ho certamente subito l'influenza della Francia e dei suoi scrittori. Di Zola e Maupassant (che tu citi), ma anche e soprattutto di Rabelais, che considero uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi.

Passando a questioni d'interesse più generale: come ha avvertito la perestroika? Trova che l'evento rappresenti in qualche modo una risposta a esigenze sue?

JORGE AMADO - La perestroika è, a mio avviso, una vera e propria rivoluzione, forse la più importante della seconda metà del XX secolo, e il destino di tutti gli uomini dell'intero pianeta, la scelta fra la pace e la guerra, dipendono dalla sua vittoria o sconfitta. Ciò che sta accadendo in URSS non riguarda solo il popolo sovietico, riguarda tutti noi e condiziona l'avvenire di tutti, in ogni parte del mondo. Esattamente come accadde con la Rivoluzione Francese e, nel 1917, con la Rivoluzione Russa. Stiamo assistendo a una nuova rivoluzione contro l'arretratezza, l'oscurantismo, la violenza, l'illegalità, il reazionarismo, la burocrazia, il disprezzo dei diritti dell'uomo, e a favore dell'individuo.

In posizione diametralmente opposta, che pensa della recente recrudescenza di fanatismo e intolleranza che si manifesta un po' ovunque (alludo soprattutto ai casi Scorsese e Rushdie)?

JORGE AMADO - L'intolleranza continua a esistere e assume oggi nuove forme, religiose e politiche, che a volte si mascherano dietro una facciata di sinistra (conquistandosi così l'appoggio dei mass-media condizionati dalle sinistre). I due casi che citi sono due buoni esempi. La condanna a morte di Rushdie è indubbiamente una macchinazione politica dell'ayatollah, ma è allo stesso tempo un sintomo dell'esplosione di violenza e d'intolleranza che sta sconvolgendo il mondo. Stiamo tornando al Medioevo e all'Inquisizione.

Se ha letto i "Versi satanici", che opinione si è fatto del libro? Lo trova buono, oppure le è parso modernoso-serioso-noioso?

JORGE AMADO - Non ho ancora letto "I Versi satanici", aspetto la traduzione francese, visto che non leggo l'inglese. Di Rushdie ho letto "I figli della Mezzanotte", un romanzo che ho trovato bello, importante, benché non di facile lettura - ma io sono un vecchio masticatore di romanzi. In sostanza mi è piaciuto. Dello stesso autore ho anche letto un libriccino sul Nicaragua: anche quello mi è piaciuto, oltre tutto è piuttosto divertente.

Sempre in merito ai "Versi satanici": le pare che l'accusa di blasfemia abbia un qualche fondamento? Non abbiamo illustri precedenti di libri altrettanto se non più "blasfemi" che quello di Rushdie, pubblicati senza che nessuno se ne inquietasse né andasse a inquietare il prossimo? Ad esempio: fra "Giuseppe e i suoi fratelli" e i "versetti" di Rushdie, quale a suo avviso si può considerare più blasfemo?

JORGE AMADO - La blasfemia può esistere, nei libri citati. E con ciò? uno scrittore ha il diritto di esprimersi liberamente, anche di essere blasfemo se ne ha voglia, e non può in nessun modo essere censurato né condannato per aver esercitato questo suo diritto.

Un'ultima domanda su questo argomento: non trova che Khomeini col suo intervento abbia ottenuto il doppio effetto di moltiplicare la vendita del libro di Rushdie, e di svilire l'Islam?

JORGE AMADO - Con la sua azione Khomeini ha ottenuto esattamente ciò cui mirava: rafforzare i propri poteri dittatoriali, allontanare dal governo del suo paese i moderati. In contropartita, condannando a morte l'autore, ha favorito il successo editoriale del libro. Quanto all'Islam, nessuno è in grado di svilirlo. Esso fa parte dei grandi movimenti dell'umanità, e questo al di là di Rushdie, grande romanziere, e di Khomeini, miserevole dittatorello dei nostri tempi.

Torniamo un momento a parlare del Brasile: il suo paese conosce attualmente, dopo lunghi anni di oppressione, un governo democratico, liberamente eletto. Pensa lei che gli scrittori brasiliani, che come lei hanno contribuito al ritorno della democrazia, abbiano ora un altro compito da svolgere? Mi riferisco in particolare alla gravissima situazione della foresta amazzonica che, secondo quanto asseriva il rimpianto Chico Mendes, viene sistematicamente distrutta a solo vantaggio di una mezza dozzina di grandi allevatori di bestiame. C'è qualcosa che gli scrittori brasiliani si propongono di fare, acciocché la morte di Chico Mendes non sia stata inutile?

JORGE AMADO - Viviamo, in Brasile, l'era della democrazia. Democrazia di diritto, con la promulgazione della nuova Costituzione. Il governo Sarney è riuscito a realizzare con grande abilità la transizione dalla dittatura militare alla democrazia costituzionale, e questo malgrado le enormi difficoltà, soprattutto d'ordine economico, che ha dovuto affrontare. Si può dire che la società brasiliana abbia ritrovato la sua voce, e cominci ad agire prendendo coscienza dei grandi problemi sociali del paese e tentando di risolverli. Primo fra questi il problema della terra e il suo sfruttamento, la riforma agraria, i problemi dell'ecologia, l'Amazzonia, gli Indios: problemi di portata non solo nazionale ma mondiale. Gli scrittori brasiliani che si sono battuti contro la dittatura hanno una tradizione che li onora: si sono sempre trovati a fianco del popolo che lottava per un avvenire migliore. Sono sicuro che continueranno a lottare per il Brasile e per il suo popolo.

La ringrazio.