La rivoluzione dei sessi
di Enrico Franceschini



(Enrico Franceschini, Russia. Istruzioni per l’uso, pp.61-71, Feltrinelli 1998)


Qualche proverbio per introdurre l'argomento. "Il pollo non è un uccello, la femmina non è un essere umano", "Picchia la moglie per avere una zuppa di cavoli più buona”, "Capelli lunghi, cervello corto". Poi una vecchia canzone folk, Kamarinskaja, il cui ritornello fa così: "Uomo di Kamarovo, te ne stai sdraiato sulla stufa tutto il giorno a fare un bel niente". E una citazione dal Domostroj, ovvero Legge della Casa, manuale di comportamento in famiglia scritto dal monaco Sylvester nel quindicesimo secolo, col pieno appoggio dello zar Ivan il Terribile: "Ci sono vari modi in cui il marito deve picchiare la moglie. Ma deve sempre farlo in privato, educatamente. La moglie non deve lamentarsi con nessuno. Di fronte a qualsiasi problema o dissidio domestico, ella deve restare zitta e seguire gli ordini del suo uomo".
La Russia, insegnano storici e letterati, è femmina: non a caso si dice (Santa) Madre Russia. Ma è una madre che ha preso un mucchio di legnate, cominciando dall'era zarista per proseguire nei sette decenni di comunismo. L'elemento femminino domina la tradizione popolare, nelle campagne i contadini del Medio Evo adoravano la "Grande Madre", una dea benigna capace di autofecondarsi e riprodursi senza bisogno del maschio, e anche le forze del Male avevano un riferimento femminile, la strega Baba Jaga, zitella, onnisciente, tremenda, simbolo di una saggezza crudele. L'uomo russo, insomma, ha sempre visto la donna come un essere pericoloso, temibile, e in fondo in fondo superiore. Recita una famosa canzone, Oci Ciornye, Occhi Neri: "Come vi amo, come vi temo, bellissimi occhi neri". E dunque, per sconfiggere la paura suscitata da quei bellissimi occhi, giù legnate a tutto spiano.
La Rivoluzione bolscevica, l'avvento del comunismo, dovevano teoricamente concludere la sottomissione di un sesso all'altro. Ma così non è stato. Il comunismo ha perpetrato il dominio dell'uomo sulla donna. Poiché erano "uguali", non c'era alcuna distinzione nelle mansioni, nei lavori, che toccavano ai due sessi del popolo socialista. Il risultato è che poco per volta alle donne, come nota una sociologa, sono toccati "tutti i lavori da cane". I più umili, i peggio pagati, quelli che in America vanno ai neri e in Europa agli immigrati dal meridione o dal Terzo Mondo. I turisti stranieri che mettono piede per la prima volta in Russia sono sempre colpiti dalla vista di donne infagottate in giacconi di foggia militare, un fazzoletto legato in testa, che depongono asfalto sulle strade, caricano badilate di carbone sui camion (mentre l'autista, maschio, osserva placido con la sigaretta in bocca), usano sbarre di ferro per divellere vecchi binari ferroviari, scopano le strade dalla sporcizia che emerge a ogni disgelo oppure spalano la neve e spaccano il ghiaccio in inverno, trasportano sacchi di patate, e si arrampicano sulle impalcature delle case per dare una mano di vernice.
"Come non provare vergogna e compassione davanti alle nostre donne che trasportano pesanti barre di pietra per pavimentare le strade?" scriveva Aleksandr Solgenitsyn nel '74. Denuncia che può suonare arcaica all'orecchio di una femminista occidentale. Ma in Russia, d'altra parte, il femminismo non è mai arrivato. L'uomo stava sopra, la donna sotto: in tutti i sensi. Il maschio era padrone. E se nella Russia di Tolstoj questo schiavismo sessuale spingeva Anna Karenina a suicidarsi, nell'Unione Sovietica comunista nascondeva dietro il paravento dell'ideologia ugualitaria una differenza e un'ingiustizia non meno profonde. Il paradosso è che mentre le varie Natasha, Svetlana, Irina, facevano "lavori da cane" e risolvevano i mille problemi della vita quotidiana (trovare da mangiare, far studiare i figli, procurarsi gli stivali per l'inverno, mandare avanti la casa e la famiglia), l'uomo sovietico perdeva progressivamente orgoglio e fiducia in se stesso, rinchiudendosi nel grande rifugio nazionale, l'alcol. "Il maschio russo," afferma un diffuso luogo comune, con un forte fondo di verità, "preferisce passare il sabato sera abbracciato a una bottiglia di vodka che a una bella ragazza." Più rassicurante, più facile, più necessario stordirsi con una bottiglia (facciamo due o tre, una è poco per l'uomo russo), che trovarsi di fronte la propria moglie, fidanzata, compagna. La moglie veniva presto dimenticata, ignorata, spesso malmenata, con una sola eccezione, la festa, sovietica e altamente politicizzata, dell'8 marzo, Giornata Internazionale della Donna: in era comunista, i russi, che non celebravano San Valentino, festa "borghese" degli innamorati, l'8 marzo si trasformavano per un giorno in romantici Romeo. Ovunque, code davanti ai fiorai: mogli, madri, sorelle, fidanzate, figlie, ricevevano attenzioni e mazzi di rose, margherite, mimose. Il 9 si ricominciava come prima, botte per lei, vodka per lui.
A forza di passare più tempo con l'alcol che con le donne, le unioni scricchiolano. La Russia ha la più alta percentuale di divorzi al mondo: l'anno scorso il 62 per cento dei matrimoni sono finiti davanti a un giudice, il 75 per cento a Mosca (negli Stati Uniti, la percentuale è del 50 per cento, in Europa occidentale, mediamente, del 40). Non dipende, certo, solo dall'alcol. La vita sovietica non era fatta per stare a lungo insieme. Abitazioni troppo piccole, esistenze troppo dure, mandavano rapidamente in frantumi le coppie. In Urss ci si sposava giovanissimi, a 18, 19, 20 anni, per uscire dall'opprimente atmosfera familiare, da case in cui nonni, genitori, figli vivevano tutti insieme in 40 metri quadrati. Col matrimonio, la giovane coppia poteva iscriversi alle liste per l'assegnazione degli alloggi. I fortunati, dopo un attesa mai breve, ottenevano un appartamento. Nel frattempo, di solito era già nato o stava per nascere un figlio, i soldi non bastavano più, marito e moglie lavoravano da mattina a sera e non si incontravano neppure in vacanza: le ferie erano, questo è vero, pressoché gratuite, ma ciascuno le trascorreva nel sanatorio della fabbrica, ministero, ufficio da cui dipendeva, cosicché il marito andava due settimane a luglio sul Mar Nero, la moglie due settimane in agosto sul Baltico. Il divorzio, inevitabilmente, non tardava. Consumato l'atto legale (in appena quindici giorni) lui scompariva. Magari si trasferiva in un'altra città; e se rimaneva nella stessa interrompeva tutti i rapporti con l'ex moglie e l'eventuale figlio. Dopo un po' si risposava, perché anche se la mena, la ignora, la tradisce, l'uomo ha bisogno di una donna che badi al focolare. Poi faceva un altro figlio e proseguiva il ciclo: altro divorzio, altra fuga.
In Russia capita di continuo di incontrare donne divorziate, con un figlio a carico, che ignorano dove sia e cosa faccia l'ex coniuge. Spesso la madre ha subito la loro stessa sorte. Una famiglia-tipo, che condivide lo stesso miniappartamento, può essere così composta: bisnonna di 62 anni, nonna di 41, madre di 22, figlia di 3. Gli uomini svolazzano da un fallimento all'altro, le donne si arrabattano e tengono duro, sole.
Anche per questo la media nazionale è di un figlio a coppia: fossero di più, milioni di madri divorziate non riuscirebbero a sfamarsi. Ma il controllo delle nascite era una pratica sconosciuta in Urss. La pillola anticoncezionale è arrivata solo dopo il crollo del comunismo. Altri metodi contraccettivi erano poco praticati. I profilattici sovietici, detti spiritosamente "galosce", erano leggendari per impraticabilità e scarsa resistenza. C'era un unico mezzo universalmente praticato per limitare le nascite: l'aborto. La Russia ha il record mondiale di interruzioni di gravidanza: una media di oltre 3 milioni e mezzo all'anno. Ci sono due aborti per ogni bambino che viene al mondo. Tra i 15 e i 49 anni di età, una russa ha subito una media di quattro aborti. Ma ho conosciuto russe di trent’anni che ne avevano avuti già dieci o dodici, praticamente uno all'anno a partire dalla pubertà. Partorire, del resto, era rischioso. Negli ospedali sovietici, gratuiti ma evidentemente gestiti da macellai, le donne russe morivano durante il parto dieci volte di più che in Occidente.
Quelli erano delitti imputabili al sistema. Altri sono diretta responsabilità dell'uomo. Nel 1994, su 30 mila omicidi commessi in Russia, 15 mila, la metà, una percentuale strabiliante, sono stati uxoricidi, mogli assassinate dal marito. In America, questo genere di omicidi sono solo il 2 per cento del totale. La differenza viene così spiegata dagli esperti: in tutto l'Occidente, il movimento della donna ha affrontato e combattuto risolutamente le violenze familiari. In Russia, ufficialmente il problema non esiste. Il 90 per cento degli stupri o delle violenze all'interno del matrimonio non vengono neppure riportati alla Milizia. Quanto agli stupri commessi da sconosciuti, ci vuole un coraggio eccezionale per denunciarli. Una testimonianza riferita dai giornali: "Il poliziotto mi ha detto, ragazza mia, se proprio vuoi denunciarlo, prima ritrova il violentatore, poi fai in modo che sia almeno recidivo, quindi procurati un testimone e allora torna da me."

Un sondaggio del 1990 nelle scuole di Mosca chiedeva agli studenti quali mestieri sognassero di fare "da grandi". Un tempo rispondevano: il cosmonauta, l'ingegnere, l'insegnante. Stavolta le risposte sono sorprendenti: i maschi sognano di fare il gangster, le ragazze la prostituta. Tutti delinquenti in fasce? Non proprio. Semplicemente, aspiravano a una professione che consentisse di arricchirsi in fretta, di fare "la bella vita". Bandito e prostituta, resi celebri anche se non idealizzati dai mass media della perestrojka, sembravano le strade più rapide per realizzare il sogno. Ma mentre non tutti i ragazzi possono svegliarsi un mattino e cominciare a fare il gangster, diventare dal giorno alla notte una "ragazza di vita" è più facile: specie se sei carina, e le russe generalmente lo sono. Così la prostituzione impazza. Se prima della perestrojka era un mestiere per poche elette, circoscritto agli alberghi frequentati da stranieri, la maggiore libertà la diffonde in ogni angolo del paese. Discoteche, bar, night-club, casinò; poi anche in strada. All'inizio i russi le chiamano interdevuchka, alla lettera "ragazza internazionale", perché va preferibilmente con gli stranieri; oppure valutnaja, colei che si fa pagare in valuta straniera. Sul finire degli anni ottanta, un film tenta di scoraggiare il sogno di tante adolescenti: è la storia di una ragazza che fa di giorno l'infermiera e di notte la puttana, sposa uno dei suoi clienti, un uomo d'affari svedese, lo segue a Stoccolma, dove il matrimonio finisce male in un batter d'occhio e lei muore, con le lacrime agli occhi, in un incidente d'auto mentre tenta di ritornare in patria.
Chi sono le prostitute russe? Molte ragazze-madri o comunque mogli abbandonate dal marito: mentre la nonna bada al figlioletto, loro provvedono a sbarcare il lunario. Alcune cambiano un cliente ogni notte, altre hanno un harem di "fidanzati" fissi, businessmen stranieri che visitano regolarmente Mosca, ai quali si dedicano con fervore, una settimana al mese per ciascuno. Guadagnano bene, 200 dollari a incontro. Sono le prime donne "emergenti" della nuova Russia, le prime in grado di acquistare bei vestiti e profumi stranieri, la macchina, un appartamento di proprietà, le prime a viaggiare all'estero. La gente le odia, per invidia prima che per giudizio morale: ancora oggi, quando un vecchio pensionato incontra una russa elegante e di bell'aspetto, l'ingiuria che scatta automatica è “mignotta".
I clienti sono quasi sempre soddisfatti. Le valutnaje si comportano più o meno come le loro celebri colleghe brasiliane o cubane: il maschio paga, e in cambio loro gli lasciano credere, se vuole crederlo, di amarlo follemente, anche se soltanto per una sera o cinque giorni al mese. Ai clienti stranieri raccontano che gli uomini russi le picchiano, si ubriacano, sono scarsi di attenzioni, le tradiscono spavaldamente, e sono pure un po' sporchi: in questo non è difficile credere che siano sincere. Con i clienti fissi, qualche volta nasce un amore. Seguono regalini, inviti in Occidente, piccole vacanze insieme. Se l'uomo è celibe, ogni tanto sposa la (ai suoi occhi ormai ex) valutnaja. Matrimoni che di solito non durano molto: terminata la luna di miele, la russa si ritrova in una cittadina di provincia in Lombardia o nell'Ohio, guardata da tutti come un oggetto misterioso, chiusa in casa dal marito geloso. Presto o tardi, nove su dieci scappano, tornano a casa, in Russia. Come nel film. Qualche volta, però, possono rivelarsi buone mogli: a patto che lo sposo sia un buon marito.
Ma non tutte bramano il matrimonio. Per alcune fare "la vita" ha un'ebbrezza, un azzardo, un fascino a cui non rinuncerebbero facilmente. C'è un termine russo per definire questa passione: tusovka. Vuol dire all'incirca happening, sballo, divertimento scatenato, irrefrenabile desiderio di stordirsi e godere la vita, preferibilmente di notte. Un virus, sia ben chiaro, che non contagia soltanto le mercenarie dell'amore, o le donne, ma tutti i russi che si ritrovano con qualche soldo in tasca e la possibilità di darsi, almeno per un giorno, alla pazza gioia. Ma in particolare per ragazze che hanno fatto una vita grama, vestirsi eleganti, truccarsi, ritrovarsi fra amiche in un locale, discoteca, bar, per essere corteggiate, guardate, concupite (e qualche volta comprate), per vivere un'avventura insomma, è una sensazione inebriante, potente come una droga.
Comunque gli stranieri, come clienti occasionali o da condurre all'altare, non sono più l'esclusivo oggetto del desiderio delle donne russe: il capitalismo ha portato alla luce i "nuovi russi", infinitamente più ricchi di italiani, tedeschi, americani o giapponesi di passaggio a Mosca. Chi cerca un marito danaroso, non ha più bisogno di emigrare e potrà fare la "bella vita" in patria finché vuole (o almeno finché lui non fa bancarotta o va in prigione). Le agenzie matrimoniali per combinare nozze con stranieri esistono ancora, ma nella piccola posta dei giornali si legge un nuovo tipo di inserzione:
"Signorina russa di 26 anni, attraente, sofisticata, non fumatrice, cerca il suo principe Azzurro. Deve essere russo, moscovita, 27-34 anni, forte personalità, intelligente e degno di fiducia."
Ci sono anche quelle che non sognano di arricchirsi andando a letto col primo venuto, vendendo il proprio corpo. Qualcuna si accorge che basta vendere il cervello, se funziona bene. Irina Khakhamada ha 38 anni, è deputato della Duma, la camera del parlamento russo, dove guida una piccola corrente liberale, democratica e riformista. E' la fondatrice, insieme a Konstantin Borovoj, della Borsa Mercantile di Mosca: un'imprenditrice impegnata in una miriade di società finanziarie e commerciali, sempre vestita soltanto di nero, e di Chanel numero 5. La parlamentare più sexy di Russia, secondo i suoi colleghi e i giornalisti accreditati. Tre mariti alle spalle, un figlio (siamo in media perfetta), e un padre comunista di origine giapponese, emigrato in Urss per passione ideologica. Anche lei è stata iscritta al Pcus, dal 1984 al 1989, "ma solo per poter frequentare scuole migliori," spiega. Un nuovo tipo di russa: la donna in carriera.
"Mi sono sempre sentita a disagio nella società socialista," racconta. "Dopo la laurea in economia, ho lavorato per un po' al Gossplan (il Comitato economico per la pianificazione dell'economia, colosso burocratico del sistema), poi ho insegnato alla scuola tecnica della Zil, la fabbrica di limousine e frigoriferi. Un altro docente era Borovoj. Una sera, era stata approvata da poco la legge sulle cooperative private, primo passo verso la privatizzazione introdotta da Gorbaciov, gli propongo: Perché non ci proviamo anche noi? Magari ci mettiamo a vendere dolciumi o qualcosa del genere. Lui si mette a ridere e ribatte che dobbiamo vendere quello che abbiamo già: il cervello. Così abbiamo fondato una cooperativa che forniva servizi di consulenza legale e finanziaria via computer alle grandi aziende statali. Immediatamente, il nostro salario è raddoppiato. Un anno dopo, ho lasciato il lavoro alla scuola della Zil e mi sono dedicata a tempo pieno alla cooperativa. I miei colleghi insegnanti erano stupefatti, mio padre era orripilato, mia madre piangeva. Ma, come dicevano tutti quanti, lasciare un lavoro sicuro e prestigioso per buttarsi in questa follia... E anche quando le cose cominciarono ad andare benissimo per la nostra cooperativa, i miei amici intellettuali mi disprezzavano. Tu vendi il tuo cervello per soldi: come se fosse stata una scelta riprovevole, equivalente a vendere il mio corpo. Fatto sta che nei giorni del golpe contro Gorbaciov, agosto 1991, noi broker della Borsa Merci eravamo i primi sulle barricate a difendere la democrazia, mentre i miei amici dell'intellighentzija restarono a casa a discettare sul da farsi. La storia della Borsa andò così. La prima seduta fu praticamente una truffa. Io e Borovoj avevamo fatto un sacco di pubblicità sui giornali alla nostra idea di un luogo deputato allo scambio di merci e prodotti, come esiste nei paesi capitalisti, e ci erano rimasti soltanto i soldi per affittare tre ore l'auditorio del Museo Politecnico per la seduta inaugurale. Ai quattro gatti che si presentarono per vedere cos'era questa Borsa, annunciammo che la sala era nostra per un anno! Quella prima mattina, nessuno spese più di 30 mila rubli, ma bastarono ad affittare la sala per qualche altro giorno. All'inizio andammo avanti così, in due, di notte Konstantin preparava i contratti, di giorno io mentivo al telefono ai clienti, giurando che tutti i documenti erano pronti e la Borsa era un organismo pienamente autorizzato. Non lo era affatto, invece. Ma nella confusione generale del tramonto della perestrojka, nessuno si curò di proibirla. Più tardi arrivò anche l'autorizzazione formale. Adesso mia madre è orgogliosa di me, faccio soldi a palate, giro in auto con l'autista, e sono pure stata eletta deputato. Certo, noi non vedremo fino in fondo la Russia che stiamo cercando di costruire, ma la vedranno i ragazzi che hanno cominciato ad andare a scuola all'epoca della perestrojka, che oggi, a 14 anni, parlano già di azioni, computer e quotazioni del rublo, e che sono molto meglio di noi, perché non vogliono rimanere poveri e non si vergognano a dirlo. Col tempo, la situazione si normalizzerà, perché non c'è niente di insolito nella Russia, eccetto che siamo in ritardo sulla Storia e abbiamo perso alcune delle nostre vecchie tradizioni. Ma il capitalismo ci farà bene, e farà bene, soprattutto, ai nostri uomini. I quali, in era sovietica, non erano in grado di assicurare un minimo di benessere alle loro famiglie: perciò bevevano fino a perdere i sensi, e perdevano ogni dignità. Il ritorno di una sana, autentica virilità maschile, in Russia, è una diretta conseguenza dell'avvento del capitalismo. Un uomo che guadagna è più indipendente, più responsabile, più sicuro di sé. Insomma, è un vero uomo!"

"Vero uomo" è un'espressione traducibile in russo con un termine antiquato: muzhik. Significa contadino. Il muzhik era il campagnolo a piedi scalzi nella steppa russa. Ignorante, testardo, forte come una roccia, orgogliosissimo. Al giorno d'oggi, quel campagnolo non esiste quasi più, ma muzhik continua a essere una parola molto usata. Un muzhik è l'uomo vero, non l'uomo di ferro o di marmo della mitologia socialista, ma l'uomo virile, duro, implacabile. Quello che dà una bella strigliata alla sua donna, scola tre bottiglie di vodka senza fare una piega, non ha paura di niente e di nessuno, tira sempre dritto per la sua strada. Ma ora il capitalismo ha creato un nuovo tipo di uomo, la cui virilità consiste nel guadagnare bene, non nello scolarsi tre bocce di vodka o dare una menata alla moglie.
Il tipo d'uomo che piacerebbe a Irina Khakhamada si chiama Aleksandr Sharapov. E un giovane imprenditore, self-made man: import-export, una fabbrica di scarpe, una partecipazione in una nuova banca privata. Aleksandr, Sasha per gli amici, si rivela all'opinione pubblica un lunedì di novembre del '96, quando il cielo russo è grigio cenere, le strade piene di neve e fango, e l'umore della gente si adegua al tempo atmosferico, tendendo al brutto, alla malinconia, alla depressione. Quel mattino, i moscoviti in attesa dell'autobus o bloccati da uno dei sempre più infernali ingorghi, incontrano una sorpresa: la gigantografia di una donna sorridente. Ripresa in primo piano, di una bellezza molto dolce, è ritratta in bianco e nero, tranne un particolare colorato, gli occhi: due fari azzurri. Di fianco al volto, una scritta in cirillico: Ja tebja liublu. lo ti amo. E basta. Come se uno spiritello benigno avesse deciso di rallegrare la capitale, durante la notte Mosca è stata tappezzata da decine di cartelloni pubblicitari come questo. A prima vista non pubblicizzano niente. Sarà, pensa la gente, una nuova invenzione, un bel volto di donna per incuriosire, e poi, tra una settimana o due, la frase viene completata, svelando il trucco. La bella sul cartellone dirà: io ti amo, Profumo Tal Dei Tali, Crema per il Viso, Marca di Sigarette, o magari Lenti a Contatto Colorate. Ma i giorni passano e non succede niente, il cartellone resta invariato, la scritta enigmatica, incompleta. Il mistero cresce, i giornali cominciano a parlare della stravagante pubblicità, la quale vince il premio per il miglior volto nuovo dell'anno. Col che il segreto è svelato. La sorridente Gioconda moscovita reclamizza semplicemente l'amore, per la precisione l'amore coniugale.
La donna della gigantografia è la moglie di Aleksandr, Svetlana. Sono sposati da quattro anni. Lei era una giovane fotomodella con promettenti contratti a Parigi e New York. Il giorno prima del matrimonio, Aleksandr le chiede di rinunciare alla carriera per dedicarsi alla famiglia: come in una vecchia canzone di Lucio Battisti, non vuol vedere la moglie solo davanti al profilo di isole lontane. Svetlana accetta. E quattro anni dopo, più innamorato che mai, lui decide di ricompensarla con un'insolita dichiarazione d'amore pubblica. Insolita, e costosa: la somma pagata a una delle maggiori agenzie pubblicitarie di Mosca si aggira intorno ai 300 mila dollari. Mezzo miliardo di lire per dire alla moglie "Ti amo", tutti i giorni, da ogni angolo della città. "Volevo farle un regalo," ragiona Sharapov. "Ci sono uomini che amano la propria moglie, ma non possono permettersi un regalo del genere. Altri, che potrebbero permetterselo, non la amano abbastanza. Io amo Svetlana e ho abbastanza denaro per dirglielo in un modo un po' speciale." Non solo per dirle ti amo, ma anche per ridarle una carriera: il marito si augura che, sull'onda della curiosità suscitata dalla sua iniziativa, Svetlana possa riprendere in grande stile l'attività di fotomodella. "Per la famiglia," commenta ora che hanno una figlia e un menage consolidato, "si è sacrificata abbastanza."
La fiaba sentimentale dei due sposini rivela qualcosa di più di un amore e una ricchezza eccezionali: segnala un trend nei rapporti uomo-donna. Il maschio russo sta cambiando. Non più soltanto muzhik, ma anche gentiluomo, galante, romantico, buon marito e buon padre. Non tutti spenderebbero come Aleksandr per dimostrarlo, ma il mutamento salta agli occhi, attraverso le rubriche dei giornali, i talk show alla tivù, la pubblicità, i grandi e piccoli comportamenti della vita quotidiana. Si vedono in giro tanti uomini (mariti, fidanzati, amanti) premurosi, gentili, attenti: con la moglie, e con i figli, altro pianeta dimenticato dal maschio russo tradizionale. Il sabato pomeriggio, sull'Arbat o in un parco di Mosca, ora è normale vedere un padre a passeggio con il figlio per mano o che spinge una carrozzina. Un'immagine comune per qualsiasi sabato italiano, francese, americano, ma relativamente nuova in Russia, dove in epoca sovietica gli uomini si occupavano poco o nulla dei figli, lasciando alla moglie, alla donna, la responsabilità di accudirli ed educarli. Quando una mia amica russa venne per la prima volta in Italia, qualche anno or sono, rimase strabiliata dalla vista di così tanti padri con i figli a passeggio per le nostre città, il sabato e la domenica: "Da noi in Russia," si rammaricava, "sarebbe impossibile."
Ora è possibile: e se ha ragione la Khakhamada, è merito del capitalismo. Un nuovo sondaggio nelle scuole dà nuovi risultati rispetto al 1990: non sono più il gangster e la puttana i mestieri sognati dai giovani, bensì il manager e la fotomodella. Crollo d'iscrizioni alla facoltà d'ingegneria, la preferita dei tempi sovietici (bisognava, infatti, "edificare" il socialismo), boom a economia e legge, perché c'è bisogno di direttori d'azienda, esperti di finanze, avvocati, notai. Per diventare fotomodella, invece, non esistono scuole. Ma in Russia, molte ragazze, se non tutte, sembrano pronte per una sfilata di moda.

© Feltrinelli 1998