Una spedizione neurologica scientifica e romantica
di Oliver Sacks



(Oliver Sacks, L'isola dei senza colore, Adelphi 1997, pp.30-33)

...E così, in un breve arco di tempo, ero venuto a conoscenza non di una, ma di due isole di acromatopsici; cercai allora di procurarmi altre informazioni. Lessi che Knut Nordby era un fisiologo e uno psicofisiologo, ricercatore sulla visione all'Università di Oslo e, in parte a motivo della sua stessa condizione, un esperto di acromatopsia. In lui quindi - combinazione unica e notevole - le conoscenze formali si univano a quelle derivanti dall'esperienza personale. Avevo anche percepito una nota di cordialità e apertura, nella breve autobiografia che costituisce un capitolo di Night Vision, e questo mi incoraggiò a scrivere in Norvegia. "Mi piacerebbe incontrarla" gli dicevo. "Vorrei anche visitare l'isola di Fuur, e l'ideale sarebbe poterlo fare con lei".
Avendo spedito questa lettera d'impulso, e ad un perfetto sconosciuto, fui sorpreso e sollevato dalla sua risposta, che arrivò dopo pochi giorni: "Mi farebbe molto piacere accompagnarla per un paio di giorni" scriveva. Dal momento che gli studi originali su Fuur risalivano agli anni Quaranta e Cinquanta, egli aggiungeva che la visita gli avrebbe consentito di procurarsi informazioni più aggiorniate. Un mese dopo, Nordby mi scrisse di nuovo: "Ho appena parlato con il migliore specialista danese di acromatopsia, il quale mi ha detto che sull'isola di Fuur non è rimasto più nessun soggetto. Tutti i casi descritti negli studi originali o sono morti ... o sono emigrati da molto tempo. Mi dispiace di doverla deludere, dato che sarei stato molto lieto di andare con lei a Fuur per cercare gli ultimi acromatopsici sopravvissuti".
Anch'io ero contrariato, ma mi chiedevo se non fosse il caso di andare ugualmente. Immaginavo di trovarvi strane vestigia - fantasmi - degli acromatopsici che un tempo erano vissuti laggiù: case dagli intonaci stravaganti, vegetazione in bianco e nero, documenti, disegni, memorie e racconti sugli acromatopsici, custoditi da coloro che un tempo li avevano conosciuti. E poi c'era sempre Pingelap; mi avevano assicurato che là c'erano ancora acromatopsici "a bizzeffe". Riscrissi a Knut e gli chiesi se avesse voglia accompagnarmi in un viaggio di 16 000 chilometri , una sorta di avventura scientifica su Pingelap; mi rispose che gli sarebbe piaciuto molto e avrebbe potuto prendere qualche settimana di ferie in agosto.
Su Pingelap come su Fuur, la cecità cromatica esisteva da un secolo o più; ciò nondimeno, sebbene entrambe le isole fossero state oggetto di approfonditi studi genetici, nessuno ne aveva fatto la meta di esplorazioni per così dire wellsiane, per chiarirne gli aspetti umani; nessuno aveva studiato che cosa si provasse a essere acromatopsico in una comunità di acromatopsici: non solo a essere del tutto privi di percezione cromatica, ma, ad esempio, ad avere genitori e nonni, vicini e insegnanti, anch'essi ugualmente affetti - insomma, a essere parte di una cultura priva del concetto di colore e nella quale però, in compenso, altre forme di percezione e di attenzione potrebbero essere amplificate. Ebbi una visione, solo per metà fantastica, di un'intera cultura acromatopsica, con i suoi strani gusti, le sue arti, le sue abitudini alimentari o di abbigliamento: una cultura in cui il sensorio e l'immaginazione prendessero forme completamente diverse dalla nostra; in cui il concetto di "colore" fosse privo di referente o di significati fino alla totale assenza delle parole per nominare i colori, delle metafore cromatiche, del linguaggio per esprimerli. Una tale cultura, d'altra parte, avrebbe forse potuto sviluppare un linguaggio più efficace per descrivere le più impercettibili variazioni della tessitura e della tonalità - tutto quello che noi liquidiamo come "grigio".
In preda all'eccitazione, cominciai a fare piani per il viaggio a Pingelap. Telefonai al mio vecchio amico Eric Korn (Eric è scrittore, zoologo e libraio antiquario) e gli chiesi se sapesse qualcosa di Pingelap e delle isole Caroline. Un paio di settimane dopo, ricevetti un pacco: conteneva un sottile volume rilegato di pelle, intitolato A Residence of Eleven Years in New Holland and the Caroline Islands, being the Adventures Of James F. O'Connell. Il libro era stato pubblicato - così lessi - a Boston nel 1836; era un po' rovinato (e macchiato, pensai, dai marosi del Pacifico). Salpato da McQuarrietown, in Tasmania, O'Connell aveva visitato molte isole del Pacifico, ma la sua nave, il John Bull, era naufragata nelle Caroline, in un gruppo di isole che nel libro egli chiama Bonabee. Le sue descrizioni mi affascinarono: eravamo sul punto di visitare alcuni dei luoghi più remoti e meno conosciuti del mondo, probabilmente non molto cambiati dai tempi di O'Connell.
Chiesi al mio amico e collega Robert Wasserman se volesse unirsi a noi. Bob è un oculista, e quindi nel suo lavoro incontra molte persone affette da parziale cecità cromatica; ma come me, nemmeno lui si era mai imbattuto in qualcuno nato completamente acromatopsico. Insieme avevamo lavorato su diversi casi che avevano a che fare con la visione, compreso quello del pittore che non vedeva i colori, il signor I. Da giovani, negli anni Sessanta, avevamo fatto insieme pratica di neuropatologia, e io mi ricordai di avergli sentito raccontare di quando, durante un viaggio in auto nel Maine, il suo bambino di quattro anni, Eric, aveva esclamato "Guarda che bell'erba arancione!". "No," l'aveva corretto Bob "non è arancione; 'arancione' è il colore delle arance". "Certo," aveva ribattuto Eric "è arancione come un'arancia!". Questo fu per Bob il primo indizio della cecità cromatica del figlio. In seguito, all'età di sei anni, Eric aveva fatto un disegno intitolato The Battle of Grey Rock (La battaglia di Roccia Grigia), ma per dipingere la roccia aveva usato un bel colore rosa.
Come avevo sperato Bob fu affascinato dalla prospettiva di incontrare Knut e di andare tutti insieme a Pingelap. Appassionato di windsurf e di vela, Bob ama gli oceani e le isole e per chissà quali vie sa tutto sull'evoluzione delle canoe a bilanciere e dei battelli del Pacifico; non vedeva l'ora di osservarne uno in acqua, e magari di mettersi al timone lui stesso. Insieme con Knut, avremmo formato una squadra - una spedizione - al tempo stesso neurologica, scientifica e romantica, diretta alla volta dell'arcipelago delle Caroline e dell'isola dei senza colore.

© Adelphi Edizioni 1997