Da bambino soffrivo di emicranie visive
di Oliver Sacks



(Oliver Sacks, L'isola dei senza colore, Adelphi 1997, pp.25-29)

Da bambino soffrivo di emicranie visive, accompagnate dai classici scotomi scintillanti e dalle tipiche alterazioni del campo visivo, e anche da alterazioni della percezione cromatica, che per qualche minuto poteva affievolirsi o scomparire del tutto. Questa esperienza mi atterriva, ma al tempo stesso mi allettava, e mi portò a chiedermi come sarebbe stata la vita in un mondo completamente privo di colore - non solo per qualche minuto, ma per sempre. Avrei dovuto aspettare molti anni per avere una risposta, almeno parziale, nella persona di un paziente, Jonathan I., un pittore che aveva improvvisamente e completamente perduto la percezione del colore in seguito a un incidente automobilistico (e forse a un ictus). A quanto pareva, il signor I. aveva perso la visione cromatica non perché avesse subito un danno a livello oculare, ma in seguito alla compromissione delle parti del cervello che "costruiscono" la sensazione del colore. In verità, sembrava che egli avesse perso non solo la capacità di vedere i colori, ma anche di immaginarli o ricordarli, perfino di sognarli; e però, avendo trascorso tutta la sua vita precedente immerso nel colore, in qualche modo era consapevole - proprio come un amnesico - della perdita. Si lamentava di come il suo nuovo mondo gli apparisse impoverito, grottesco, anormale: la sua stessa arte, il cibo, perfino la moglie, gli apparivano ora "plumbei". Comunque, il signor I. non poté placare la mia curiosità su una questione al tempo stesso affine e del tutto diversa: nemmeno lui, infatti, poté spiegarmi che cosa si provi a non aver mai visto il colore, a non aver mai avuto la benché minima percezione della sua qualità primitiva, del suo valore nel mondo.
Il comune daltonismo, che deriva da un difetto delle cellule retiniche, è quasi sempre parziale, e alcune sue forme hanno un'incidenza elevata: la cecità per il rosso e il verde, ad esempio, si manifesta in un uomo su venti (è molto meno frequente nelle donne). Ma la cecità cromatica completa (detta anche acromatopsia) è di gran lunga più rara, visto che colpisce solo una persona su trenta o quarantamila. Come dev'essere il mondo, mi chiedevo, per chi nasce completamente cieco ai colori? Essendo inconsapevoli della loro privazione, forse costoro lo percepiscono non meno denso e vibrante del nostro. Potrebbero addirittura aver potenziato la propria percezione della tonalità, della tessitura, del movimento e della profondità visiva; ma allora dobbiamo pensare che essi vivano in un mondo per certi versi più intenso del nostro - in un mondo di accentuato realismo del quale possiamo solo cogliere l'eco nell'opera dei maestri della fotografia in bianco e nero? E se fossero loro a vedere strani noi, distratti da aspetti banali o irrilevanti del mondo visivo, e non abbastanza sensibili alla sua reale essenza visiva? A quei tempi potevo solo fare congetture, perché non avevo mai incontrato nessuno nato del tutto cieco ai colori.

Io credo che molti racconti di H.G. Wells, così fantastici, possano essere interpretati come metafore di certe realtà neurologiche e psicologiche. Uno dei miei preferiti è Il paese dei ciechi: vi si narra di un viaggiatore che giunge accidentalmente in una valle isolata delle Ande e rimane colpito nel vedere le case intonacate con vari colori in modo stravagante e irregolare. Chi le ha fatte così, egli pensa, doveva essere cieco come una talpa; e ben presto scopre che è proprio così, e che in effetti quella in cui si è imbattuto è un'intera società di ciechi. Il viaggiatore scopre che la loro cecità è dovuta a una malattia contratta trecento anni prima, e che con il passare del tempo il concetto stesso di vista è andato svanendo da questa cultura:
"Erano ciechi da quattordici generazioni, completamente segregati dal mondo dei vedenti, e il nome di ogni cosa attinente alla vista si era confuso o aveva cambiato senso... Buona parte della loro immaginazione si era disseccata come i loro occhi, ed essi si erano procurate nuove immagini con l'acuita sensibilità delle loro orecchie e dei loro polpastrelli".
Sulle prime il viaggiatore di Wells è sprezzante verso i ciechi, che considera invalidi da compatire; ben presto, però, la situazione si rovescia ed egli scopre che sono loro a vedere lui come un demente, soggetto alle allucinazioni prodotte da quegli organi mobili, irritabili, che ha sulla faccia (organi che nei ciechi sono atrofizzati e concepibili solo come fonte di disturbo e di illusioni). Quando si innamora di una giovane abitante della valle e desidera fermarvisi e sposarla, gli anziani, dopo aver molto riflettuto, acconsentono - purché egli accetti di farsi strappare quegli organi irritabili, i suoi occhi. Quarant'anni dopo avere letto questa storia per la prima volta, mi imbattei in un altro libro, scritto da Nora Ellen Groce, sulla sordità nell'isola di Martha's Vineyard. Sembra che un capitano di mare e suo fratello, originari del Kent, vi si fossero stabiliti negli anni Novanta del diciassettesimo secolo; entrambi avevano un udito normale, ma erano portatori di un gene recessivo per la sordità. Con il passare del tempo, con l'isolamento di Vineyard, e con i matrimoni fra consanguinei all'interno della comunità chiusa, la maggior parte dei loro discendenti finì per essere portatrice di tale gene; a metà del diciannovesimo secolo, in alcuni villaggi dell'interno, un quarto o più degli abitanti nasceva completamente sordo.
In questa comunità gli udenti non furono tanto discriminati, ma piuttosto assimilati: in questa cultura visiva, tutti -sordi o no - avevano imparato a usare il linguaggio dei segni (per molti versi migliore di quello parlato: ad esempio per comunicare a distanza, fra un peschereccio e l'altro, o magari per spettegolare in chiesa). Gli abitanti di Vineyard chiacchieravano, insegnavano e discutevano con il linguaggio dei segni - lo usavano perfino per pensare e sognare. Martha's Vineyard era un autentico paese dei sordi. Alexander Graham Bell, che la visitò negli anni Settanta del secolo scorso, si chiese se essa non ospitasse un'intera "varietà sorda della razza umana", capace poi di diffondersi in tutto il mondo.
Sapendo che, come questa forma di sordità, anche l'acromatopsia congenita è ereditaria, non potei fare a meno di chiedermi se, da qualche parte sul pianeta, esistesse un'isola, un villaggio, una valle popolata da acromatopsici.

© Adelphi Edizioni 1997