Futurismo. I grandi temi.
La metropoli

"...Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole pei contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti al sole con luccichio di coltelli; i piroscafi avventurosi che fiutano l'orizzonte, le locomotive dall'ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d'acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta..."
(F. T. Marinetti, Fondazione e manifesto del futurismo, in "Le Figaro", Parigi, 20 febbraio 1909.)


"...La Casa e la Città Futuriste. La casa e la città spiritualmente e materialmente nostre, nelle quali il nostro tumulto possa svolgersi senza parere un grottesco anacronismo [...]. Il problema dell'architettura futurista non è un problema di rimaneggiamento lineare [...]. Questa architettura non può essere soggetta a nessuna legge di continuità storica. Deve essere nuova come è nuovo il nostro stato d'animo [...].
Noi dobbiamo inventare e rifabbricare la città futurista simile ad un immenso cantiere tumultuante, agile, mobile, dinamico in ogni sua parte, e la casa futurista simile ad una macchina gigantesca [...].
L'architettura futurista è l'architettura del calcolo, della audacia temeraria e della semplicità [...].
Per l'architettura si deve intendere lo sforzo di armonizzare con libertà e con grande audacia, l'ambiente con l'uomo, cioè rendere il mondo delle cose una proiezione diretta del mondo dello spirito [...].
Da un'architettura così concepita non può nascere nessuna abitudine plastica e lineare, perché i caratteri fondamentali dell'architettura futurista saranno la caducità e la transitorietà. LE COSE DURERANNO MENO DI NOI. OGNI GENERAZIONE DOVRA' FABBRICARSI LA SUA CITTÀ'..."
(A. Sant'Elia, L'architettura futurista, Milano, 11 luglio 1914.)


"Avremo un'architettura oltremodo suggestiva col suo centro estetico nel dramma delle proprie forze. Architettura drammatica. Intuizione costruttiva atto primo della creazione. Conciliazione del comodo pratico con la lirica di un dramma energetico chiesto all'ingegneria pura..."
(V. Marchi, Manifesto dell'architettura futurista dinamica, stato d'animo, drammatica, in "Roma Futurista", n. 72, 29 gennaio 1920.)


Avvertenza:

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1/5. Luigi Russolo
I lampi (prima versione), 1909-10.




1/20. Antonio Sant'Elia
Schizzo per la nuova Stazione di Milano, 1913-14.




1/26. Antonio Sant'Elia
La città nuova, 1914.




1/28. Mario Chiattone
Ponte e studio di volumi, 1914.




1/29. Mario Chiattone
Costruzioni per una metropoli moderna, 1914.




1/33. Virgilio Marchi
Edificio visto da un aeroplano virante, 1919-20.




1/39. Tullio Crali
Aeroporto stazione, aeroporto urbano, 1931.


Il rapporto con la città è senz'altro uno dei nodi centrali della poetica futurista, e anche uno dei suoi aspetti più problematici e articolati. La città, nella sua crescita vorticosa, come potevano vederla i futuristi alla soglia del nuovo secolo, era il luogo privilegiato, infatti, di una modernità che, con la sua forza travolgente, sembrava ormai a portata di mano.
La sezione, che apre emblematicamente la mostra cerca di offrire un quadro d'insieme di questo nuovo rapporto.

Le forze che agiscono nello spazio urbano trasformano radicalmente la percezione stessa della città, non più scenografica rappresentazione di un'idea di ordine monumentale (come era ancora nelle vicine ristrutturazioni ottocentesche), ma sistema in continuo divenire, dove le relazioni si pongono ormai sulla base della trasformazione e sui rapporti la cui essenza è la velocità.
Opere come quelle di Umberto Boccioni (Rissa in Galleria, 1910, Giganti e pigmei, 1910, gli Studi per La città che sale, 1910-11, le diverse variazioni di studi di compenetrazione del movimento nello spazio urbano, come Studio per cavallo+cavaliere+caseggiato, 1913-14, ecc.) sono fra le molte importanti immagini presenti in mostra in questa nuova, tempestosa relazionalità. Così come quelle di Severini, realizzate a Parigi, quali Nord/Sud, 1912, Ritmo plastico del 14 luglio, 1913, Tabac-Coiffeur, in cui il dinamismo fisico si assomma a una forte soggettivazione attraverso componenti psicologiche e di memoria. O ancora quelle di Balla (Dinamismo di un'automobile), di Russolo (I Lampi, 1909-10), del giovane Funi (Uomo che scende dal tram, 1914), di Soffici (La strada, 1913), ecc.
Ma la città è anche il luogo dello scontro, delle tensioni che sono tutt'uno con le trasformazioni di un contesto che non è solo spaziale ma anche sociale, come in opere quali la citata Rissa in Galleria.
Il guardare la città ottimisticamente, come luogo in cui s'incarna il futuro, fa sì che essa diventi allo stesso tempo un festoso e colorato "giocattolo" e una sorta di grande e felice ingranaggio, segnando il passaggio fra primo e secondo futurismo nelle opere di Depero (Subway), di Farfa, di Crali, di Dottori.
Ma non manca anche una sensibilità più inquietante nei confronti di una città che può divenire luogo di alienazione, come si può ben avvertire nelle opere di Sironi (Il camion, 1914, Aeroplano con paesaggio urbano, 1917).
La sezione si conclude con la proposta di una nuova immagine per la città, in termini più specificamente architettonici e urbanistici: dalla solo apparente visionarietà progettuale di Sant'Elia al sogno "espressionista" della metropoli del futuro di Marchi, fino alle proposte di un linguaggio costruttivo per le nuove strutture della città futurista di Chiattone e Sartoris: veri e propri ponti di passaggio fra visione futurista e concezione razionalista dello spazio urbano.

© Mazzotta Editore

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