Il Cavaliere azzurro (rievocazione)
di Vassily Kandinsky



(Lettera a Paul Westheim redattore del periodico "Das Kunstblatt", che la pubblicò nel 1930, contenuta nel volume II di Vassily Kandinsky, Tutti gli scritti, Feltrinelli 1974, pp.191-194)

Stimatissimo signor Westheim,
Lei mi chiede di parlare delle origini del "Cavaliere azzurro".
Oggi - a distanza di tanti anni - questo desiderio è più che giustificato e io aderisco molto volentieri alla sua richiesta.
Oggi - a distanza di tanti anni - l'atmosfera spirituale nella città di Monaco, così bella e nonostante tutto a me cara, è mutata radicalmente. Lo Schwabing, che era allora così chiassoso e turbolento, si è ammutolito; nessun suono più se ne propaga. Peccato per la bella Monaco e ancor più per lo Schwabing, un po' comico, alquanto eccentrico e tronfio, nelle cui strade un individuo - uomo o donna (a Weibsbuild) - senza tavolozza o senza tela, o almeno senza una cartella da disegno, avrebbe subito attratto l'attenzione. Come un "estraneo" in un "nido". Tutti dipingevano... o componevano versi o musica, o cominciavano a ballare. In ogni casa si trovavano sotto il tetto almeno due studi, dove non sempre si dipingeva molto ma dove sempre si discuteva, si disputava, si filosofava e si beveva senza mezze misure (l'entità delle bevute dipendeva più dalle condizioni della borsa che dallo stato d'animo).
"Che cos'è lo Schwabing?", mi chiese una volta a Monaco un berlinese. "E' la parte settentrionale della città", rispose un monachese. "Niente affatto", soggiunse un altro, "è una condizione spirituale." Questa seconda definizione era la più giusta. Lo Schwabing era un'isola spirituale nel mondo, in Germania, e per lo più nella stessa Monaco.
Là io vissi molti anni. Là dipinsi il mio primo quadro astratto. Là rimuginai i miei pensieri sulla pittura "pura", sull'arte pura. Cercavo di procedere "analiticamente", di scoprire nessi sintetici, sognavo l'avvento della "grande sintesi", mi sentivo tenuto a comunicare i miei pensieri non soltanto all'isola che mi circondava, ma agli uomini che vivevano fuori di quest'isola. Li sentivo fecondanti e necessari.
Così dai miei appunti sparsi pro domo sua venne fuori il mio primo libro, Dello spirituale nell'arte. Nel 1910 il libro era finito ma mi rimase nel cassetto perché nemmeno un editore ebbei l coraggio di rischiare la somma (in definitiva abbastanza piccola) che sarebbe costata la pubblicazione.
Nemmeno il caldissimo interessamento del grande Hugo von Tschudi approdò a nulla.
Nello stesso periodo maturò il mio desiderio di mettere insieme un libro (una sorta di Almanacco) composto esclusivamente da artisti. Pensavo innanzitutto a pittori e musicisti. Il pernicioso isolamento di un'arte nei confronti dell'altra, e più ancora quello dell'"arte" nei confronti dell'arte popolare, dell'arte infantile, dell'"etnografia"*, le solide mura erette fra i fenomeni ai miei occhi così affini o più spesso identici, in una parola le relazioni sintetiche non mi davano pace. Oggi può apparire strano il fatto che per molto tempo non riuscissi a trovare collaboratori né mezzi, né, per dirla in breve, un interesse sufficiente per questa idea.
Era quella l'epoca dei gagliardi inizi dei molti "ismi", epoca che non conosceva ancora una sensibilità sintetica e aveva il suo interesse principale in appassionate "guerre civili".
Quasi contemporaneamente (1911-1912) vennero al mondo in pittura due grandi "correnti": il cubismo e la pittura astratta (= assoluta). Nello stesso periodo sorsero il futurismo, il dadaismo e l'espressionismo, che si impose ben presto. Così andavano le cose.
La musica atonale e il suo rappresentante, allora fischiato ovunque, Arnold Schönberg, agitavano gli animi non meno dei citati ismi pittorici. Conobbi allora Schönberg e trovai immediatamente in lui un fautore entusiasta dell'idea del Cavaliere azzurro. (Fu allora solo uno scambio epistolare, la conoscenza personale avvenne un po' più tardi.)
Ero già in contatto con alcuni artisti che avrebbero in seguito collaborato. Il Cavaliere azzurro era del tutto in spe, né c'erano ancora prospettive di una sua materializzazione. Dal Sindelsdorf venne allora Franz Marc.
Bastò un colloquio e ci intendemmo completamente. In quest'uomo indimenticabile trovai un esemplare allora rarissimo (ma oggi non è altrettanto raro?) di un artista in grado di guardare molto oltre i limiti di una "mania per le associazioni", un artista contrario, non esteriormente bensì interiormente, a tutte le tradizioni che agissero come un vincolo, un impedimento. A Franz Marc dovetti la pubblicazione dello Spirituale da parte della casa editrice Piper: fu Marc a spianare la strada.
Per lunghi giorni, sere e a volte anche per molte ore notturne discutemmo sul modo di procedere. A entrambi fu ben chiaro fin da principio che dovevamo procedere in modo rigidamente dittatoriale: dovevamo rinunciare alla libertà in cambio della realizzazione dell'idea.

Franz Marc portò un valido collaboratore nella persona dell'allora giovanissimo August Macke. Gli affidammo il compito di provvedere principalmente al materiale etnografico, e a questa ricerca collaborammo anche noi. Egli assolse brillantemente il suo compito e ne ricevette un altro, quello di scrivere un saggio sulle maschere, e svolse anche tale compito felicemente.
Io procurai i collaboratori di nazionalità russa (pittori, compositori, teorici) e ne tradussi gli articoli.
Marc portò da Berlino un gran numero di fogli: era la "Brücke", che era stata fondata da poco e che era completamente sconosciuta a Monaco.
"Artista, crea, non parlare!", ci scrissero e dissero alcuni artisti, rifiutando la nostra richiesta di collaborazione con articoli. Tutto questo appartiene però al capitolo dei rifiuti, delle lotte, delle indignazioni, che deve restar fuori da questa rievocazione.
C'era una gran fretta! Ancor prima dell'uscita del volume, Franz Marc e io allestimmo la prima esposizione della redazione del Cavaliere azzurro** nella Galleria Thannhäuser: la base era la stessa: evitare di diffondere una "direzione" determinata, esclusiva, illustrare la coesistenza di fenomeni diversissimi nella nuova pittura su base internazionale e... dittatura. "...come il desiderio interiore degli artisti si configuri in modo molteplice", scrissi nella prefazione. La seconda (e ultima) esposizione fu ristretta alle opere grafiche ed ebbe luogo nella galleria, allora appena aperta, di Hans Gotz; questi mi scrisse ancora due anni fa, poco prima della sua morte, rievocando con grande entusiasmo quel periodo fantastico.
Mio vicino allo Schwabing era Paul Klee, che era ancora molto "piccolo". Posso però affermare con orgoglio giustificato di aver intuito allora nei suoi piccolissimi disegni (non dipingeva ancora) quello che sarebbe divenuto più tardi il grande Klee. Un suo disegno si trova nel Cavaliere azzurro.
Sento il bisogno di menzionare anche il generoso mecenate di Franz Marc, morto anche lui da poco tempo, Bernhard Koehler. Senza la sua liberalità il Cavaliere azzurro sarebbe rimasto una bela utopia, e tali sarebbero rimasti anche il "Primo salone tedesco d'autunno" di Herwarth Walden e numerose altre iniziative.
Il mio prossimo progetto, per il volume successivo del Cavaliere azzurro, era quello di mettere a confronto l'arte e la scienza: origine, sviluppo nel modo di lavorare, finalità. Oggi so, molto meglio di allora, quante radici minori siano da ricondurre a un'unica grande radice: è questo il lavoro del futuro.
Ma allora venne la guerra e si portò via anche questi modesti progetti.
Ciò che è però assolutamente necessario - sto parlando della necessità interiore - può essere differito, ma non sradicato.
Con i migliori saluti
Suo Kandinsky

* La mia passione per l'etnografia ha radici molto antiche: già quand'ero studente all'Università di Mosca mi resi conto, anche se in modo non del tutto consapevole, che l'etnografia è non meno arte che scienza. Il fatto decisivo fu però l'impressione sconvolgente che ricevetti molto più tardi quando, visitando il Museo di Etnologia di Berlino, venni a conoscere l'arte negra!

** Trovammo il nome "Cavaliere azzurro" prendendo insieme il caffè sotto il pergolato di Sindelsdorf; entrambi amavamo l'azzurro. Marc i cavalli, io i cavalieri. Così il nome venne da sé. E il favoloso caffè della signora Maria Marc ci piacque ancora di più.

© Feltrinelli