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Buon senso e senso comune di Gilles Deleuze (Gilles Deleuze, Differenza e ripetizione, Raffaello Cortina Editore 1997, pp.292-294) |
A questo punto, è bene precisare perlomeno i rapporti del buon senso con il senso comune. Il senso comune è definito soggettivamente mediante l'identità presunta di un Io come unità e fondamento di tutte le facoltà, e oggettivamente mediante l'identità dell'oggetto qualsiasi, a cui tutte le facoltà si presume debbano riferirsi. Ma questa duplice identità resta statica. Non si è l'Io universale, così come non ci si trova dinanzi all'oggetto qualsiasi universale. Al pari degli Io, gli oggetti sono ritagliati da e in campi di individuazione. Occorre quindi che il senso comune si superi verso una diversa istanza, dinamica, capace di determinare l'oggetto qualsiasi come questo o quello e di individualizzare l'io situato in tale insieme di oggetti. Quest'altra istanza è il buon senso derivante da una differenza all'origine dell'individuazione. Ma per l'appunto, in quanto assicura la ripartizione sì da tendere ad annullarsi nell'oggetto, in quanto dà una regola secondo cui i differenti oggetti tendono a loro volta a uguagliarsi, e i differenti Io a uniformarsi, il buon senso si supera verso l'istanza del senso comune che gli fornisce la forma dell'Io universale come dell'oggetto qualsiasi. Il buon senso dispone dunque a sua volta di due definizioni, l'una oggettiva e l'altra soggettiva, corrispondenti alle definizioni del senso comune: regola di ripartizione universale, e regola universalmente ripartita. Buon senso e senso comune rimandano l'uno all'altro, l'uno riflette l'altro costituendo la metà dell'ortodossia. In questa reciprocità o duplice riflessione, è possibile definire il senso comune mediante il processo del riconoscimento, e il buon senso mediante quello della previsione. L'uno, come la sintesi qualitativa del diverso, sintesi statica della diversità qualitativa riferita a un oggetto che si suppone identico per tutte le facoltàdi un medesimo soggetto; l'altro, come la sintesi quantitativa della differenza, sintesi dinamica della differenza di qualità riferita a un sistema in cui si annulla oggettivamente e soggettivamente. * A Lalande, Les illusions évolutionnistes, Alcan, Paris 1930, pp.347-348. E a p.378: "La produzione della differenza, contraria alle leggi generali del pensiero, è, rigorosamente parlando, inesplicabile". © Raffaello Cortina Editore 1997 |