Prefazione a La rivoluzione dimenticata
di Marcello Cini



(Lucio Russo, La rivoluzione dimenticata. Il pensiero scientifico greco e la scienza moderna, Prefazione di Marcello Cini, Feltrinelli 1996, pp. 7-13)

Io credo che questo libro di Lucio Russo sia paragonabile al tempo stesso a una sensazionale scoperta archeologica e a una importante teoria scientifica. Della prima condivide la sistematica opera di recupero, condotta con certosina pazienza, di una infinità di indizi, di testimonianze e di relitti che permettono di ricostruire le prove dell'esistenza di una civiltà sepolta, fornendone una rappresentazione animata e vivace. Della seconda condivide la lucida costruzione di una rete di ipotesi collegate fra loro da nessi logicamente ineccepibili che porta a conclusioni nuove e impreviste, contestabili soltanto sulla base di controdeduzioni altrettanto rigorose o di nuovi dati che alle premesse di partenza contrappongano altre premesse considerate più plausibili. Non è uno strano ibrido. E al contrario il risultato della duplice personalità del suo autore, che è al tempo stesso un matematico di grande valore e un profondo conoscitore della lingua e dei classici greci, oltre che della vastissima letteratura secondaria antica e moderna che di essi si occupa. E' proprio questa originalissima miscela di competenze e di mentalità che ha permesso all'autore di vedere, nell'insieme di dati raccolti e di frammenti sparsi, un quadro d'insieme completamente diverso da quello tradizionale, secondo un riordinamento della Gestalt visiva, tipico, secondo la felice metafora proposta da Thomas Kuhn, di un mutamento di paradigma.

Le sue conclusioni non mancheranno di suscitare animate polemiche. Esse infatti contraddicono radicalmente la ricostruzione e la valutazione del periodo ellenistico condivise dalla grande maggioranza degli storici della civiltà greca, presentandone un'immagine che sovverte lo stereotipo trasmesso di generazione in generazione dalle istituzioni scolastiche alla cultura diffusa, per la quale l'ellenismo continua in genere ad apparire un "periodo di decadenza", la cui eredità culturale è per noi assai meno essenziale di quella del periodo classico.

Lucio Russo dimostra, e scusate se è poco, che la nascita della "scienza moderna" va retrodatata di duemila anni, fino alla fine del IV secolo a.C., e che i due soli "scienziati" dell'antichità noti al vasto pubblico, Euclide e Archimede - il primo come esempio particolare delle capacità di astrazione di un pensiero greco dedito tuttavia soprattutto alla speculazione filosofica, e il secondo, oltre che per aver gridato Eureka! correndo nudo fuori dal bagno, come stravagante inventore di specchi ustori e di leve per sollevare il mondo - non furono isolati e incerti precursori di una forma di pensiero che soltanto nel XVII secolo d.C. sarebbe rigogliosamente fiorito. Furono al contrario due esponenti di spicco di una vasta schiera di raffinati e avanzatissimi scienziati - da Erofilo, fondatore della medicina scientifica, a Eratostene, il primo matematico che riuscì a fornire una misura straordinariamente precisa della lunghezza del meridiano terrestre, da Aristarco di Samo, ideatore dell'astronomia eliocentrica, a Ipparco, anticipatore della dinamica moderna e della teoria della gravitazione, da Ctesibio, abilissimo costruttore di strumenti meccanici e idraulici, al naturalista e filosofo Crisippo - dei quali al di fuori del nome si è persa quasi ogni traccia, protagonisti di una "rivoluzione scientifica" giunta a livelli di elaborazione teorica e di pratica sperimentale tali da far apparire a loro volta Galileo e Newton come apprendisti un po' confusi, anche se geniali, alle prime armi.

Affermazioni di questa portata sollevano subito interrogativi di vario genere. In primo luogo viene spontaneo domandarsi: perché, se il livello scientifico e tecnologico raggiunto dalla civiltà ellenistica è veramente stato quello descritto dal nostro autore, i Romani, con il loro senso pratico, non ne hanno ereditato, sviluppandole, le conquiste teoriche e pratiche nei secoli successivi? E ancora: come è possibile che tutti gli innumerevoli studiosi impegnati, a partire dal Rinascimento ma soprattutto negli ultimi due secoli, nel riportare alla luce ogni possibile traccia della cultura greco-romana, abbiano ignorato le testimonianze di questo straordinario fenomeno culturale e sociale, che avrebbe interessato l'intera area mediterranea per più di due secoli, riducendone la rilevanza alle dimensioni dell'occasionale comparsa di qualche artigiano ingegnoso o di qualche matematico geniale ma incapace di utilizzare le sue doti di astrazione per la conoscenza del mondo reale? E infine: come è accaduto che la scienza moderna abbia potuto ripercorrere a tentoni le stesse tappe del processo di sviluppo di una cultura nata in un contesto diverso duemila anni prima?

Alla prima domanda il libro risponde con più argomentazioni. Anzitutto sottolineando che la distruzione da parte dei Romani degli stati ellenistici, iniziata con la conquista di Siracusa e l'uccisione di Archimede nel 212 e conclusa con la distruzione di Corinto nel 146 a.C., ha portato anche a due secoli di oscurantismo e di ignoranza. Non bisogna confondere, ci mette in guardia il nostro autore, i Romani del III e II secolo a.C. con la civiltà di Virgilio e Orazio. La raffinata cultura di alcuni intellettuali romani fu resa possibile proprio dal contatto continuo con la civiltà ellenistica attraverso i Greci deportati come schiavi e i libri e le opere d'arte depredate. Occorsero però per questo diverse generazioni. Ma non basta. Anche quando, con l'innalzamento del livello culturale del "fero vincitore", gli scrittori romani di epoca imperiale come Plinio e Seneca arrivano a interessarsi alla lettura delle opere scientifiche ellenistiche, non riescono più a seguire la logica delle argomentazioni e si limitano a suscitare la meraviglia del lettore per le loro conclusioni inaspettate eliminando i nessi logici e sostituendoli con connessioni assolutamente arbitrarie.

Per capire a che livello di incomprensione avveniva la lettura di quegli antichi testi, basta citare un passo di Plinio, che dedica molte pagine a una descrizione della vita delle api. Il confronto con la spiegazione della forma esagonale delle cellette fornita successivamente da Pappo che interpretando correttamente quei testi riferisce che le api risolvono un problema di ottimizzazione, in quanto tra i poligoni regolari con i quali si può pavimentare un piano, l'esagono è quello con il massimo rapporto area/perimetro, e pertanto è quello che permette di usare la minima quantità di cera a parità di contenuto di miele - mostra come Plinio sostituisse le complesse argomentazioni scientifiche originali con la spiegazione certamente più semplice, ma oltremodo fantasiosa che suona: "Ogni cella è esagonale, perché ognuna delle sei zampe dell'ape ha fatto un lato".

Una seconda ragione, strutturale, del disinteresse dei Romani per le conoscenze scientifiche e le realizzazioni tecnologiche della civiltà ellenistica, e della loro incapacità di comprenderle, sta nella profonda diversità delle rispettive basi economico-produttive. Con la conquista romana cessò, infatti, il rapporto fra scienza e politica, fallì cioè l'idea dei primi sovrani ellenistici di usare la scienza come strumento di potere; a questo scopo si rivelarono ben più efficienti l'organizzazione militare e il diritto.

Il confronto fra Alessandria all'apice del suo fulgore e la Roma imperiale è estremamente significativo. Alessandria, fondata nel 331 a.C., divenne rapidamente la maggiore e più ricca città del mondo conosciuto, e tale rimase anche durante i primi secoli della dominazione romana. La costruzione nel 280 a.C. del Faro, un'opera di alta tecnologia che richiese la costruzione di specchi parabolici capaci di renderne la luce visibile a una cinquantina di chilometri, documenta l'intensità dei traffici marittimi dei quali la città era il centro. Per di più, esistono indizi molteplici che questa ricchezza fosse soprattutto dovuta alla vendita in altri paesi dei prodotti delle sue industrie, che esportavano ovunque farmaci, unguenti, profumi, coloranti, tessuti, oggetti di vetro e metallo, carta di papiro, tutte merci di contenuto tecnologico elevato.

Inoltre, nell'Egitto tolemaico non erano impiegate grandi masse di schiavi: la schiavitù era essenzialmente limitata all'ambito domestico. La tesi corrente secondo la quale la presenza della schiavitù "nell'Antichità" toglieva ogni interesse al progresso tecnologico è dunque smentita da questi fatti per quanto riguarda la società ellenistica. Vale, al contrario, per Roma, che era una città parassita, come risulta sia da un esame dell'interscambio commerciale (giungono nel porto di Ostia navi colme di prodotti da tutto l'impero, ma non riparte praticamente nulla), che dall'altissimo livello della disoccupazione durante tutto il periodo imperiale. Uno degli aneddoti più citati a questo proposito riguarda l'imperatore Vespasiano, che rifiutò l'installazione di un paranco idraulico dicendo di non voler togliere lavoro al popolino romano. Sembra dunque corretto affermare che allo stretto rapporto fra scienza, tecnologia ed economia che caratterizza la civiltà alessandrina, corrisponde l'accompagnarsi dell'estraneità di Roma per la cultura scientifica con la natura parassitaria della sua economia.

Queste considerazioni rispondono in parte anche alla seconda domanda. A causa del disinteresse dei conquistatori per la cultura scientifica e tecnologica della società alessandrina la maggior parte dei testi originali dei suoi scienziati andò perduta. Molte delle loro teorie e dei risultati delle loro ricerche furono ripresi, riprodotti e riassunti da autori dell'epoca imperiale, molti dei quali non avevano più la possibilità di comprendere fino in fondo gli algoritmi, i ragionamenti e i calcoli che erano stati impiegati, né di ripetere gli esperimenti sui quali quei risultati si fondavano o ne erano convalidati. Così, ad esempio, nel II secolo d.C., il più celebre astronomo dell'antichità, Tolomeo, utilizza, dopo qualche secolo di completa cessazione di ogni attività scientifica, i dati osservativi dei suoi predecessori Aristarco e Ipparco, senza più essere in grado di ricalcolare i valori dei parametri da essi utilizzati, che nel frattempo, con il trascorrere del tempo, erano cambiati. In modo analogo si può affermare che la tecnologia descritta da Erone di Alessandria, vissuto nel primo secolo d.C., che comprende una quantità di dispositivi come viti, cremagliere, ingranaggi moltiplicatori, catene di trasmissione, eliche, stantuffi e vari tipi di valvole, e utilizza fonti di energia come quella idraulica, eolica e il vapore, è molto probabilmente una compilazione tratta da opere ellenistiche precedenti di almeno due o tre secoli.

Insomma, si può dire che la maggior parte delle testimonianze sulle opere scomparse, redatte molti secoli dopo, risultano gravemente inadeguate, perché incomplete, approssimative e spesso male interpretate. La selezione dei posteri ha successivamente privilegiato le compilazioni o comunque le opere scritte in un linguaggio ancora comprensibile nella tarda Antichità e nel Medio Evo, quando la civiltà era regredita al livello prescientifico. Questo fatto ha contribuito non poco alla "rimozione" dell'ellenismo da parte della cultura moderna. E' accaduto infatti che gli studiosi dell'Antichità, appartenenti nella stragrande maggioranza all'area della cultura umanistica e dunque privi degli strumenti concettuali per analizzare criticamente i testi rimasti, hanno attribuito ai protagonisti della rivoluzione scientifica della civiltà ellenistica il livello relativamente basso degli scritti dei loro epigoni e divulgatori, riducendo la statura intellettuale dei primi rispetto alle altezze raggiunte dal pensiero speculativo del periodo classico. La tradizionale separazione fra le "due culture" ha completato il giudizio corrente che vede il periodo ellenistico come un periodo di "decadenza" rispetto all'apogeo raggiunto dalla filosofia nei due secoli precedenti.
Alla terza domanda Russo risponde semplicemente che la nascita della scienza moderna non è stata né indipendente né casuale. Anzi, i "moderni" non fecero altro, all'inizio, che gradatamente riappropriarsi di conoscenze via via riportate alla luce dal ritrovamento di manoscritti greci, arabi e bizantini importati in Italia dal crescente flusso di traffici commerciali e culturali. "Gli intellettuali rinascimentali," scrive Russo, "non erano in grado di capire le teorie scientifiche ellenistiche, ma come bambini intelligenti e curiosi che entrano per la prima volta in una biblioteca, erano attratti dai singoli risultati e in particolare da quelli illustrati nei manoscritti con disegni; ad esempio, in ordine casuale: le dissezioni anatomiche, la prospettiva, gli ingranaggi, le macchine pneumatiche, la fusione di grosse opere in bronzo, le macchine belliche, l'idraulica, gli automi, la ritrattistica 'psicologica', la costruzione di strumenti musicali."

Il più famoso tra gli intellettuali attratti da tutte queste "novità" è Leonardo da Vinci, che riuscì a mettere in pratica, utilizzando le sue straordinarie doti di pittore e di osservatore, alcune delle idee contenute negli antichi testi: dallo studio dell'anatomia con la dissezione dei cadaveri a quello delle opere idrauliche. Tuttavia i disegni di Leonardo raffigurano in genere oggetti irrealizzabili ai suoi tempi perché mancava la tecnologia corrispondente. Ma non di una eccezionale capacità di anticipazione si tratta, ma semplicemente del fatto che all'origine di quei disegni vi erano altri disegni, risalenti a un'epoca in cui la tecnologia era stata ben più avanzata.

Lo stesso Copernico aveva ben chiaro che la sua teoria eliocentrica era una ripresa dell'ipotesi di Aristarco. Ma egli fece di più: riprese anche la teoria policentrica della gravità (capace di spiegare la forma sferica di Terra, Sole, Luna) riferita da Plutarco, superando quella aristotelica. La "rivoluzione copernicana" fu dunque più una battaglia culturale, condotta con l'aiuto delle conoscenze più avanzate dell'Antichità contro la cosmologia che la cultura medievale aveva elaborato sulla base del sistema tolemaico, che non una "scoperta" scientifica autonoma e originale.

La tesi di Russo va però assai più in là. Anche la rivoluzione scientifica del XVII secolo sarebbe stata essenzialmente la riscoperta di quella di duemila anni prima. Per dimostrare il suo assunto egli analizza l'opera dei suoi due protagonisti principali, Galileo e Newton, rintracciandovi numerosi legami con quella degli antichi scienziati. "Poiché Galileo (...) viene presentato spesso come il fondatore di un metodo nuovo, quasi senza precedenti storici," egli scrive, "va sottolineato che in Galileo l'obiettivo di recuperare la scienza ellenistica è del tutto chiaro ed esplicito." Un obiettivo che riprende dai suoi lontani maestri sia l'idea del metodo sperimentale che quella del metodo dimostrativo. "Manca però ancora in lui," egli aggiunge, "la capacità di usare i più raffinati strumenti matematici ellenistici. Egli infatti, mentre è in grado di usare il metodo dimostrativo euclideo e l'algebra geometrica, non riesce ancora a comprendere del tutto (come del resto non riuscirà nessun altro dopo di lui ancora per più di due secoli) il cosiddetto 'metodo di esaustione' e la teoria delle proporzioni."

Ancora più approfondita è l'analisi critica dell'opera di Newton. Quest'analisi mette in evidenza la contraddizione fra la "debolezza metodologica" dei fondamenti della teoria della gravitazione e l'effettiva evoluzione della dinamica newtoniana verso una teoria coerente al suo interno , utilizzabile subito come modello di moti reali, in particolare di quello dei pianeti. Secondo Russo, infatti, quei fondamenti sono soltanto un eclettico tentativo di utilizzare un ordine espositivo assiomatico-deduttivo non come base di una "teoria scientifica" nel senso di Euclide e di Archimede, ma per sviluppare una filosofia della natura basata su concetti aristotelici. Questa contraddizione si spiegherebbe con la sostanziale coerenza, assicurata da una preesistente comune origine, fra i diversi elementi metodologici, concettuali e osservativi mutuati da Newton dalle fonti ellenistiche a sua disposizione. "Le affermazioni genuinamente aristoteliche," scrive ad esempio Russo, "pur se inserite da Newton sin dall'inizio dell'opera, non potevano alterare la dimostrazione di teoremi della teoria delle coniche effettuate secondo il modello di ApolIonio." D'altra parte, la stessa legge "newtoniana" della gravitazione, cioè la legge della dipendenza della forza dall'inverso dei quadrati delle distanze, è riferita da Newton stesso come una conoscenza pitagorica.

Nonostante fosse basata da una parte sulla scienza ellenistica, e dall'altra sulla riflessione circa prodotti tecnologici aventi anch'essi in larga misura la stessa origine, la scienza moderna raggiunse tuttavia abbastanza rapidamente una fase in cui appare molto più "potente". Perché? Russo elenca alcune plausibili ragioni tecniche. Ad esempio il sopravvento acquistato dal calcolo numerico sui metodi geometrici grazie all'uso delle tavole dei logaritmi, pubblicate per la prima volta nel 1614. L'idea, anch'essa, non era nuova, perché era già stata formulata lucidamente da Archimede. Ma, e qui il ragionamento si allarga alla sfera sociale, nuova era la domanda di questo nuovo strumento di calcolo, derivante dall'allargamento del numero degli utilizzatori dei metodi scientifici. "Gli elementi di superiorità della scienza moderna," conclude l'autore, "non sembrano poggiare su idee radicalmente nuove, ma piuttosto sul fatto che elementi dell'antica cultura hanno avuto di nuovo nell'Europa moderna la possibilità di interagire e di svilupparsi, con il vantaggio di potersi avvalere di una base sociale molto più ampia, che permetteva di disporre di una quantità di dati molto più vasta." ...

© Feltrinelli 1996