La scommessa
di Pier Aldo Rovatti

 
(Pier Aldo Rovatti, Il paiolo bucato. La nostra condizione paradossale, pp.201-209, Raffaello Cortina Editore 1998)

Le pagine notissime di Pascal sulla scommessa conservano per noi una curiosa attualità. Esse appartengono, come tutti sanno, al corpus dei Pensieri e riguardano un argomento all'apparenza lontano dai nostri interessi: il credere o no nell'esistenza di Dio. L'argomento ha un tono decisamente "laico", se non altro per il fatto che Pascal accomuna la psico-logica del credente alla psico-logica del giocatore d'azzardo. Ma è poi, quest'ultimo, uno strano giocatore che dice: "conviene scommettere". Strano perché il cliché del giocatore, di tutti i giocatori d'azzardo, da quelli letterari a quelli - diciamo - reali e normali, è il sentimento destinale della perdita: anche se vince una volta o tante volte, il giocatore sa di essere destinato a perdere e forse continua a giocare, e ne trae uno speciale godimento, proprio perché si sente attratto da questo destino. Vuole vincere (e vivere), naturalmente, ma ciò che gli rende così difficile il fermarsi (quando è in vincita) è una vertigine, che molti hanno anche avvicinato a un desiderio di auto-distruzione, e, in parole povere, di morte.
L'argomento a effetto di Pascal è tutto giocato sulla fede e, di conseguenza, sembra lasciare in ombra la natura dell'azzardo. A tanti è sembrato (per esempio a William James e ad Antonio Gramsci) un argomento da ultima spiaggia, non privo però di cinismo, e magari di un cinismo ironico, per via di quel finale "vous abêtira" alla bêtise, infatti, a forza di frequentar messe e di maneggiar acqua santa, si finisce per abituarsi. Ironia che non scompare, mi sembra, neppure quando - mettendoci a studiare Pascal - scopriamo che per lui sarebbe meglio che l'uomo tornasse a essere, e soprattutto a credere di essere, una macchina animale.
Ma, intanto, è opportuno riassumerlo questo argomento della scommessa. Dobbiamo credere o non credere all'esistenza di Dio? Non abbiamo, ci ricorda Pascal, più strumenti razionali a favore dell'una che dell'altra alternativa, anzi proprio non disponiamo di alcuno strumento razionale o di alcuna "prova". Ne segue che la fede sarebbe qualcosa di immotivato, emotivo e passionale; ma anche, secondo Pascal, che il non aver fede sarebbe altrettanto immotivato, passionale ed emotivo. Eppure c'è ancora una strada che ci può trattenere da questa deriva, ed è appunto la strada della scommessa. Possiamo scommettere sull'esistenza di Dio, e se lo facciamo avremo tutto da guadagnare e ben poco da perdere. Se diremo croce non perderemo la testa, perché qui le poste in gioco sono completamente diverse. Infatti, ciò che a Pascal preme di mettere sul tavolo è il rapporto tra infinito e finito: la posta che rischiamo è una posta finita, limitata, e dunque quello che rischiamo di perdere, la perdita eventuale, è una perdita finita; mentre ciò su cui scommettiamo è un guadagno infinito, e dunque in ogni caso ci conviene scommettere (cioè credere) anche se la probabilità che abbiamo di vincere è piccola, e perfino infinitamente piccola, anche se una sola tra le infinite probabilità ci permettesse di vincere.
Da quando è stata così enunciata (secolo XVII), fino ai giorni nostri, la scommessa di Pascal ha suscitato una valanga di perplessità e obiezioni, anche da parte di chi l'ha preso sul serio. Il filosofo pragmatista James gli obietta, per esempio (nella sua Volontà di credere, 1897), che si tratta di un trucco, perché per credere a Pascal bisogna che qualcuno già creda che l'esistenza di Dio (la fede, la religione, il cristianesimo) sia una posta infinita. Il nostro Gramsci (Quaderni del carcere, ed. Einaudi, vol. III, p. 1839) riconosce finezza all'argomento di Pascal, ma poi ci invita a considerare che questo è il modo davvero più basso di intendere la religione, una religione che così "si vergogna di se stessa". Che cosa ci perdi ad andare in chiesa? Nulla, e allora, o uomo del popolo, vacci tranquillamente (e "abbruttisciti"!).

Non era questo che Pascal aveva in mente quando contrapponeva il suo laicismo alla mentalità gesuitica. Quanto all'obiezione pragmatistica di James, è pur vero che Pascal fa questione dell'infinito (non si dimentichi il suo genio matematico) ma non è poi vero che una simile questione possa equivalere a una volontà di credere. In ogni caso, non mi pare che possiamo arrivare all'attualità della scommessa pascaliana se ci manteniamo sul versante della fede e ci fermiamo sul problema del credere in Dio. Non perché questo versante sia divenuto inattuale e abbia cessato, oggi, di sollecitare passioni e calcoli, ma perché Pascal ci provoca da un'altra parte, e propriamente sul versante del gioco e della scommessa. Ed è poi su quest'altro versante che ci suggerisce una meditazione sull'infinito e il nulla. Potremmo anche chiamarlo il côté esistenzialistico, poiché ne va del rischio connesso all'idea di esistenza: tuttavia, senza voler allargare troppo lo sguardo, e azzardarci in cornici tanto impegnative quanto generiche, potremmo dire che è il lato sul quale troviamo l'esperienza del gioco, e ancor più specificamente l'esperienza del giocatore d'azzardo, che è appunto quella che Pascal chiama in causa.
Sarà intanto meglio avvicinarci di più al testo, per vederne con un occhio meno di sorvolo il movimento e la scena di scrittura. Mi limito, qui, ovviamente, solo a qualche incursione esemplificativa di un lavoro che attende di essere condotto con calma e per intero. Nel testo e nella scena di scrittura di Pascal (che, è anche utile ricordare, ha un andamento dialogico), troviamo delle ricorrenze, delle insistenze, delle ripetizioni che lo punteggiano. Ho sotto mano l'edizione della Pléiade (Gallimard, Parigi 1954) curata da Jacques Chevalier, dove il testo della scommessa (titolato "Infinito-nulla: la scommessa") si trova al n. 451 dei Pensées (pp. 1212-1216). Per quattro volte, in un testo così breve e raccolto, Pascal insiste sull'idea che noi siamo "obbligati" a giocare e a scommettere: "Oui; mais il faut parier. Cela n'est pas volontaire, vous êtes embarqué" (p. 1213), "[...] il faudrait jouer (puisque vous êtes dans la nécessité de jouer), et vous seriez imprudent, lorsque vous êtes forcé à jouer, de ne pas hasarder votre vie pour en gagner trois [...]" (p. 1214), "[...] et vous agirez de mauvais sens, en étant obligé à jouer, de refuser de jouer [...]" (p. 1214), "Et ainsi, quand on est forcé à jouer, il faut renoncer à la raison pour garder la vie [...]" (p. 1214) (corsivi miei).
Quattro luoghi assai ravvicinati (nel primo dei quali l'idea è ripetuta, mentre nel secondo è addirittura martellata), come se per Pascal fosse questo il punto che ritorna, che non dobbiamo dimenticare, da cui dobbiamo partire: siamo obbligati, forzati, necessitati a giocare. Non ci è dato scegliere, decidere, disporre secondo volontà o desiderio, perché il gioco - questo azzardo - non è qualcosa che comincia in un certo momento, quando crediamo di decidere che esso cominci, ma qualcosa da cui già siamo presi: siamo già nel gioco, insiste Pascal, mentre di solito pensiamo che una volta siamo dentro il gioco e una volta ne siamo fuori, e crediamo che nel gioco si possa entrare, così come crediamo che dal gioco, quando lo vogliamo, si possa uscire. Se stiamo facendo un viaggio per mare, non possiamo a un certo momento scendere dalla nave, ma in realtà non possiamo neppure decidere di salire sulla nave e di iniziare il viaggio perché siamo già sempre in viaggio: siamo imbarcati.
Paragoniamo questa scena alla famosa scena cartesiana del dubbio: sono due esercizi di pensiero, ma mentre l'esercizio di Descartes ci mostra il racconto di un filosofo maturo e completamente padrone di sé che decide di cominciare l'esercizio del dubbio partendo da ciò che ha intorno per spingersi fino al limite che la sua ragione gli permette di raggiungere, l'esercizio di Pascal è la narrazione di come conviene lasciar da parte con il medesimo gesto tanto le passioni quanto la ragione (con la ragione, infatti, non si arriva all'esistenza di Dio) per accorgersi di essere già presi dal gioco, già imbarcati. Il fatto di essere già presi dal gioco è la condizione (non padroneggiabile) che permette il racconto della scommessa e fa sì che la scommessa possa diventare un argomento. Ma poi potremmo anche ritornare da Pascal a Descartes, e chiederci se il cogito sia davvero un atto volontario (così come potremmo chiederci se l'epoché di Husserl, facendo un salto nel nostro secolo, sia davvero un atto volontario), e se davvero Descartes riesca a tracciare una linea tra ragione e sragione, tra la "normalità" del filosofo e la follia di chi non ha mente. Ricordo che nella Storia della follia Foucault lo conferma ma ci fa anche vedere come la piccola scena della follia (che fa a un certo punto incursione nel testo cartesiano) abbia il potere di squilibrare l'intera meditazione; successivamente Derrida (fino al suo "Essere giusti con Freud") ci ha messo sotto gli occhi come il "genio maligno" non sia una finzione che Descartes può maneggiare a piacere, ma il bordo che regola tutto l'impianto cartesiano.
Pascal non ha dubbi: nel gioco siamo imbarcati, e poiché dobbiamo giocare (siamo già in gioco, siamo già giocati) allora conviene scommettere. La scommessa non è un atto volontario, ma non è neppure un atto gratuito. E' il tentativo, conveniente, di corrispondere alla logica del gioco in cui già ci troviamo nel nostro esistere. E per quanto sia un impegno completo, per quanto ne siamo presi e ci giochiamo tutto, non è un atto passionale (cieco, irrazionale), anzi è una moderazione consapevole delle passioni. Passionale - per Pascal - sarebbe piuttosto caricare la nostra ragione di un potere che non ha e di una padronanza di cui non dispone. Riconoscere che siamo già imbarcati (nel gioco) e dunque scommettere lucidamente tutto quel (poco) che abbiamo, sarebbe così - per quanto sembri paradossale - un atto di pudore.

C'è almeno un altro punto del testo di Pascal che è il caso di richiamare, ed è precisamente l'insistenza sull'infinito. Come abbiamo visto, conviene scommettere perché comunque la nostra posta, anche se ci giochiamo tutto, è una posta finita, mentre ciò per cui giochiamo, anche se abbiamo o avessimo una probabilità infinitamente piccola di vincere, è un guadagno infinito. Ma che dire di questo guadagno e di tutto il ragionamento di Pascal quando svuotassimo la vincita del suo contenuto, per dir così, "divino"? Se non scommettiamo su Dio, l'argomento di Pascal si svuota o ha ancora un valore per noi? Se facciamo adesso attenzione alla effettiva esperienza del giocatore d'azzardo (che Pascal prende a riferimento, ma senza poi preoccuparsi di sapere chi è e cosa fa questo giocatore, come se fosse ovvio e universalmente noto), ci potremmo chiedere se il giocatore corrisponde in qualche misura all'argomento pascaliano: se non vi corrisponde affatto visto che non scommette su Dio, oppure se vi corrisponde ancora visto che in qualche modo chi gioca d'azzardo scommette sempre "su Dio".
Il trattamento che Pascal riserva al tema dell'infinito nella sua scena di scrittura, è tutt'altro che lineare: è anzi circolare, vorticoso, disegna qualcosa di simile a quel gioco di riflessi che i francesi chiamano mise en abîme. Per esempio il gioco tra l'infinità del guadagno e la probabilità infinitamente piccola di vincere. Oppure, quando Pascal dice: "Il n'y a pas infinité de distance entre cette certitude de ce qu'on s'expose et l'incertitude du gain; cela est faux.. Il y a, à la verité, infìnité entre la certitude de gagner et la certitude de perdre" (p. 1215). Non c'è una distanza infinita tra la certezza di quanto si rischia e l'incertezza della vincita: ciò è falso. La distanza infinita è tra la certezza di guadagnare e la certezza di perdere. L'infinito riguarda un gioco di certezze e la loro distanza. Dio è scomparso dalla scena: è sostituito (supplementato, direbbe Derrida) da una distanza infinita tra le due chances che ha il giocatore: vincere e perdere. L'infinito, nel movimento "abissale" del testo di Pascal, passa (o si ritrova) dalla parte del giocatore, ovvero di ciascuno di noi, il quale, essendo "imbarcato" nel gioco, sa che gli conviene scommettere. Al giocatore non interessa che la vincita sia incerta: gioca sapendo bene che la vincita non è sicura, ma non è per questo che gioca, gioca per qualcos'altro e nonostante questo. Il giocatore sa che c'è una distanza infinita tra la certezza di perdere e la certezza di vincere, ed è proprio questa distanza infinita che lo interessa, che lo spinge a giocare: proprio in considerazione di questa distanza infinita decide che gli conviene giocare e prova piacere nel gioco. Potremmo dire che questa distanza infinita convoca la morte accanto alla vita, ma Pascal non ritiene necessario convocare la morte, e neanche il giocatore ci pensa (e magari non deve pensarci). Quello che il giocatore pensa, dato che ormai è imbarcato nel gioco, è che lui è certo di vincere, e che è per questa certezza che continua a giocare, una certezza che lui sa infinitamente distante da un'altra certezza che sente infinitamente vicina, la certezza di perdere.

© Raffaello Cortina Editore 1998