Il grande, il piccolo e... l'impossibile
 

Il grande, il piccolo e la mente umana è l'ultimo saggio di Roger Penrose. Impossibility - che potremmo tradurre "Le cose impossibili" - è invece di John Barrow, testo appena uscito e non ancora tradotto in Italia. Il primo, invece, è già nelle librerie, nella collana Scienze e idee di Raffaello Cortina.
C'è un punto di contatto fra i due saggi. Proviamo a evidenziarlo, partendo da Barrow.
Barrow, astronomo inglese, ci invita a considerare che la scienza di questo secolo in via di chiusura ha prodotto certamente grandi teorie, ma non poche di queste "grandezze" sono tali perché hanno sancito dei limiti invalicabili per la conoscenza e per la ricerca. Ed anche limiti nella natura stessa delle cose, che è proprio una tesi forte.

Dal 1905 ci portiamo appresso quella grana colossale (grazie ad Einstein) della velocità della luce che è sempre costante in ogni sistema di riferimento. Se due automobili che corrono una incontro all'altra nella notte - racconta un famoso esempio - consentono ad ogni guidatore di misurare una doppia velocità reciproca, orbene, se calcolassero la velocità della luce emessa dai fari, questa sarebbe sempre uguale. C'è gente che da decenni perde le notti alla caccia di confutazioni della relatività, ma per il momento non se ne esce.

Come aggirare quel sentimento di sconforto che Heisenberg ha introdotto nella cultura contemporanea con il suo principio di indeterminazione? Niente può essere misurato con certezza, e l'atto stesso della misurazione è come stringere una trota fra le mani: gli eventi sono, da un certo punto in poi, "imprendibili".

Più controversi i limiti delle ricerche biologiche. Assistiamo a clonazioni di pecore, qualche traccia già affiora di direzioni che vanno verso gli umani. Si può sostenere, tuttavia, che cavie umane con elettrodi nel cervello e ricerche consimili di tal fatta non potranno mai trovare spazio nei laboratori pubblici e privati? Si, in linea di massima. Escludere l'avvento di un Frankestein reale e non letterario non è del tutto possibile. Il problema è un altro, probabilmente; ricerche di tale complessità potrebbero dare risultati se effettuate con grandi mezzi, per lungo tempo, da molti centri. Un tale programma alla luce del sole è francamente inimmaginabile.

C'è una foto di Kurt Godel, il grande matematico dei primi decenni di questo secolo. Lo ritrae davanti a una lavagna nera, pulitissima, priva di segni. Metafora del suo drammatico teorema sulla sostanziale incompletezza di ogni sistema di regole. In breve: anche in questo caso ritornano le trote, perché qualunque struttura matematica ha un punto che non riesce a penetrare, che sfugge.

Barrow si dedica maggiormente alle "impossibilità" di tipo logico, e sottolinea come le strategie di conoscenza passano sempre attraverso la creazione di modelli matematici della realtà. Ma si tratta di approssimazioni. E' vero: con queste approssimazioni si fanno funzionare, concretamente, un sacco di cose, ma per una comprensione totale dei fenomeni ci vorrebbero certezze.
John Casti, grande esperto di teorie della complessità, recensendo il libro di Barrow ci tiene a precisare che esiste un altro punto di vista sull'intera vicenda, riassumibile in questo modo: perché mai i nostri modelli della realtà devono essere solo matematici? Si badi bene che qui si fa riferimento a strumenti di indagine che hanno la stessa capacità della matematica di smontare e rimontare i fenomeni, e fare anche di più. L'ipotesi è di indubbio interesse ma c'è ancora molto da lavorare.

Veniamo a Roger Penrose, che è molto più fiducioso sul futuro della conoscenza, al punto di lanciare il programma ambizioso di fondare una nuova Fisica. Non fa neanche un passo in quella direzione, in termini concreti. Penrose è uno scienziato di prim'ordine e sa perfettamente che siamo lontani dal vedere all'opera neppure gli embrioni di tali nuovi paradigmi. Ciò che fa è individuare quelle che dovrebbero essere le nuovi basi di tale nuova scienza, una Fisica che assorbe tutte le altre scienze, fra l'altro. Penrose sostiene da tempo (lo fece a partire da La mente nuova dell'imperatore, Rizzoli, 1992) che il motivo per cui la matematica "funziona" è, in realtà, un grande mistero; e sostiene pure che l'idea di utilizzare i computer come strumenti che rendono ancora più potente l'uso della matematica è un'idea vera ma non del tutto. Ci sono procedimenti mentali nei quali la nostra mente segue percorsi "non computabili", e l'intuizione matematica spesso segue queste strade.
Aveva dunque ragione Erwin Schrodinger, grande fisico quantista, quando diceva "non ho mai avuto una buona idea senza avere anche una nuova fidanzata"?
Penrose va ben oltre gli stati d'animo favorevoli. La sua opinione è che la Meccanica Quantistica possa spiegare il funzionamento della mente, e che tale risultato aprirebbe ad un nuovo, rivoluzionario sistema di conoscenza. Non v'è dubbio: a quel punto si sarebbe verificato un salto netto nel comportamento cosciente degli esseri umani. Si pensa e si sa come si fa a pensare.
Se ciò accadesse le "impossibilità" di Barrow resterebbero tali? Riusciremmo a individuare diverse velocità della luce dei fari?
E, soprattutto, la smetteremmo di riempire le strade di automobili?

(F.P.)


Roger Penrose, Il grande, il piccolo e la mente umana, pp.187, Raffaello Cortina editore, Milano, 1988
John D. Barrow, Impossibility, pp. 279, Oxford University Press, 1998


Sulla rete


Sulla impossibilità di verificare completamente il funzionamento di un software:
La testimonianza diretta di un programmatore: http://www.kaner.com/imposs.htm

Un tecnologo tedesco delle comunicazioni e grande appassionato di astronomia, spiega perché andare avanti e indietro nel tempo è, secondo lui, cosa impossibile:
http://www.telastro.demon.co.uk/ASTRO/ETimeTr.htm

In questo web si contestano alcune tesi di Penrose:
http://www.comp.glam.ac.uk/pages/staff/efurse/Maths-is-Scruffy/Contents.html

Un web dedicato a La mente nuova dell'imperatore, il libro che ha maggiormente contribuito alla diffusione delle ricerche di Penrose:
http://comdept.clarion.edu/comm691/keck/revkeck.htm

Una configurazione di scacchi che un computer non saprebbe maneggiare mentre ad un giocatore umano appare banale. La cita Penrose nei suoi testi:
http://www.internal.eawag.ch/~aeschbach/chess/penrose.html