Dall'umorismo della matematica
alla matematica dell'umorismo

 
Il biologo fa del bene (un po' come il medico); oppure è misterioso, inquietante, quando si pensa che duplica pecore. E' comunque fascinoso.

Anche il fisico va nella stessa direzione: studia le stelle (è quasi un poeta), scopre le forze immense celate negli atomo (è un po' stregone). Il matematico, non c'è niente da fare, è percepito come il "precisino", tendenzialmente isterico oppure arido. Se alle superiori era bravo, non era geniale ma secchione.

Stiamo parlando dell'immaginario diffuso nei confronti dei vari tipi di scienziati. E lo facciamo in occasione dello splendido piccolo libro scritto da Gabriele Lolli: Il riso di Talete, Bollati Boringhieri (pp.109).
Sottotitolo: matematica e umorismo.

Lolli, che insegna Logica a Torino, inizia il suo saggio proprio da questa immagine di basso profilo che accompagna il matematico, presentando subito alcune barzellette che si narrano e che hanno come protagonisti i matematici, ricordando, però, che gran parte di esse sono inventate proprio da loro. Qui abbiamo il filo conduttore del libro: una intelligente, divertente e pirotecnica raccolta di testi e osservazioni in cui la matematica è sempre presente e i matematici emergono come personaggi creativi, provocatori e certamente fantasiosi. Qualche conoscenza della matematica aiuta la comprensione di certi passi, ma il testo è complessivamente di agevole lettura.

Una digressione centrale racconta di una possibile teoria formale dell'umorismo; e la parte finale, dedicata all'universo dei paradossi, ne analizza la struttura, anzi, le strutture, perché se analizziamo cosa vi sia di "paradossale" in un paradosso, troviamo che non è sempre lo stesso meccanismo. Da queste parti non incontriamo umorismo nella definizione comunemente accettata. C'è, piuttosto, quel senso di stupore di fronte al trucco, alla trappola in cui si cade sapendo che di trappola si tratta. Ciò fa sorridere, da sempre.

Per esempio, provate a cavarvela con il seguente paradosso:

Un arabo, morendo, lasciò ai i suoi tre figli 17 cammelli in eredità, e ordinò che la metà di essi fosse data al primo, la terza parte al secondo e la nona al terzo figlio.
I figli, incapaci di eseguire le volontà del padre, si rivolsero al Cadì. Questi venne col proprio cammello, che unì agli altri; quindi diede la metà dei 18 cammelli, cioè 9, al primo figlio; un terzo, cioè 6, al secondo; un nono, cioè due, al terzo.
Infine, ripreso il proprio cammello, se ne andò, ringraziato calorosamente dai tre figli, ognuno dei quali aveva avuto più di quello che si aspettava.

 
La risposta è più giù





































Per una più agevole lettura si consiglia di capovolgere il video: