Intervento di Marcello Orzalesi

Il pezzo sull'etica dell'informazione e il caso del neonato anencefalico mi hanno stimolato e spinto a riflettere su due situazioni apparentemente molto diverse tra loro, ma che a mio parere presentano almeno un importante aspetto in comune.
Mi riferisco al comportamento pregiudiziale e irrazionale governato più dall'emotività e dall'ideologia che dalla logica della razionalità, che tende a manifestarsi, sia nella comunità scientifica che in quella giornalistica, quando ci si deve confrontare con quelle aree della medicina che più hanno a che fare con la vita re la morte e con la loro qualità ( del vivere e del morire) o con aspetti economici, di mercato e di utilizzo delle risorse disponibili. Con aspetti, quindi, che suscitano forti emozioni, sentimenti e interessi e/o sconfinano nel terreno della bioetica e che pertanto tendono ad oscurare o a mettere in secondo piano gli aspetti scientifici dei problemi che vengono discussi.
Tutto ciò è abbastanza naturale che accada ed è importante che le presone e le istituzioni responsabili ed impegnate non si lascino travolgere da questa ondata emotiva, ma offrano dei punti fermi, dei sostegni, delle dighe per arginare questi processi e ricondurli alla razionalità.
Galeno (130-200 D.C.), che ha influenzato fortemente la medicina europea per più di un millennio, diceva: "Tutti coloro che bevono questa medicina guariscono in un tempo brevissimo, con l'eccezione di quelli in cui essa non è efficace e che muoiono tutti: è quindi ovvio che questa medicina fallisce solo nei casi incurabili!".
E' dal tempo di Galileo Galilei (1564-1642), e cioè dall'affermazione del metodo scientifico e del "razionalismo matematico", che logici e scienziati di altre discipline non condividono e non comprendono la sicurezza "galenica" del medico, il quale non si avvede dei trabocchetti insiti nell'interpretazione di fatti che sono per natura variabili ed affida spesso all'esperienza personale, o peggio ancora alla sequenza temporale degli eventi, la valutazione dell'efficacia terapeutica dei propri interventi, ma non prima del XVIII secolo, questa "fallacia della enumerazione delle circostanze favorevoli" è stata finalmente accettata anche in medicina, per far posto a un approccio più logico e più scientifico.
Ciò ha portato ad una notevole "razionalizzazione" della così detta "arte medica" e all'introduzione di metodi statistici, basati sul calcolo delle probabilità, per la valutazione dell'attendibilità di nuove teorie e dell'efficacia di nuove terapie.
Si trattava però sempre di una razionalizzazione di tipo "matematico", nella quale l'errore o la critica assumevano una connotazione negativa. Rimaneva radicata la convenzione che il medico e la medicina dovessero essere in qualche modo "infallibili", veniva data più importanza alle ricerche "in positivo", volte cioè a confermare una teoria o l'efficacia di un trattamento, piuttosto che a quella "in negativo", che identificavano eventuali errori commessi nel passato o negavano l'utilità e l'efficacia di nuovi interventi. La critica di un operato "medico" veniva spesso considerata scorretta o addirittura deontologicamente inaccettabile, specie se attuata tra colleghi.
Finalmente e solo in tempi molto recenti, grazie anche all'opera insistente di Popper di altri filosofi e scienziati, anche in medicina comincia ad essere accettata la validità del "razionalismo critico", secondo il quale "la forza di un'affermazione dipende dalla sua confutabilità". Ciò ha reso possibile un atteggiamento più "critico" ed anche più sereno da parte del medico; l'errore non viene più demonizzato, ma piuttosto utilizzato e rivalutato come mezzo per "apprendere", per avvicinarsi alla verità o a un comportamento più corretto.
Come hanno affermato Mc Intyre e Popper, è necessaria una nuova "etica" in medicina, nella quale l'identificazione o la puntualizzazione dei propri errori, non solo non sia disdicevole ma rappresenti un atto deontologicamente corretto addirittura auspicabile.
Cito dal loro lavoro su "L'attitudine critica in medicina: necessità di una nuova etica" del Brit. Med. del 1983: -"imparare solo dai propri errori sarebbe processo lento e doloroso, e con un costo troppo elevato per il paziente. Le esperienze devono essere raccolte in un unico pool, in modo che i medici possano imparare anche dagli errori degli altri. Tutto ciò richiede la disponibilità ad ammettere i propri errori e a discutere le possibili cause. richiede quindi un'attitudine "critica" nei riguardi del proprio lavoro e di quello degli altri".
Tutto ciò ha portato alla nascita e alla diffusione della così detta "evidence based pratice" ovvero la pratica medica basata sui fati (sui dati, sulle evidenze, appunto). Essa prevede l'obbligo (etico e scientifico), di raccogliere dati sperimentali attendibili o statisticamente validi (le evidenze) prima di introdurre una nuova terapia nella pratica corrente.
Vi sono però alcune "sacche" della medicina che mostrano una forte resistenza verso questo tipo di approccio "razionale" e che tendono ancora ad utilizzare routines assistenziali e interventi terapeutici che riflettono un atteggiamento più emotivo che scientifico. Tra queste la medicina perinatale (in tutte le sue componenti, prima, durante e dopo il concepimento , nel corso della gravidanza e del parto e del periodo neonatale), molte delle branche mediche che si occupano di malattie mortali o gravemente handicappanti e infine quelle che hanno a che fare con problemi psicologici e/o comportamentali.
Ecco allora che in queste aree si possono creare facilmente delle alleanze "perverse e non sempre consapevoli, tra cattiva informazione, penso che sarebbe utile che i giornalisti stimolassero negli scienziati la formulazione di "consensus documents", ovvero documenti "collegiali" di consenso, tra esperti del settore. Ciò avrebbe dei grossi ed ovvi vantaggi nei confronti della consueta "intervista al singolo esperto".
Di fatto questa è ormai una consuetudine nella comunità scientifica-medica: ovvero di esprimersi su argomenti controversi tramite un parere collegiale che scaturisca da una "consensus conference".
Credo che anche nel settore dell'informazione l'utilizzazione di questa metodologia darebbe maggiore autorevolezza, credibilità e serietà all'informazione stessa.

Prof. Marcello Orzalesi
Primario Terapia Intensiva Neonatale