PRETURA DI MILANO SEZIONE LAVORO

Il Pretore di Milano, dott. Francesco I. Frattin, in funzione di Giudice del Lavoro, ha pronunziato la seguente

O R D I N A N Z A

Nel ricorso ex art. 700 CPC n. di R.G. Pretura 247/ 98 promosso da ()

col. proc. avv. L. Mele

contro

Agenzia Sanitaria Locale Città di Milano

col proc. avv. V. Avolio

 

oggetto: somministrazione gratuita di farmaco

Con ricorso depositato il 12.1.1998 il ricorrente, premesso di essere affetto da malattia neoplastica, di non aver ottenuto beneficio dalle varie cure praticate (ormonoterapia e radioterapia), di aver deciso di seguire "la terapia antitumorale elaborata dall'emerito prof. Luigi Di Bella di Modena", di essere stato visitato dal dott. M. T. di Grottammare (AP) il quale in data 2.1.1998 gli aveva "dopo un'attenta valutazione del caso e della documentazione clinica e con il consenso informato dello stesso (paziente), prescritto la terapia del Prof. Di Bella", di aver potuto provvedere ad acquistare i farmaci, tra cui molto costosa la Longastatina, sufficienti fino al 24 gennaio 1998, di non essere più in condizione, per il modesto reddito, di acquistarne ulteriormente, affermato che la terapia del Prof. Di Bella rappresenta per esso ricorrente "l'ultima speranza per arrestare la progressione della malattia e per continuare a sopravvivere" e pertanto l'impossibilità o il ritardo nel disporre giornalmente delle medicine prescritte (in particolare della Longostatina) causerebbe al ricorrente un danno irreparabile e irreversibile, invocato il diritto alla salute previsto dall'art. 32 della Costituzione cui si contrapporrebbe un interesse meramente patrimoniale del Servizio Sanitario Nazionale, tutto ciò premesso chiedeva ordinarsi alla ASL convenuta - inaudita altera parte - di somministrargli il citato farmaco a totale carico del S.S.N.

La parte convenuta si costituiva dichiarando e documentando che con delibera n. 34208 del 14.1.1998 della Regione Lombardia era stato deciso di erogare provvisoriamente - tramite identificate strutture ospedaliere - ai malati resistenti alle terapie tradizionali anche i farmaci contenenti la molecola di "somatostatina" od "octreide", alla sola condizione che i soggetti siano in possesso del protocollo terapeutico, cioè di una prescrizione articolata.

Il difensore del ricorrente riferiva che quest'ultimo si era presentato ai presidi ospedalieri indicati dalla delibera regionale, era stato registrato in elenchi ma non aveva ricevuto i farmaci di cui sopra.

Il Pretore osserva:

1) in primo luogo, in presenza di formali provvedimenti dell'autorità regionale, seguiti nelle more da altri ancora da parte degli ospedali designati che hanno chiarito che si intende somministrare i farmaci de quibus a chiunque presenti la relativa prescrizione del medico "curante" accompagnata dalla dichiarazione che la patologia oncologia resiste alle terapie tradizionali, deve ritenere cessata la materia del contendere. Appare evidente che, in questa situazione amministrativa, ogni ritardo nella concreta somministrazione è soltanto il frutto di una obbiettiva difficoltà di approvvigionamento da parte degli ospedali, ben comprensibile in una notoria situazione di improvviso accaparramento dei farmaci in questione con fenomeni anche di "mercato nero". In questa situazione il provvedimento d'urgenza o non servirebbe a nulla, o servirebbe soltanto a far passare il ricorrente davanti ad altri senza un ragionevole motivo attinente alle sue condizioni di salute.

2) E' opportuno comunque, a fronte dell'impostazione giuridica dell'istanza che ci occupa, porre qualche precisazione in ordine al contenuto delle norme che governano la fattispecie.

L'art. 32 Cost. pone certamente il diritto alla salute come diritto primario ed assoluto dell'individuo a conservare la propria integrità fisica e psichica. Tale diritto si pone però in forma assoluta soltanto in negativo, come diritto cioè a non tollerare alcun comportamento altrui che nuoccia alla propria salute; in positivo invece, nel momento in cui si traduce in una pretesa nei confronti dell'Autorità pubblica, tale diritto non è e non può essere assoluto. Il diritto alla salute, per chi sia affetto da malattia, è soltanto il diritto a che la sanità pubblica gli fornisca i trattamenti sanitari del caso, se necessario gratuitamente. I "trattamenti" in questione non possono che essere dei trattamenti riconosciuti e registrati come tali da qualche valido organismo medico-scientifico, nazionale od almeno internazionale. Non è possibile prescindere da un riconoscimento in sede tecnica competente: mancherebbe qualsiasi criterio per distinguere un trattamento medico da una qualsiasi pratica, utile, innocua o nociva che sia, non solo alternativa ma addirittura strampalata che, opinando per un'interpretazione completamente soggettiva di "trattamento sanitario", dovrebbe comunque essere somministrata, a richiesta, dal servizio sanitario nazionale. Non si tratta, com'è evidente, soltanto di una - peraltro rispettabile: le risorse non sono illimitate e ciò che si dà da una parte si toglie da un'altra - questione di denaro pubblico, ma proprio di una questione di salute pubblica. Se è vero che non si può impedire ad un malato senza altra speranza di assumere ciò che vuole, non si può invocare un diritto soggettivo a che la sanità pubblica debba prendere parte attiva nella somministrazione di sostanze e, in generale, di terapie, il cui effetto è a tutt'oggi non scientificamente riconosciuto in alcuna sede tecnica. E' pacifico che la c.d. "cura Di Bella" non è mai stata sperimentata secondo nessuna delle vigenti - ben note ai tecnici - modalità della sperimentazione clinica, tanto è vero che la sperimentazione è partita proprio in questi giorni. Se questo è vero, come è vero, la cura stessa non può definirsi "trattamento sanitario" ma soltanto un'ipotesi di trattamento sanitario, in attesa di validazione scientifica. Deve affermarsi allora che siamo al di fuori del diritto alla somministrazione dei trattamenti terapeutici e che non esiste un diritto alla sperimentazione su se stessi di qualsiasi ipotesi terapeutica, tantomeno a cura della mano pubblica. In ogni caso, nel rispetto delle decisioni politiche prese nelle competenti sedi, non pare che un Giudice possa attenersi a principi diversi da quelli sopra enunciati.

3) Improponibile è poi un giudizio, in sede processuale, nel merito della validità della terapia in questione, al di fuori dell'ipotesi in cui vi sia una prova di efficacia nel caso concreto sub judice, qui inesistente attesi i pochissimi giorni decorsi dall'inizio dell'assunzione dei farmaci qui richiesti. L'esistenza, resa nota dai media, di casi di blocco o regressione della patologia oncologica in pazienti che hanno praticato detta cura non ha, in carenza delle necessarie controprove nell'acquisizione delle quali propriamente consiste, in buona sostanza, la sperimentazione clinica, alcun significato scientifico e non può quindi essere apprezzata ai fini del giudizio sul "fumus boni juris". E' nota, peraltro, l'influenza, sempre importante e a volte determinante di fattori soggettivi - da parte vuoi del paziente vuoi del medico - nel determinare i risultati di una qualsiasi pratica medica in senso lato: basta pensare al noto "effetto placebo", che per l'appunto la sperimentazione clinica soltanto è in grado di utilizzare e neutralizzare per avere risultati attendibili. La "terapia Di Bella" - quanto ad influenza di fattori soggettivi - non fa eccezione ed anzi è considerata segno e veicolo di una giusta rivalutazione degli stessi, riferibili da una parte al rapporto umano medico-paziente - spesso travolto dalla prevalenza del fatto farmacologico ed amministrativo - dall'altra alla dichiarata personalizzazione, la massima possibile, del protocollo terapeutico. Senonchè la pretesa - è quella in esame - di una pronta somministrazione da parte pubblica - senza altre mediazioni se non una ricetta di un medico "curante" reperito d'urgenza in altra zona d'Italia - pare un approdo del tutto contraddittorio rispetto alle giuste istanze sopra esposte, risolvendosi in una secca "caccia al farmaco, comunque e dovunque", che finisce per esaltare ancora di più il solo aspetto farmacologico, con totale obliterazione di quella visione complessiva del problema della cura del malato che si era iniziato col (giustamente) sostenere: con l'aggravante che, in questo caso, il "farmaco", che è tale in relazione soltanto ad una identificata patologia alla cui guarigione è diretto, non può neppure considerarsi (ancora) tale.

Per queste ragioni, processuali, di diritto e di ordine logico-razionale, il ricorso non può essere accolto.

Spese doverosamente compensate.

P.Q.M.

Il Pretore rigetta il ricorso.

Milano, 26.1.1998

Il Pretore
(Francesco I. Frattin)