Per una "Bottega degli scrupoli"
di Simona Morini


E' un'esperienza comune della vita morale che persone che accettano principi etici generali incompatibili sono invece in grado di trovare un accordo nella valutazione di casi particolari. Buddisti e musulmani, europei e indiani, atei e credenti, bianchi e neri, conservatori e progressisti, uomini e donne guidati da valori, principi e interessi in radicale conflitto riescono spesso ad accordarsi nella soluzione di problemi morali concreti. Il disaccordo riemerge non appena si tratta di giustificare la soluzione trovata - cioè non appena si abbandona il terreno della pratica - ma intanto una soluzione, magari provvisoria, c'è. Ciò accade per la semplice ragione che spesso i principi etici si scontrano su casi che si presentano raramente nella vita quotidiana, oltre che per il fatto che conflitti morali insanabili avvengono solo tra dogmatici, fanatici e tra persone intolleranti che per quanto potenti e politicamente influenti costituiscono pur sempre delle minoranze. Questa semplice osservazione può essere trasformata in un principio generale: nella discussione morale è meglio concentrarsi su casi particolari rinviando il più possibile di dividersi sui principi generali sotto cui cadrebbero. E d'altra parte, se non si riesce a trovare un accordo su un singolo caso reale, come ci si può aspettare di trovarlo su valori o principi che coprono un'infinità di casi possibili?

Quest'idea non è nuova. I primi testi di casistica scritti a partire dal XIV secolo erano collezioni di "casi" e di "opinioni", ordinati e classificati, spesso in ordine alfabetico, in modo da costituire opere di consultazione rapida per i confessori. Ogni "caso di coscienza" o "dilemma morale" veniva "trattato" servendosi delle opinioni delle autorità ecclesiastiche e in qualche modo collocato su una scala di giudizio che comprendeva, tra la condanna e l'assoluzione, tra il bene e il male, il giusto e l'ingiusto, vari gradi intermedi. Così l'atto di mentire, rubare, uccidere ecc. non era giudicato in base a principi etici immutabili, ma - alla luce delle circostanze che lo avevano prodotto - poteva essere qualificato come più o meno grave, senza per questo cadere nel relativismo morale.
La casistica cadde in disgrazia verso la fine del XVII secolo per essere stata praticata con troppa disinvoltura dai gesuiti continentali. Blaise Pascal nelle Lettere Provinciali(1) non esitò a denunciare la morale "toute paienne" dei gesuiti e i casi "abominevoli" di uomini di Chiesa e potenti "assolti" dopo averne fatte di tutti i colori. Gli stessi casisti inglesi, tra cui soprattutto Jeremy Taylor(2), non mancarono di accusare i colleghi "romani" per i loro giudizi erronei e per l'uso spregiudicato di "opinioni probabili" in base alle quali "hanno reso i casi di coscienza e le azioni della loro vita instabili come la superficie delle acque e incommensurabili come la dimensione della luna". Il ricorso alla ragione, alla discussione e alla "contrattazione" nelle questioni morali è stato infine accusato di portare a un inaccettabile relativismo morale. Come osservava Pascal : "Chi mi assicura che osservando le cose con la ragione quello che sembra sicuro a uno lo sembri a tutti gli altri?"

Tuttavia in una società multiculturale e complessa come la nostra, dove è sempre più irrealistico sperare di concordare su principi validi per tutti e per sempre, l'idea di concepire l'etica, o almeno una sua parte, come una tassonomia morale, come una pratica che ricorda più il diritto o la medicina che le scienze naturali, è buona e deve essere ripresa, seppure apportandovi correzioni che evitino questa volta le sue passate degenerazioni. Dopotutto, proprio in Inghilterra, la common law, l'intera amministrazione della giustizia penale e civile, è basata su un approccio analogo che non guarda ai principi ma ai "precedenti", senza che questo abbia mai dato luogo ad arbitrii o a conseguenze inaccettabili.
Avete capito bene, vogliamo riabilitare la casistica(3) gesuita, o almeno la sua ispirazione pratica e antiteorica. Magari non quella "continentale" definitivamente screditata da Pascal nelle Lettere Provinciali, ma quella ormai dimenticata dei casisti inglesi dell'inizio del Seicento. Uomini come J.Taylor, J.Owen(4), R.Baxter(5), W. Perkins(6) e altri non producevano libri scritti per il clero, ma per ogni persona "ragionevole", che volesse leggere o ascoltare. Non facevano appello ai padri della Chiesa o alle autorità ecclesiastiche, ma alla ragione e alle scritture. Non diversamente che nella tradizione ebraica o in quella aristotelica e tomistica, concepivano l'etica non come una teoria, o una scienza, ma come una forma di phronesis, di saggezza pratica. Intendevano la loro attività come una "guida dei perplessi", "un regolare servizio alle coscienze dubbiose", al punto che gli studenti della prima cattedra di filosofia morale, descrivevano scherzosamente l'attività di John Owen a Oxford uno "scruple shop", cioè una "bottega degli scrupoli".

Il senso di questa nostra proposta è dunque anzitutto un invito alla modestia e un tentativo di riportare il dibattito sull'etica ai problemi di scelta che ogni giorno uomini e donne si trovano a dover affrontare e nei confronti dei quali i principi o le teorie filosofiche generali il più delle volte non sono di nessun aiuto. Probabilmente una delle ragioni per cui stenta ad affermarsi un'etica laica è che le è mancata una figura equivalente a quella del confessore. Non esistono figure professionali e comunque qualificate che siano in grado di fornirci strumenti che ci aiutino a sciogliere i nostri dubbi, spesso affidati a amici, rubriche di settimanali o psicanalisti.
L'abitudine a ragionare per principi ha inoltre fatto sì che la discussione sulle questioni morali (basti pensare all'aborto) si risolva alla fine in uno scontro politico, in una contrapposizione tra etica religiosa ed etica laica, tra scienza e fede, tra dogmi o concezioni del mondo. Manca completamente - nel nostro paese in modo particolarmente evidente - l'abitudine a mettersi nei panni degli altri, l'educazione alla tolleranza e alla cooperazione, l'addestramento al ragionamento in vista della ricerca di soluzioni concrete.

Nella nostra "bottega degli scrupoli" vogliamo quindi raccogliere e classificare casi di coscienza, dilemmi morali, dubbi e problemi etici tratti dalla cronaca, dall'attualità, dalla letteratura, dal cinema, dalla vita di ogni giorno. Su questi "casi", intendiamo raccogliere l'opinione di filosofi, religiosi di ogni confessione, esperti e uomini comuni, fornire bibliografie, testi o citazioni filosofiche o letterarie utili ai fini di una valutazione informata e razionale del caso. Questo darà vita al progetto di un Ductor Dubitantium online del XXI secolo che potrà essere costantemente consultato, aumentato e rivisto dai nostri lettori.

  1. Les Lettres provinciales vennero pubblicate anonime da Pascal nel 1656, in difesa di Antoine Arnauld, eminente giansenista minacciato di censura dalla Facoltà di Teologia della Sorbona. La controversia che opponeva giansenisti e gesuiti riguardava il problema teologico della grazia, ma Pascal scelse di abbandonare lo stile un po' arido e astruso del dibattito teologico e si lanciò in una magistrale satira contro il lassismo dei gesuiti. La scelta della satira si rivelò un'arma vincente, i gesuiti non trovarono un interlocutore all'altezza della situazione e la casistica entrò in una fase di inarrestabile declino.
  2. Jeremy Taylor . Uno dei più popolari teologi inglesi del Seicento. Leggendario predicatore, era noto soprattutto per i le sue opere di devozione Holy Living e Holy Dying, divenuti veri e propri classici intramontabili della spiritualità religiosa. Minore importanza è stata attribuita dagli studiosi alla sua opera più impegnativa, il Ductor Dubitantium (1660), il più importante e completo trattato di casistica pubblicato in Inghilterra. Benché Taylor lo considerasse il suo Magnum Opus fu la meno letta e la meno popolare delle sue opere e cadde ben presto nell'oblio.
  3. L'Oxford English Dictionary definisce tecnicamente la casistica come "quella parte dell'etica che risolve casi di coscienza, applicando le regole generali della religione e della morale a casi particolari in cui le circostanze alteranono il caso o in cui sembra esserci un conflitto tra doveri."
  4. John Owen (1618-1683) Insieme a Richard Baxter, uno dei più noti teologi puritani del Seicento. Autore di una difesa della libertà religiosa, i cui temi verranno ripresi dagli apologeti della tolleranza nel corso di tutto il Settecento. Cromwell lo nominò decano e poi vicecancelliere di Christ Church a Oxford. E' al suo insegnamento che si riferisce la battuta sulla 'bottega degli scrupoli'.
  5. Richard Baxter (1615-1691) Autore di un ponderoso Christian Directory or a Summ of Practical Theology and Cases of Conscience, destinato a rimanere uno dei massimi contributi al tema. Baxter basava la sua opera anche su una ricca esperienza pastorale nella sua parrocchia di Kidderminster
  6. William Perkins (1558-1602) predicatore puritano di Cambridge. Autore di The Whole Treatise of the Cases of Conscience, pubblicato postumo nel 1617. Uno dei più importanti tentativi in Inghilterra di presentare la materia in modo ordinato e completo.