Il pino e la molecola
di Pierre Laszlo

a cura di Sylvie Coyaud e Federico Pedrocchi


Abbiamo invitato Pierre Laszlo (chimico, Università di Liegi) a Campus come Visiting Professor dopo aver letto un suo intervento su "La Recherche", ottima rivista francese di scienza. In quell'articolo Laszlo ha affrontato un tema di grande difficoltà e attualità nel campo della ricerca scientifica, ma poco noto, ne siamo convinti, fra il vasto pubblico dei non addetti ai lavori. Lui lo definisce, con un'immagine molto efficace, "inquinamento dello spazio concettuale". In breve: una massa considerevole di lavori scientifici nasce da criteri e processi che non appartengono alle necessità di indagine sui fenomeni naturali e alla creazione di strumenti di conoscenza. Non anticipiamo di quali processi si tratti. Laszlo li disegna con assoluta precisione. Gli abbiamo chiesto se riteneva interessante estendere le sue riflessioni nell'interpretare il ruolo che la grande macchina contemporanea dei mezzi di comunicazione, che comprende anche i media specializzati, può avere nel rendere più complicata l'intera vicenda. Ecco la sua prima "conferenza"; come vedrete Laszlo ci chiede, in conclusione, di tenerne una seconda a dibattito avviato. Dibattito, infatti. Abbiamo già sollecitato alcuni contributi e, naturalmente, siamo interessati a riceverne di spontanei.

Il pino e la molecola

Sto abbastanza vicino al limitare della foresta per scrutarla. Ogni suo albero è unico. Il pino che guardo si differenzia dai vicini. Quel singolo albero sfoggia la propria mortalità. Alcuni rami sono morti, portano aghi bruniti e rarefatti. Ma un albero non è costretto dentro una statica. Le sue risposte alle folate d'aria sono come una danza, un peana alle pressioni ambientali che hanno indotto l'evoluzione della sua specie. Sono riflessioni che vengono in mente, a guardare un albero. Ce n'è un'altra che vi dirò tra poco. Prima però voglio dirvi di un'emozione paragonabile, estetica e intellettualizzata anch'essa. Esamino ora la pagina di un periodico scientifico, uno dei portagagliardetti della mia professione, "Angewandte Chemie" International Edition in English o il "Journal of the American Chemical Society".
Com'è elegante ed efficace nella sua selettività, la reazione presentata! Com'è ben congegnata la sintesi di questa bella molecola, sostanza naturale complessa, com'è parca di mezzi e di tappe e va allo scopo con la determinazione di uno scacchista che neppure immagina di perdere la partita e anticipa le probabili mosse dell'avversario, nel nostro caso una materia di cui detta il comportamento e prevede le reazioni (e così si confondono le due accezioni della stessa parola, reazione come termine del duale azione-reazione, e reazione chimica).
Sono due bellezze equivalenti, quella dell'albero e quella della scienza. Chi mi permette di affermare che l'una ha la precedenza sull'altra? Sarebbe singolarmente antropocentrico privilegiare la seconda. Eppure lo facciamo, con spensieratezza, quando di milioni di pini scandinavi o canadesi facciamo polpa per la carta delle nostre pubblicazioni (era questa l'osservazione annunciata). Che l'uomo distrugga la natura per andare verso un di più di umanità pare una scusa valida. Ma è ammissibile l'arboricidio generalizzato a favore di una ricerca priva di originalità, una ricerca di imitatori e di burocrati, all'opposto della sola vera ricerca, la sola che giustifichi anche di sacrificare tutti questi alberi, la ricerca di creazione?
Siccome i miei lettori non fanno parte necessariamente dei ricercatori, serve una parola di spiegazione. Parlare di "ricerca di creazione" sembra infatti un pleonasma. Eppure l'espressione ci vuole di fronte a una professionalizzazione, e anche a una burocratizzazione della ricerca scientifica. Le cause principali di tale rimozione della creatività e di tale mimetismo conformista sono le seguenti:
  • la ricerca mirata (mission-oriented research), giunta in linea retta dagli imperativi militari della seconda guerra mondiale, poi interiorizzati dalle università americane di ricerca che videro la luce su istigazione, ispirata, di Vannevar Bush (IL FAMOSO SAGGIO E' IN LINEA INTEGRALMENTE).
  • le procedure per l'esame dei progetti di ricerca da parte degli organismi erogatori di sovvenzioni, Commissione di Bruxelles o altra National Science Foundation, che incoraggiano un'inflazione, durante la valutazione da parte dei pari: in quanto relatore, non apporre l'etichetta "eccellente" su un incartamento equivale a demolirlo; è diventato una faccenda delicata suggerire, anche a parole velate, l'esilità di certo contributo all'avanzamento delle scienze;
  • la promozione sociale attraverso la ricerca scientifica, responsabile di un vero e proprio lumpen proletariat di lavoratori scientifici che affluiscono dai paesi in via di sviluppo per preparare la tesi nei laboratori dei paesi industrializzati. Non sono affatto chiamate in causa le loro capacità intellettuali, ma soffrono spesso di una formazione generale insufficiente. Davanti a questo stato di fatto, numerosi laboratori svalutano consapevolmente la tesi di dottorato e diventano mere fabbriche di tesi; infatti gli organismi di gestione della ricerca si semplificano il lavoro assimilando - un po' affrettatamente, certo - qualità e quantità (qualità della scienza posta come proporzionale al numero dei dottorandi e al numero delle pubblicazioni del laboratorio);
  • un'altra sociologia, anch'essa greve, fa sì che gli organismi di gestione della ricerca si riempiano di giovani scienziati riconvertiti nell'amministrazione per via dell'attuale difficoltà delle carriere, quindi con poca esperienza personale della scienza, i quali si comporteranno pertanto da tecnocrati (far compilare rapporti periodici e bilanci finanziari);
  • un fattore politico: gli organismi sovranazionali funzionano sotto la pressione delle lobby nazionali. I gruppi dirigenti sono plurinazionali e plurilingue, il che è bene, tutto sommato. Ma i criteri reali di accettabilità di un progretto di ricerca sono delle aberrazioni kafkiane (associare laboratori universitari e industriali, e vigilare sulla sovrarappresentazione - in base al principio del ricupero - di paesi con tradizioni scientifiche più recenti);
  • il proliferare di periodici scientifici commerciali (che vampirizzano gli scarsi fondi delle biblioteche universitarie, ma questo è un altro tema): di conseguenza, si può sempre far pubblicare un lavoro, per mediocre che sia. Inoltre, numerosi ricercatori hanno pratiche abusive, rispetto alla regola deontologica per cui ogni autore di una pubblicazione deve essere in grado di presentarla e di difenderla nella sua integralità, da solo.
Fermiamoci qua: non cerco di essere esauriente, e questo bilancio è triste assai. Diamo due immagini per riassumere: la moneta falsa caccia quella buona e si produce, in maniera dannosa per la scienza, un reale inquinamento dello spazio concettuale. Ho appena sviluppato (minimamente) l'ipotesi di un'asfissia della ricerca di creazione da parte della proliferante ricerca di imitazione. I tecnocrati che gestiscono la scienza non intendono complicarsi il lavoro, costringono la scienza viva a calarsi nei loro organigrammi.
Ma non vi sarà una censura delle autentiche immaginazioni creative, esercitata dall'ortodossia della scienza ufficiale? Questa tesi è un mito propagato dai media, sicuramente per il suo lato romantico.
Gli scienziati in realtà adorano tutto ciò che è strampalato, lo coccolano, lo studiano accuratamente per poi, se appena appena ha l'aria di essere operativo, recuperarlo. Il creativo misconosciuto non esiste. Tanto Alfred Wegener (deriva dei continenti) quanto Gregor Mendel (basi della genetica) erano noti e apprezzati dai contemporanei per i propri lavori. Barbara McClintock, ricercatrice isolata, certo, era rinomata e stimata. Lo stesso dicasi di Stanley Prusiner, il cui recente premio Nobel era annunciato dalla comunità scientifica da una buona decina di anni. Al termine di questo scritto, consapevole del suo aspetto negativo e un tantino corrosivo, spero che i redattori di Campus mi autorizzeranno a dargli una seconda parte fatta, questa, di un insieme di proposte costruttive.

Diritti riservati © Pierre Laszlo 1997
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