Interventi di Cesare Fassari
da Il Bisturi

Il paese di San Di Bella

Confesso che, quando sull'ultimo numero de "Il Bisturi" prima della chiusura natalizia dedicammo poche righe alla vicenda del professor Di Bella, non ci aspettavamo che il caso potesse assumere proporzioni così gigantesche. Di Di Bella si sapeva già tutto o quasi da tempo. I farmaci alla base del suo protocollo erano già stati esaminati e ritenuti di non evidente utilità diverse volte (anche prima dell'era dell' Ulivo). Molti ne avevano addirittura segnalati gli effetti nefasti, non perché dannosi in se, ma in quanto in molti casi avevano provocato l'abbandono delle terapie convenzionali anticancro da parte del paziente con effetti gravi sull'esito della cura. In particolare la somatostatina è arcinota e si sa che è utile in due tipi di tumore. Le stesse case farmaceutiche che la producono minimizzano, ora, come in tempi meno clamorosi, quando avrebbero avuto, loro per prime, tutto l'interesse a lanciare nuove indicazioni terapeutiche per questo ormone. Pochi ricordano, infine, che, in ogni caso, la stessa Cuf in più sedute aveva manifestato la sua disponibilità a riesaminare terapie antitumorali a base di somatostatina qualora fossero emersi nuovi responsi da trials adeguati. Eppure Di Bella è diventato un caso, uno di quei casi che riescono a mobilitare persone, partiti e istituzioni e a tenere per settimane i lettori dei quotidiani e i telespettatori sul filo della notizia in un crescendo di suspence che ha certamente superato, per fortuna solo in Italia, qualsiasi altro avvenimento. Ormai Di Bella è un'icona con i capelli e il camice bianchi, i cui evidenti segni di senilità diventano stimmate di saggezza e purezza in contrasto con le grisaglie e gli sguardi da squalo dei grandi nomi della scienza "ufficiale". In suo nome schiere di cittadini si dicono pronti a far da cavia per il bene dell'umanità. Pronti a tessere le sue lodi quando, e ne hanno la certezza assoluta, anche la scienza dei baroni sarà costretta a inchinarsi alla verità rivelata del santo in camice e capelli bianchi. Scrivo queste righe con amarezza. Un'amarezza che resterà tale, sia nel caso di bocciatura del protocollo Di Bella, sia, e me lo auguro come tutti, di un suo improvviso successo sperimentale. E' l'amarezza di vivere in un paese maleducato, iperemotivo così facile da blandire e da manovrare. Un paese che per dire una parola definitiva su una terapia medica, prima la boccia, dopo la glissa, poi si arrende a furor di popolo ad una sperimentazione che, se giudicata opportuna oggi, non si capisce perché non lo poteva essere ieri, visto che non risultano nuovi elementi a suo favore che non fossero già presenti. Un paese rappresentato da pensatori che sembrano non pensare e politici ormai assuefatti alle leggi dell'audience. Un paese di cui, giustamente, in molti continuano a non fidarsi.

Di Bella: come ti costruisco lo show

Come scrivemmo alcuni numeri fa medicina e stampa dio informazione, pensano, prosperano, sbagliano secondo logiche e metodi molto diversi. Se un merito va riconosciuto al caso Di Bella è quello di aver chiarito con brutalità e speriamo definitivamente che, salvo imprevedibili modificazioni del modo di operare dei media, tempi e prassi della medicina non si concilieranno mai con i ritmi serrati di una rotativa che deve ingoiare pagine di titoli emozionali, pareri esplosivi, definizioni secche senza l'onere del dubbio e la calma dell'attesa. Lo stesso vale per la Tv, pronta a cambiare palinsesti e a smuovere direttori di rete e di testata, showmen ed editorialisti per portare "nelle nostre case" la realtà dei fatti. Purtroppo in medicina la realtà dei fatti non sempre è così facilmente evidenziabile. Dire che una terapia o un farmaco sono utili, non vuol dire che facciamo miracoli. Dire che non sono stati ancora compiutamente testati, non vuol dire che siano acqua fresca. Ma "la gente", a sentire questi grandi mediatori, questo vuole. Certezze. E se la scienza ufficiale non le può dare, ben vengano allora altre scienze. Salvo, e lo fanno i più prudenti, lavarsene le mani offrendo gran dosi di par condicio frapponendo "dibelliani" a "Garattiniani", guardando con soddisfazione l'indice auditel che sale. Noi, a casa, siamo rapiti e, quasi, quasi, ci convinciamo di assistere finalmente al trionfo della democrazia e della trasparenza informativa. In realtà a conclusione di questo mega show resta poco. Parole smozzicate, polemiche, ma poco o niente di quelle conclamate certezze. L'unica speranza è che, come per terremoti, guerre, funerali e manette, anche la "dibelliade" non perduri molto nell'agenda dei grandi media per tornare in quelle più discrete del laboratorio.