Differenza e ripetizione
di Pier Aldo Rovatti

Ecco, tornato finalmente in libreria e quindi leggibile in (buona) lingua italiana, un "classico" del pensiero contemporaneo, Differenza e ripetizione di Gilles Deleuze, anno 1968 (lo ripubblica l'editore Cortina nella traduzione di Giuseppe Guglielmi riveduta da Giuliano Antonello e Anna Morazzoni, pp.390, lire 55.000).
Il termine "classico" riferito a questo libro è ormai largamente condiviso anche se l'autore appartiene a quella stagione di filosofia francese non da tutti amata per la sua distanza dal neo-illuminismo, con l'aggravante che Deleuze è una nuvola bizzarra e incontrollabile che non sembra voler stare in alcuna stagione.

Lo coltivano a tutt'oggi solo piccole cerchie di adepti, a dispetto delle moltissime iniziative culturali ed editoriali che negli ultimi due anni (da quando Deleuze è tragicamente scomparso) hanno fatto circolare i suoi testi e le sue idee. Per chi si sente di farla, Differenza e ripetizione è una formidabile avventura di pensiero. Deleuze associa il suo lettore, perfino quello più restio, in una peripezia; lo introduce nella sua scatola nera, lo fa penare e gioire, gli fa fare un'esperienza filosofica. La scommessa è quella di riuscire a pensare la realtà come un gioco di differenze, mentre normalmente la pensiamo in termini di somiglianza, analogia, identità. Con un rilancio: se la realtà, come ci appare, è un intreccio di ripetizioni (cui facciamo corrispondere le nostre abitudini), l'ulteriore scommessa di Deleuze è di farci pensare la ripetizione stessa come gioco di differenze. "In breve, far scorrere un po' del sangue di Dioniso nelle vene organiche di Apollo".
Intanto, perché un classico? Differenza e ripetizione è stato ormai inserito nel ristretto numero dei libri di filosofia che contano, scritti nel Novecento. Lo si è ritenuto un libro non effimero, non legato alle mode, non datato. Un grande riconoscimento per un autore che sembrerebbe prestarsi al contrario. Il fatto è che nessuno può disconoscere a Deleuze di aver "inventato" uno stile di pensiero e un linguaggio, un lessico che prima non c'era. In questo lessico rientrano, per esempio, la differenza tra distribuzioni sedentarie e distribuzioni nomadi o quella tra ripetizione nuda e ripetizione vestita. Deleuze, insomma, ha fatto filosofia usando altre parole rispetto alle parole canoniche, e queste altre parole (le più note sono: singolarità, corpo senza organi, serie divergenti, linea di fuga...) hanno chiesto un nuovo stile di pensiero. Però i problemi sono quelli antichissimi della filosofia: identità e differenza. E la domanda è la più antica di tutte: come è fatta la realtà?
Quando diciamo che Differenza e ripetizione è un "classico", credo che stiamo facendo due cose: lo allontaniamo e lo avviciniamo. Lo allontaniamo (e magari, così, ci togliamo un problema) concedendogli il privilegio di allacciarsi a una catena di opere che ripetono in vari modi i problemi fondamentali della filosofia, sempre gli stessi. Ma dobbiamo anche avvicinarlo (non possiamo disinteressarci del problema) perché la differenza è qualcosa che ci riguarda al di là della data: la questione della differenza non l'abbiamo alle spalle ma davanti, come sanno tutti, anche i più ostinati sostenitori dell'identità. Nel suo drammatico esperimento, Deleuze ha la forza di indicarci proprio questo.
L'esperimento resta drammatico, ed è importante spiegare la pregnanza di questo aggettivo. E' drammatico perché ci fa entrare in un teatro (come aveva compreso Michel Foucault, recensendo a caldo Differenza e ripetizione), dove troviamo personaggi e scene che dobbiamo nominare e dunque "inventare", e dove quel che avviene non è semplicemente vero (Amleto non è vero!) ma sempre anche simulato. Deleuze ci avverte (anno 1968):o impariamo a trattare gli eventi anche come simulacri (travestimenti, spostamenti, ripetizioni vestite), e noi stessi come simulacri, oppure la macchina dell'assimilazione, dell'analogia, dell'identità (la macchina dei concetti isolati dalle cose) continuerà a trascinarci e a soffocarci in un mondo, questo sì davvero fittizio e illusorio, di automatismi e semplici ripetizioni, in un mondo che alla fine è morto. Dunque drammatico anche nel senso della perdita di significato e della destinazione cieca.
Ma l'esperimento di Deleuze è infine drammatico per chi lo fa, per Deleuze stesso e per il lettore che lo accompagni nell'avventura. Possiamo tentare di "simulare il simile", perché Deleuze sa bene che il mondo della rappresentazione ( del buon senso e del senso comune, dunque dell'identificazione) non può essere annullato o tolto di mezzo con una mossa metafisica, ma non possiamo andare oltre. Il grande gioco della differenza (gioco "divino" lo chiama Deleuze pensando a Nietzsche, ma anche a Spinoza) non è mai circoscrivibile, riducibile a una presenza, a un possesso teorico: lo possiamo riconoscere solo se esautoriamo noi stessi dalla pretesa di dire la verità su di esso. Ci troviamo in quella che alcuni hanno chiamato una situazione di "doppio legame": diciamo che le cose stanno così, ma dicendolo neghiamo proprio ciò che volevamo affermare, cioè la differenza. Il dramma di Deleuze è di riconoscere quest'impasse del pensiero e nello stesso tempo di non volerla accettare. Anche questo gli attribuisce uno stile di classicità.
E' impensabile stare al passo con il gioco assoluto della differenza, venirne in qualche modo a capo. E' invece ragionevole entrare nel gioco umano della simulazione del simile, dove la verità è doppia ed è molto difficile reggere la parte. Deleuze lo sa, e infatti il suo invito è paradossale, e a prima vista impraticabile. Ci invita a stare nella filosofia, a farne un'esperienza tesa, inflessibile, ma poi e perciò ci invita a uscire dalla filosofia e a percorrere i luoghi della simulazione del simile. Cosa che lui ha continuato a fare dopo Differenza e ripetizione, lavorando sulla letteratura, sul cinema, sulla pittura, sulla scienza.