Scienze diagonali
di Roger Caillois


 
(Roger Caillois, L'occhio di Medusa. L'uomo, l'animale, la maschera, pp.3-9, pp., Raffaello Cortina Editore 1998)

Il progresso della conoscenza riposa per buona parte su di uno scarto di analogie superficiali e sulla scoperta di parentele più profonde, maggiormente importanti e significative, seppur meno visibili. Nel XVIII secolo circolavano ancora delle opere di zoologia che classificavano gli animali secondo il numero delle loro zampe e che mettevano, per esempio, la lucertola accanto al topo. Oggi la si classifica assieme alla biscia, che non possiede zampe, ma che pure è ovipara ed è ricoperta da squame. Questi caratteri sono apparsi a giusto titolo più rilevanti di quelli che avevano attirato l'attenzione in precedenza, come il numero delle zampe. Parimenti si sa bene che, malgrado l'apparenza, la balena non è affatto un pesce e che il pipistrello non è un uccello.
Ho preso di proposito un esempio elementare ed incontestabile. Ma non appena si studi, anche sommariamente, la storia della formazione delle scienze, ci si accorge del numero pressoché infinito di trappole che gli studiosi hanno dovuto in continuazione evitare per identificare le distinzioni utili, quelle che delimitano il campo di ciascuna disciplina.
Queste trappole, queste apparenze ingannevoli, non sono d'altro canto delle semplici finzioni e, a dire il vero, non sono nemmeno delle apparenze. Sono delle realtà alle quali viene alla fine connesso un coefficiente d'importanza minore di quello che si accorda a certe altre. E' infatti giusto dire che la lucertola o la tartaruga hanno quattro zampe, come quei mammiferi che esse per altro non sono, e che il pipistrello, che non è un uccello, ha delle ali.




Marmo di Ferrara: paesaggio urbano.
Foto: Museum of Natural Hystory (Londra)


Classificare signífica dunque fare le migliori scelte possibili all'interno di alcuni caratteri distintivi. I caratteri eliminati non sono però fallaci in senso proprio; corrispondono solamente a delle classificazioni che presto o tardi condurranno a delle difficoltà, a delle incoerenze o a delle contraddizioni.
Rimane il fatto che queste classificazioni sussidiarie o trascurate, a seconda del punto di vista, possano ridívenire improvvisamente essenziali. Se ho l'intenzione di studiare il funzionamento delle ali, è chiaro che questa volta devo ricongiungere il pipistrello agli uccelli e anche alle farfalle, fare il computo di tutte le razze alate, quali che siano le ragioni (pur decisive, lo riconosco) che hanno portato a ripartirne i membri in specie differenti: lepidotteri invertebrati, uccelli vertebratí, ecc. Supponendo che io voglia esaminare un aspetto particolare del funzionamento delle ali, il volo a punto fisso per esempio, cioè il mantenimento del corpo immobile, sospeso nell'aria nel medesimo posto per mezzo di battiti vibratili, non potrei fare altro che utilizzare come esempi animali che non appartengono a specie vicine: l'uccello mosca e lo sfìngide macroglosso, che stanno sospesí allo stesso modo sopra un fiore per nutrirvisi a distanza, grazie all'aiuto di una tromba o di un becco affilato.
Ciascuno ammette la legittimità, o meglio la necessità di una simile procedura. Guardando la cosa più da vicino, noto tuttavia che questa viene tollerata solo nella misura in cui rimane entro i limiti di una medesima scienza o di un medesimo regno naturale. Le scienze in effetti corrispondono ai vari regni e il loro sistema forma la miglior riproduzione delle dívisioni fondamentali della natura. Da qui la tacita interdizione di mettere l'uno accanto all'altro dei fenomeni appartenenti a dei regni diversi e che, pertanto, rientrano nel campo di scienze differenti. Una sorta di riflesso condizionato spinge lo studioso a considerare la comparazione, per esempio, della cicatrizzazione dei tessuti viventi con quella dei cristalli come un sacrilegio, uno scandalo, un delirio. E' un fatto tuttavia che i cristalli ricostituiscono come gli organismi le parti mutilate accidentalmente e che la regione lesa benefici di un'attività rigeneratrice supplementare che tende a compensare il danno, lo squilibrio o la dissimmetria creata dalla lesione.(1) Non vi sarebbe qui altro che un'analogia ingannevole, esprimibile con una pura e semplice metafora? Eppure si tratta sempre di un lavorio intenso, che ristabilisce la regolarità tanto nel minerale quanto presso l'animale. Come tutti, sono consapevole dell'abisso che separa la materia inerte dalla materia vivente, ma immagino ugualmente che l'una e l'altra possano presentare delle proprietà comuni, tendenti a ristabilire l'integrità delle loro strutture, sia che si tratti dell'una o dell'altra. Così non ignoro certo che una nebulosa contenente migliaia di mondi e la conchiglia secreta da qualche mollusco marino sfidino qualsiasi tentativo di accostamento. Ciononostante, io le vedo tutte e due sottomesse alla medesima legge dello sviluppo a spirale. E di ciò non ci si dovrebbe stupire più di tanto, poiché la spirale costituisce la sintesi perfetta di due leggi fondamentali dell'universo, la simmetria e la crescita, che riescono a comporre l'ordine con l'espansione. E' quasi inevitabile che l'animale, la pianta e gli astri si ritrovino ugualmente sottomessi ad esse.
L'opposizione tra la destra e la sinistra si ritrova in tutti i regni, dal quarzo e dall'acido tartarico fino alla conchiglia della lumaca, sempre destrogira a parte rarissime eccezioni, giù fino alla preminenza della mano destra nell'uomo. Nel 1874 Pasteur pensava di poter spiegare questo contrasto permanente, che appare tanto nella struttura intima della materia quanto nell'anatomia degli esseri viventi, grazie a qualche influsso cosmico o grazie al movimento della terra. L'enigma è rimasto senza soluzione. Alla fine risulta abbastanza verosimíle la congettura secondo cui questa soluzione, qualunque essa sia, debba essere la medesima per tutti questi casi disparati che interessano la chimica, la crístallografia, la zoologia, la sociologia, la storia delle religioni, persino l'arte e il teatro, poiché la destra e la sinistra non sono affatto equivalenti sulla scena o in un quadro. In maniera analoga, un'identica legge d'economia deve spiegare la simmetria a raggiera dei ricci di mare, delle asterie e dei fiori. In natura, entro l'intera gamma delle sue espressioni, emergono dunque delle analogie delle quali sarebbe temerario affermare che sono del tutto insignificanti, capaci solo di stuzzicare la fantasia senza poter ispirare la ricerca rigorosa.
Dopo aver lottato contro mille insidie, dalle quali è uscito trionfante, l'uomo è riuscito a ripartire i dati dell'universo secondo il sistema classificatorio più fecondo, più coerente e più pertinente. Ma una simile prospettiva non esaurisce certo altre combinazioni possibili. Essa lascia da parte i percorsi trasversali della natura, la cui predominanza si può constatare nei campi più diversi e di cui non fornirò che dei piccoli esempi. Le classificazioni in vigore stanno a cavallo di tali percorsi. Essendo per definizione ínterdisciplínari, la scienza non poteva in alcun modo prenderli in considerazione. Questi d'altro canto per apparire esigono l'avvicinamento di dati lontani il cui studio viene condotto da specialisti che operano ignorando gli uni i lavori degli altri. Tuttavia non si potrebbe escludere che queste sezioni trasversali possano ricoprire un ruolo indispensabile per chiarire dei fenomeni che, isolati, apparirebbero in ogni singolo caso aberrantí, ma il cui significato verrebbe meglio percepito se si osasse accostare l'una accanto all'altra queste eccezioni e si tentasse una sovrapposizione dei loro meccanismi, che forse non sono privi di una certa parentela.
Tutti deplorano che la scienza si sia diversificata in modo estremo, pur rendendosi conto che questa díversificazione è stata la prima condizione del suo progresso - come il prezzo che si è pagato per esso. E' inutile recriminare contro uno stato di fatto il cui riconoscimento è pure l'inevitabile punto di partenza per ogni attuale tentativo di cambiamento. Coloro che lavorano per estendere il sapere non hanno tra loro alcun punto di contatto e talora non dispongono nemmeno di un'apertura sufficiente sulle loro stesse ricerche per poter situare nel contesto desiderato un dettaglio in grado di creare sconcerto e imbarazzo.
 


Larva di Papilio troilus in atteggiamento terrificante.
Foto: A.Klots.
Il cammino della scienza è stato sempre centrifugo - e doveva esserlo per forza. E' però giunta l'ora di tentare l'unione, attraverso necessarie scorciatoie, dei numerosi luoghi di una periferia smisuratamente estesa, senza linee interne, nella quale si accresce continuamente il rischio che ciascuno si riduca a scavare nel suo settore come una talpa cieca ed ostinata. In certi casi si dovrebbe aggiungere: ostinata perché cieca.
I dati da connettere non sono affatto mere apparenze, anche se è chiaro che non può trattarsi dì ritornare alle analogie superficiali di tipo qualitativo di cui le scienze si sono liberate per instaurare un sistema di conoscenze metodiche, controllabili, percettibili. Da questo punto di vista, le ambizioni dei filosofi del medioevo e dei sapienti del rinascímento costituiscono un inganno tanto più temibile visto che sembravano offrire una soluzione affascinante a delle menti già predisposte ad accoglierla, rispondendo ad un bisogno permanente dello spirito, tenuto oggi particolarmente ai margini. Non servono più le tavole di concordanza ove Paracelso distribuiva le qualità dei fenomeni, né la scienza analogica, essenzialmente visuale, vagheggiata da Leonardo quando disegnava una capigliatura come un fiume o una montagna come un drappeggio. "Egli non voleva stabilire delle relazioni tra grandezze misurabili," - nota un commentatore - "bensì, come lui stesso ha detto, transmutarsi nella mente di natura, (2) mettersi cioè al posto della natura per poter capire come questa proceda",(3) rendendo così possibile la concezione di una nuova organicità, nello stesso modo in cui un tecnico inventerebbe una macchina. Ora, unicamente gli insetti hanno "saputo", obbedendo alle leggi di un altro regno, inserire nei loro corpi degli organi che equivalgono a delle macchine. Meccanica e vita dipendono da principi opposti, che non si possono ricalcare l'uno sull'altro, ma tra essi devono pur comparire delle correlazioni, poiché l'utensile e l'organo sono destinati ad assolvere le medesime funzioni. Leonardo - ora non importa per quale ragione - con tutto il suo genio non è riuscito a creare una sola macchina in grado di funzionare: i suoi velivoli assomigliano troppo a degli uccelli e manca poco che i suoi sommergibili abbiano le branchie. Non si è nemmeno sognato di sostituire l'ala con l'elica, cioè l'organo con il motore. Come più tardi Goethe, Leonardo cercava gli archetipí dei fenomeni. Aveva il torto di cercarli con i sensi, in primo luogo per mezzo della vista, senso che più di altri resta vittima delle apparenze. Ciò equivale a fare un lavoro da pittore, da poeta, non da scienziato: per quest'ultimo, al contrario, il compito autentico consiste nel determinare delle corrispondenze sotterranee, invisibili, inimmaginabili per il profano. Queste assai di rado sono quelle che sembrano evidenti, logiche o verisimili. Tali rapporti inediti articolano invece dei fenomeni che sembrano in un primo tempo non aver nulla in comune. Uniscono gli aspetti inattesi che, entro ordini di cose tra loro poco compatibili, sono l'effetto di una medesima legge, sono conseguenze di un medesimo principio, risposte ad una medesima sfida. Delle soluzioni eterogenee dissimulano efficacemente, di fronte ad un'indagine ingenua, i percorsi disparati di una economia profonda il cui principio, comunque, rimane dappertutto identico a se stesso. Ed è questo ciò che ci interessa scoprire.
Gli eruditi, che la sanno lunga ma solo in un ambito circoscritto, si trovano raramente in condizione di percepire un genere di relazioni che unicamente un sapere polivalente è in grado di stabilire. Per lo più è il caso, unito ad una fantasia particolarmente coraggiosa, che mette sulla buona strada per arrivare a tali scoperte. Incontri di scienziati appartenenti a discipline ben definite, ma che si preoccupano degli sviluppi delle altre e sono ansiosi di confrontare i rispettivi risultati, i metodi e le difficoltà, dovrebbero parimenti moltiplicare le occasioni per scoprire le connivenze che permettono di decifrare ciò che ho sopra chiamato i percorsi trasversali della natura. Infine è probabile che un piccolo numero di ricercatori che si dedicano spontaneamente allo studio di fenomeni che fuoriescono dalle cornici tradizionali delle diverse scienze si trovino nella posizione migliore per reperire delle correlazioni sin qui neglette, ma adeguate per completare la rete dei rapporti già stabiliti.
E insomma venuto il tempo di saggiare le potenzíalità delle scienze diagonali.

© Raffaello Cortina Editore 1998

Note

  • 1. Cfr. la memoria di Pasteur del 1857 negli Annales de Chimie et de Physique (III serie, XLIX, pp. 5-3 1): "Dall'insieme di queste osservazioni (aumento dei cristalli di bimalato d'ammoniaca) risulta che quando un cristallo si sia rotto in una qualunque delle sue parti e lo si rimetta nella sua acqua madre, mentre si ingrandisce in tutti i sensi a causa di un deposito di parti celle cristalline, un'attività assai intensa si svolge sulla parte rotta o deformata; e in poche ore questa non riesce soltanto a produrre una generale condizione di regolarità su tutte le parti del cristallo, ma anche a ristabilire la regolarità della parte mutilata". In maniera assai significativa, Pasteur si accorge che è possibile un accostamento con la cicatrizzazione delle piante, ma la prudenza lo conduce a notare il fatto senza prendere posizione: "A molti piacerà accostare questi fatti curiosi a quelli che gli esseri viventi presentano quando abbiano subito una ferita più o meno profonda. La parte danneggiata riprende poco a poco la sua forma primitiva, ma il lavoro di riformazione dei tessuti è, in questo punto, ben più attivo che nelle condizioni normali". Citato da J. Nicolle, La symétrie dans la nature et les travaux des hommes, Paris 1955, p. 75.
  • 2. In italiano nel testo. [NdT]
  • 3. R. Klein, Postfazione a J. Burckhardt, La civilisation de la Renaissance en Italie, Paris 1958, p. 30.