Tutte le volte che la scienza,
la filosofia e il buon senso s'incontrano...
di Gilles Deleuze



(Gilles Deleuze, Differenza e ripetizione, Raffaello Cortina Editore 1997, pp.290-291)

Tutte le volte che la scienza, la filosofia e il buon senso s'incontrano, è inevitabile che il buon senso si consideri una scienza e una filosofia (e questo spiega perché tali incontri vadano accuratamente evitati). Si tratta dunque dell'essenza del buon senso, definita sinteticamente da Hegel nella Differenza dei sistemi di Fichte e di Schelling, quando afferma che il buon senso è la verità parziale nella misura in cui vi si aggiunga il sentimento dell'assoluto. La verità come ragione vi si trova allo stato parziale e l'assoluto vi si trova come sentimento. Ma in che modo il sentimento dell'assoluto si agiunge alla verità parziale? Il buon senso che è essenzialmente distributivo, partitivo (da una parte e dall'altra sono le formule della sua piattezza o della sua falsa profondità) tiene conto dei fatti. E' evidente tuttavia che ogni distribuzione non implica il buon senso: ci sono distribuzioni della follia, ripartizioni folli. Forse spetta al buon senso anche presupporre la follia, e giungere per secondo a correggere ciò che di folle può trovarsi in una precedente distribuzione. Una distribuzione è conforme al buon senso, quando tende per se stessa a scongiurare la differenza nel distribuito. Soltanto quando si presuppone che la disuguaglianza delle parti si annulli col tempo e nell'ambiente, la ripartizione è effettivamente conforme al buon senso o segue un senso detto buono. Il buon senso è per natura escatologico, profetizza una compensazione e una uniformazione finali, e giunge per secondo solo perché presuppone la folle distribuzione: la distribuzione nomade, istantanea, l'anarchia incoronata, la differenza. Ma il buon senso, in quanto sedentario e paziente, in quanto dispone del tempo, corregge la differenza, l'introduce in un ambito che porta inevitabilmente all'annullamento delle differenze o alla compensazione delle parti, essendone esso stesso il "centro". Pensandosi tra gli estremi, li neutralizza, ne colma l'intervallo. Non nega le differenze, anzi fa in modo che si neghino nelle condizioni dell'esteso e nell'ordine del tempo. Moltiplica le medietà e, come il demiurgo di Platone, non cessa, pazientemente, di neutralizzare il disuguale nel divisibile. Il buon senso è l'ideologia delle classi medie che si riconoscono nell'uguaglianza come prodotto astratto. Sogna meno di agire che di costituire l'ambiente naturale, l'elemento di un'azione che va dal più differenzaito al meno differenziato: il buon senso dell'economia politica nel secolo XVIII, vede così nella classe dei commercianti la compensazione naturale degli estremi, e nella prosperità del commercio il processo meccanico del livellamento delle parti. Esso quindi sogna più di prevedere che di agire, lasciando procedere l'azione dall'imprevedibile al prevedibile (dalla produzione delle differenze alla loro riduzione) e così, né contemplativo né attivo, è previdente. (...) Il buon senso non nega la differenza, la riconosce, invece, ma giusto quanto basta per affermare che essa si nega, con esteso e tempo sufficienti. Tra la folle differenza e la differenza annullata, tra l'ineguale nel divisibile e il divisibile livellato, tra la distribuzione dell'ineguale e l'eguaglianza distribuita, è giocoforza che il buon senso sia vissuto come una rgola di ripartizione universale, e quindi come universalmente ripartito.

© Raffaello Cortina Editore 1997