La guerra dei sogni
di Marc Augé

 
Il brano che segue si trova alle pagine 118-120 del nuovo saggio di Marc Augé, La guerra dei sogni. Esercizi di etno-fiction, elèuthera 1998, pp. 128, Lire 18.000

Per un breve commento di Carlo Formenti, fai un clic qui.

L'esempio di Disney, che alla fine è soltanto l'impresa più compiuta di "messa in finzione o in spettacolo" del mondo caratteristica della nostra epoca, ci dà un'idea di ciò che sarebbe un mondo di pura finzione. Ma siamo già per gran parte in un mondo così. E i "nonluoghi" che ho avuto modo di ricordare altrove si misurano prima di tutto con la loro capacità finzionale, la loro capacità di "finzionalizzazione". Non si è mai tanto lontani da Disneyland in un aeroporto o in un grande albergo, ed è molto raro che non vi si incontrino tracce della sua presenza su un manifesto o in una vetrina. Le orecchie di Topolino sono dappertutto all'ascolto del mondo.
Per misurare l'ampiezza del fenomeno di "finzionalizzazione", si può partire da una constatazione di base: se la finzione si adatta così bene alla tecnologia (al punto da farne uno dei temi dominanti nei parchi di divertimento) è perché la tecnologia, dal canto suo, si adatta molto bene alla finzione, a tutte le finzioni. La surmodernità, per come viene vissuta, procede da un miglioramento della tecnologia che in sé non è che un precipitato della scienza; l'ambiente che essa crea ha l'apparenza di una seconda natura e non vieta di per sé nessuna opzione ideologica. Si può addirittura supporre che, dato l'isolamento relativo prodotto oggi dal rapporto con l'immagine, l'ambiente tecnologico si riveli propizio alle evasioni solitarie, che passino per la consultazione di un oroscopo, per l'ascolto ininterrotto della musica o per lo sforzo di raggiungere su un sito Internet degli interlocutori senza voce né volto, ma dotati, anch'essi, della parola. Negli Stati Uniti, alcuni esponenti religiosi molto diversi (cattolici, anglicani, musulmani, ebrei, mormoni e addirittura fedeli del culto zen) hanno aperto dei siti su Internet. Hanno trovato incoraggianti i primi risultati, soprattutto per le grandi religioni, cattolicesimo in testa. Per esempio oltre trecentomila persone si sono connesse con il sito riservato al Vaticano nei due giorni successivi alla sua apertura (a Natale 1995). Il direttore dello spazio riservato alla Santa Sede, Jim McDonnel, ha dichiarato al "Financial Times" che per le persone è più facile utilizzare il computer che andare in biblioteca a leggere le encicliche. Il sito riservato all'Islam ha già attirato settemila persone. Ma la prova migliore della compatibilità fra Internet e la religione è stata fornita dall'accoglienza riservata all'iniziativa del Centro di comunicazione ebraica di New York che ha messo su Internet un documento sulla storia e i costumi del popolo ebraico, e che viene contattato da duecentomila utenti al mese. I suoi responsabili non escludono di trasformare il sito in una vera e propria impresa commerciale che cederebbe alcuni spazi per gli annunci. Ma (ed è ciò su cui fisseremo maggiormente la nostra attenzione) secondo il direttore del Centro, Larry Yudelson, ciò che incoraggia le Chiese ad andare alla conquista di questa nuova tribuna è innanzi tutto il carattere privato della relazione che si stabilisce fra l'utente e la rete. L'esperienza religiosa, ne conclude qualcuno, verrebbe completamente trasformata se su Internet potessero essere celebrate messe ed effettuate confessioni. Si può anche immaginare, davanti a queste innumerevoli possibilità di religione à la carte, che alcuni siano tentati di praticare per proprio conto un incessante bricolage mistico e di ricreare a loro uso esclusivo degli spazi "fra-due-miti" analoghi a quelli che abbiamo creduto di individuare nelle situazioni di tipo coloniale. Ad ognuno, provvisoriamente, la sua cosmologia.
In definitiva ci si può domandare se tutte le relazioni che si stabiliscono attraverso i media, qualunque sia la loro eventuale originalità, non dipendano prima di tutto da un deficit simbolico, da una difficoltà a creare del legame sociale in situ. L'io finzionale, colmo di una fascinazione che spunta in ogni relazione esclusiva con l'immagine, è un io senza relazioni e allo stesso tempo senza supporto identitario, suscettibile di assorbimento da parte del mondo delle immagini in cui crede di potersi ritrovare e riconoscere. Per qualche tempo ho avuto occasione di lavorare con un giovane di una trentina d’anni, vivace e simpatico, che ogni mattina mi commentava l’attualità. Non facevo fatica a seguire il suo commento, avendolo già ascoltato (senz’altro come lui), parola per parola, alla radio qualche minuto prima. Eppure quest’uomo era in completa buona fede e si identificava con ciò che diceva. Mi sono qualche volta sorpreso a immaginare che un giorno mi avrebbe raccontato il suo ultimo sogno e io vi avrei riconosciuto il mio perché entrambi l’avremmo già visto alla televisione.

© elèuthera 1998