Il Dio della Rete
di Carlo Formenti

 
Se siamo consapevoli di certe analogie fra l'immaginario del nostro secolo e i miti gnostici, lo dobbiamo in primo luogo ad Hans Jonas e a Carl G. Jung. Grazie alle loro ricerche abbiamo cominciato a riconoscere le affinità fra le inquietudini del soggetto moderno, coinvolto in un processo di "mondializzazione" che annienta le identità locali e ne ricombina i frammenti generando inedite sintesi culturali, e le visioni sincretiste suscitate da un processo simile ma ben più lontano nel tempo, che risale cioè a quella tarda antichità romano alessandrina che mise a contatto i miti della classicità pagana con l'ebraismo, con la tradizione indoiranica e con l'astro nascente della religione cristiana. Fu appunto l'imprevedibile corto circuito fra tradizioni tanto diverse da sembrare inconciliabili che, due millenni fa, diede vita all'arcipelago delle eresie gnostiche. Un insieme di culti estremamente variegato, e tuttavia caratterizzato da due credenze di fondo comuni. In primo luogo la convinzione che l'universo fosse il regno d'un dio minore e malvagio, un mondo nato per "errore" dopo la degradazione del Pleroma (lo stato di unità e perfezione in cui riposava originariamente la "vera" divinità, una Entità trascendente e inconoscibile che, per motivi imperscrutabili, aveva accettato di "uscire da sé" e si era lasciata imprigionare dalla materia). Ma soprattutto la convinzione che l'anima umana rappresentasse un frammento (o scintilla divina) del Pleroma, che la sua missione consistesse nell'assumere coscienza (gnosi) della propria natura e che, una volta raggiunta, tale consapevolezza avrebbe consentito di ricostituire l'unità originaria. In altre parole: l'uomo non deve attendere salvezza da Dio ma donarla a se stesso, e potrà farlo non appena scoprirà di essere un Dio imprigionato nelle tenebre della materia e inizierà a salire verso la luce dello spirito.

Hans Jonas ha messo in luce quanto questo annuncio di salvezza somigli alle moderne escatologie progressiste. In entrambi i casi l'uomo occupa il centro della scena ed assume il ruolo di Salvatore. Ed in entrambi i casi il mondo e il presente vengono rifiutati come malvagi, in nome di una luce che si accenderà nel futuro. Come conciliare, tuttavia, il materialismo delle moderne ideologie progressiste con l'odio gnostico nei confronti del mondo materiale? Qui viene in soccorso l'analisi di Jung sulla grande trasformazione innescata dall'alchimia e dall'ermetismo rinascimentali, quando l'anima moderna muoveva i primi passi e, mentre si appropriava delle immagini salvifiche della mitologia gnostica, ne amplificava il significato cogliendo la costitutiva ambivalenza che si cela dietro la demonizzazione della materia. Il Faust alchemico scende nelle tenebre della materia perché sa che proprio lì è imprigionata la luce dello spirito. Il dualismo radicale della gnosi (bene/male, luce/tenebre, spirito/materia) contiene un potenziale di inversione che l'alchimia ha intuito per prima e che la scienza moderna ha poi dispiegato, trasferendo sulla materia il valore supremo.

Ma la gnosi moderna non si è emancipata dal dualismo. Il rovesciamento di valore cui abbiamo accennato, infatti, mentre trasferisce sulla materia gli attributi di trascendenza, perfezione, bontà che l'antica gnosi attribuiva allo spirito, proietta simmetricamente sullo spirito i fantasmi negativi che l'antica gnosi proiettava sulla materia (vedi la condanna marxista della religione in quanto "oppio dei popoli", o il fastidio con cui il riduzionismo scientifico reagisce alle chiacchiere sull'anima, liquidando le manifestazioni dello psichismo umano come epifenomeni). Dell'eredità dualista della gnosi, insomma, non sembra facile sbarazzarsi, al punto che dietro ogni ideologia "monista" (il fatto che si invochi l'unità dalla parte dello spirito oppure da quella della materia non cambia le cose) è lecito dubitare il tentativo di esorcizzare il dilemma, facendone sprofondare nell'ombra uno dei termini. Prima di classificare le moderne "sette" gnostiche in relazione ai diversi modi di interpretare questo gioco di esclusioni incrociate, e prima di verificare quanto la loro mappa somigli a quella di duemila anni fa, vale la pena di spendere ancora qualche parola sui canali attraverso i quali l'immaginario gnostico ha trovato modo di attecchire e proliferare nella cultura contemporanea, fino a trovare terreno fertile nella tecnoscienza e a celebrare la una sorta di apoteosi postmoderna grazie all'avvento della Rete. Una delle vie più importanti di diffusione del neognosticismo è stata l'eredità escatologica delle sette protestanti, particolarmente attiva nella tradizione anglosassone (vedi l'analisi di Harold Bloom) nella quale continuano a prosperare versioni secolarizzate di quelle visioni, sia in campo letterario sia in campo scientifico-filosofico. Dalle grandiose visioni politico religiose di un William Blake, per esempio, è possibile risalire, attraverso gli incubi metafisici evocati da Edgar Allan Poe e Philip. H. Lovecraft, fino alla gnosi fantascientifica elaborata dall'ultimo Philip K. Dick (vedi nell'Archivio di erewhon). Ma è l'intera narrativa contemporanea di fantascienza ad essere permeata dall'idea che la salvezza stia nel futuro e che il compito dell'uomo su questo pianeta consista nel "creare" (cioè nel divenire egli stesso) Dio più che nell'adorarlo, come ha esplicitamente dichiarato un maestro del genere quale Arthur C. Clarke.
Un'idea simile, pur se formulata in modo meno ingenuo, attraversa l'intera storia dell'evoluzionismo, da Darwin (e da Marx, in quanto filosofo che ha applicato i principi dell'evoluzionismo in campo sociale) ai giorni nostri. La presenza di una vena gnostica nell'evoluzionismo è stata considerata come la deviazione di una minoranza di pensatori eretici finché a rivendicarla sono stati autori mistici e "vitalisti", come Bergson e Teilhard de Chardin. Ma non appena la "gnosi scientifica" (attraverso le opere di Gregory Bateson, Francisco Varela, Ilya Prigogine e molti altri) ha invaso territori meno sospetti (teoria dei sistemi, termodinamica, neuroscienze, ecc.) è diventato impossibile ignorarne l'esistenza. E una sua rimozione appare ancora più problematica da quando esiste la Rete. Non solo perché la Rete è un mezzo potente di "democratizzazione" del sapere scientifico, nel senso che offre ai non addetti ai lavori (in misura maggiore dei media tradizionali) la possibilità di appropriarsi del linguaggio e delle immagini della tecnoscienza, esaltandone il potenziale mitico. Ma anche perché è l'immagine stessa della Rete (in quanto macchina sincretista che mette a confronto parole, immagini e tradizioni di ogni tipo; supercervello che trascende le identità dei soggetti che contribuiscono ad alimentarne l'intelligenza prodigiosa, diffusa e impersonale; modello di un'entità, il cyberspazio, che sembra in grado di superare le tradizionali opposizioni fra spirito e materia) a suggerire quale potrebbe essere la forma che assumerà il Dio a venire.

Sarà forse l'Entità onnipotente, onnisciente e onnipresente che, secondo il fisico Frank Tipler, è destinata a venire alla luce in un remoto futuro per risvegliare tutti noi e farci rivivere in uno spazio paradisiaco simile da quello promesso dalle antiche religioni? Nei meandri della Rete circolano i germi di una nuova religione? L'immaginario alimentato dalla tecnoscienza sta generando una tecnoescatologia? Le culture "cyberdeliche" di fine millennio sono le avanguardie di una tecnognosi? Il critico americano Mark Dery ne è convinto, e ha cercato di dimostrarlo in una serie di saggi che tracciano la mappa del nuovo arcipelago gnostico. Le sette gnostiche dei primi secoli dell'era cristiana potrebbero essere classificate in tre grandi aree: un'area più legata alla tradizione ebraico-cristiana, caratterizzata da una radicale esaltazione della trascendenza dello spirito e da una altrettanto radicale condanna della materia e del corpo; un'area più influenzata dalla tradizione pagana, che nel corpo individua piuttosto uno strumento di trasgressione e di sfida nei confronti dei valori morali e delle regole imposte dalle religioni tradizionali, infine un'area che subisce soprattutto influssi orientali ed aspira ad una trascendenza che superi la dicotomia mente/corpo. Fra i tecnognostici di fine millennio è possibile riconoscere modelli simili, anche se, come avveniva per gli omologhi antichi, le singole correnti presentano spesso un miscuglio di differenti tendenze.

La corrente più semplice da analizzare è forse quella neopagana (che potremmo accostare agli antichi seguaci di Simon Mago, il meno "raffinato" dei maestri gnostici). I Tecnopagani (o Tecnosciamani, come a volte preferiscono definirsi) credono che la magia del passato e la tecnologia del futuro siano la stessa cosa. Preso atto che le tecnologie hanno raggiunto livelli di complessità tali da renderne incomprensibile il funzionamento, hanno iniziato a concepire un programma di software come l'equivalente di un incantesimo, il computer diviene così l'altare dove si celebra la magia delle parole, di un linguaggio capace di produrre effetti nel mondo materiale. Ma il software può fare di più: l'apparizione di "agenti intelligenti" dimostra che certi programmi possono comportarsi come se fossero "vivi". Il sacro viene riposizionato nell'universo virtuale che inizia a popolarsi di entità sovrannaturali, di spettri nella macchina, come le divinità woodoo che abitano il cyberspazio in "Count Zero", un famoso racconto di William Gibson. L'interfaccia non è più la procedura che consente agli umani di usare i computer come semplici strumenti, bensì il luogo in cui essi evocano i poteri dei loro "familiari elettronici". Ma Gibson e la narrativa cyberpunk testimoniano l'esistenza di una componente neopagana politicamente e culturalmente più radicale, una componente che immagina la relazione corpo macchina in termini più "fisici", vale a dire come ibridazione diretta dei due termini (il cyborg come versione postmoderna di centauri e chimere). Analogamente alle sette gnostiche che ricorrevano a pratiche orgiastiche per irridere i valori delle religioni tradizionali, il neopaganesimo cyberpunk esprime la volontà di resistenza del corpo sia contro lo spiritualismo, sia nei confronti della propria "colonizzazione" da parte della tecnica. E' il corpo martoriato dei romanzi di James Ballard e dei film di David Cronenbreg, è l'amore per il junk, la spazzatura tecnologica, che manifestano i personaggi della narrativa cyberpunk, o di pellicole come "Mad Max" e "America 1999 fuga da New York". E' la "politica insurrezionale a bassa tecnologia" (come la definisce Mark Dery) praticata dal gruppo dei Survival Research Laboratories. E tuttavia i "veri" tecnognostici, autori di sofisticate mitologie in grado di reggere il confronto con quelle elaborate dagli antichi seguaci del vescovo Valentino, vanno cercati fra le culture cyberdeliche californiane. Nel crogiolo che le ha forgiate troviamo "L'ecologia della mente" di Gregory Bateson, il "Tao della fisica" di Fritjof Capra e il sincretismo New Age, fra misticismo orientale ed evoluzionismo alla Teilhard de Chardin. Il grande sogno è quello della "Teogenesi", del processo di un Dio immanente che coincide con l'universo, di una Mente che diviene autocosciente attraverso l'evoluzione della specie umana. Era il sogno dei Valentiniani, era il sogno dei mistici rinascimentali ebraici, come Lurja, era anche il sogno di Alchimisti ed Ermetici. Oggi è il sogno dei tecnognostici che credono di riconoscere nella Rete la figura del Dio a venire. Come il filosofo francese Pierre Lévy, che in Internet vede il potenziale di una "intelligenza collettiva" che egli sembra concepire, al tempo stesso, come una versione postmoderna del "general intellect" di Marx, e come una sorta di entità trascendente dotata di vita propria (versione cyber di Gaia, il Dio-Pianeta adorato dagli ecologisti).
Come al solito, dietro a ogni visione monista è tuttavia in agguato il dualismo ricacciato dietro le quinte. Così la gnosi sistemica e "mentalista" di Bateson non ha allievi solo a sinistra. Dalle interpretazioni "riduzioniste" che il suo pensiero ha ricevuto da Douglas Hofstadter e da Kevin Kelly, infatti, è nata un'altra setta tecnognostica, radicalmente dualista e fedele al tradizionale odio gnostico per la "carne". Una corrente alla quale appartengono gruppi come gli Extropiani e i Transumaniani di Los Angeles e, più in generale, tutta l'area che si ispira al concetto di "postumano". L'odio e il distacco nei confronti del corpo, considerato un hardware biologico (o wetware) ormai inadatto al nuovo ambiente della "infosfera", si manifesta per esempio nella filosofia dell'artista greco-australiano Stelarc, noto per le sue performance nel corso delle quali tenta di vincere l'obsolescenza del corpo creandosi, con mezzi dolorosissimi, un corpo da cyborg.
Ancora più radicale la tensione a trascendere i limiti fisici (ma anche quelli imposti da valori morali e convenzioni politiche) manifestata dagli extropiani. Convinti di non "essere" corpi, bensì menti che "hanno" un corpo (o meglio, di essere banche dati, memorie, programmi, software in grado di "girare" indifferentemente su qualsiasi tipo di hardware), gli extropiani perseguono l'ambizioso obiettivo di divenire immortali. Una mente sana dovrebbe forse rassegnarsi a morire solo perché il suo corpo invecchia e si ammala? Come superare questo "inconveniente"? Riducendo la coscienza a puro spirito, dopo averla "copiata" nella memoria di un computer. Delirio? A sostenere la tesi non è un pazzo ma il noto studioso di robotica Hans Moravec, il quale, rifacendosi alle teorie di Marvin Minsky, ragiona così: se noi siamo, in ultima analisi, solo una certa forma di organizzazione della materia, perché non ipotizzare che questa forma possa sopravvivere al cambiamento del proprio supporto materiale? In attesa che il "download" di personalità umane nei computer si riveli praticabile, gli extropiani ci esortano a prolungare la vita ricorrendo all'ibernazione, alle manipolazioni genetiche (compresa la clonazione) e alle nanotecnologie. Com'è facile intuire, i seguaci di questo trascendentalismo informatico si dichiarano anarco-capitalisti, liberisti e iperindividualisti (alla Negroponte), antiecologisti e seguaci di un ottimismo scientifico e tecnologico che non ammette eccezioni.
E, per fugare ogni dubbio in merito alla natura religiosa del loro materialismo scientifico, dichiarano che, dopo il declino delle religioni tradizionali, solo la speranza di un'immortalità cibernetica può sostituire quella di un'immortalità metafisica, assumendo la funzione di obiettivo e valore supremo per l'emergente civilizzazione globale. A chi voglia approfondire l'argomento in modo classico, proponiamo la scarna bibliografia qui di seguito, ma per cogliere davvero lo spirito dei tecnognostici occorre navigare nel loro elemento preferito, magari seguendo le boe segnaletiche che abbiamo disseminato lungo il nostro percorso.


BIBLIOGRAFIA

A. GNOSI E MODERNITA'

  • Hans Jonas, Lo gnosticismo, Società Editrice Internazionale, Torino 1973
  • Carl. G Jung, Psicologia e religione, Boringhieri, Torino 1979
  • Carl G. Jung, Aion: ricerche sul simbolismo del sé, Boringhieri, Torino 1982
  • Carl g: Jung, Psicologia e alchimia, Boringhieri, Torino 1981
  • Harold Bloom, Omens of Millennium: The Gnosis of Angels, Dreams and Resurrection, Riverhead Books, New York 1996
  • Giovanni Filoramo, Il risveglio della gnosi ovvero diventare dio, Laterza, Roma 1990
  • Carlo Formenti, Piccole apocalissi, Cortina, Milano 1991

B. TECNOGNOSTICI

  • Philip K. Dick, Mutazioni, Feltrinelli, Milano 1997
  • William Gibson, Neuromante, Nord, Milano 1991
  • Pierre Lévy, L'intelligenza collettiva, Feltrinelli, Milano 1996
  • Mark Dery, Velocità di fuga, Feltrinelli, Milano 1998
  • Franco Berardi (Bifo), Neuromagma, Castelvecchi, Roma 1995
  • Kevin Kelly, Out of Control, Apogeo, Milano, 1995
  • Antonio Caronia, Il cyborg, Theoria, Roma 1985
  • Antonio Caronia, Il corpo virtuale, Muzzio, Padova 1996
  • Antonio Caronia, Houdini e Faust, Baldini & Castoldi, Milano 1997
  • Donna J. Haraway, Manifesto Cyborg, Feltrinelli, Milano 1995
  • Mario Perniola, Il sex appeal dell'inorganico, Einaudi, Torino 1994
  • AAVV, Gens Electrica, Apogeo, Milano 1998
  • Hakim Bey, Millennium, Shake, Milano 1997

 

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