da Le tre stimmate di Palmer Eldritch
di Philip K. Dick



(Philip K. Dick, Le tre stimmate di Palmer Eldritch, Sellerio 1996, pp.196-198)

Dall'astronave usci Palmer Eldritch.
Era lui, non ci si poteva sbagliare: da quando era precipitato su Plutone, gli omeogiornali avevano pubblicato un gran numero di foto. Ovviamente, le foto erano vecchie di dieci anni, ma il tipo era rimasto lo stesso. Grigio e ossuto, ben oltre il metro e ottanta di altezza, con braccia ciondolanti e un'andatura particolarmente rapida. E la sua faccia aveva un che di devastato, di smangiato, come se, ipotizzò Barney, lo strato di grasso si fosse completamente consumato, come se Eldritch, a un certo punto, si fosse cibato di se stesso, divorando magari di gusto le parti superflue del suo stesso corpo. Aveva enormi denti d'acciaio, che gli erano stati installati prima della partenza per Proxima da un dentista chirurgo ceco: erano saldati alla mandibola, fissi. Gli sarebbero durati tutta la vita. E poi... il suo braccio destro era artificiale. Aveva perso quello vero vent'anni prima, in un incidente di caccia su Callisto; quello nuovo, ovviamente, era migliore, nel senso che era dotato di una sofisticata serie di mani intercambiabili. In quel momento, Eldritch stava utilizzando l'estremità manuale simil-umana a cinque dita; a parte il luccichio metallico, avrebbe potuto anche essere organica.
Inoltre, era cieco. Almeno dal punto di vista degli organismi naturali. Ma aveva fatto dei trapianti, al prezzo che poté e volle pagare: era stato operato da oculisti brasiliani, appena prima di partire per Proxima. Avevano fatto uno splendido lavoro. I ricambi, collocati all'interno delle cavità oculari, erano privi di pupille, e i due tubi non erano mossi da alcun muscolo. Erano dotati, invece, di visione panoramica, prodotta da lenti grandangolari che, come immobili fessure orizzontali, li bisecavano. L'incidente agli occhi non era stato un incidente: era successo a Chicago, un deliberato assalto al vetriolo compiuto da ignoti, per ragioni altrettanto ignote... almeno all'opinione pubblica. Eldritch, probabilmente, lo sapeva. Però, non aveva detto nulla, non aveva sporto denuncia, ed era andato subito dal suo team di oculisti brasiliani. I suoi occhi artificiali a fessura orizzontale parvero piacergli: quasi subito si era presentato alla cerimonia di inaugurazione del Teatro dell'Opera di St. George, Utah, e si era mescolato ai suoi quasi-pari senza nessun imbarazzo. Persino ora, dopo dieci anni, quell'operazione veniva tentata raramente, e Barney vedeva per la prima volta gli occhi luxvid grandangolari Jensen. Questi e il braccio artificiale, con il suo vasto repertorio di opzioni manuali, lo impressionarono più di quanto si aspettasse... o. forse, c'era qualcos'altro in Eldritch?
- Signor Mayerson - disse Palmer Eldritch, e sorrise; i denti d'acciaio scintillarono nella debole e fredda luce di Marte. Tese la mano e Barney, meccanicamente, fece lo stesso.
"La voce" pensò Barney "proviene da un punto diverso da...". Sgranò gli occhi. L'intera figura era incorporea e, attraverso di essa, si intravedeva il paesaggio retrostante. Era una sorta di fantasma, prodotto artificialmente, e lui vi colse un che di ironico: già il tipo era artificiale, e ora si scopriva che persino la carne e il sangue lo erano."Questa è la cosa tornata da Proxíma?" si domandò Barney. "Se così fosse, Hepburn-Gilbert è stato imbrogliato: questo non è affatto un essere umano. Per niente".

© Sellerio 1996