Le donne dicono di sì alla fecondazione artificiale per passione
di Marisa Fiumanò



(L'immacolata fecondazione. Perché le donne dicono di sì alla scienza, a cura di Marisa Fiumanò, La Tartaruga edizioni 1996, pp.29-36)

... le donne dicono di sì alla fecondazione artificiale per passione. Questa passione è una forma, tutta femminile, di investigazione sull'origine, sul reale della procreazione; ha a che fare col sentire attraverso il corpo più che con il sapere, quindi riguarda il godimento che si attribuisce alla madre.
Chatel de Brancion ha definito "godimento della madre" questa specie di "eccesso" che tocca le donne mettendole "fuori di sé", in balia di un'esperienza opaca in cui il corpo è ingaggiato nella sua oscurità somatica. E' un godimento che le donne provano ma non sanno decifrare e attendono che la tecnica scientifica lo faccia al loro posto. Quest'ultima, attraverso le sue pratiche, cerca di decifrare il "godimento della madre".
Questa tesi presuppone che il "godimento della madre" interessi tanto le donne che i tecnici della fecondazione; ma mentre le prime domandano di sperimentarlo, i secondi lo vogliono, invece, decodificare.

Indagare sull'origine

Vorrei avanzare accanto a quella di Chatel de Brancion un'altra tesi che mette in risalto l'eterogeneità delle posizioni ed il fraintendimento radicale fra le parti, ma ipotizza che il medium fra le une e gli altri sia un'interrogazione sull'origine.
Le donne sono attratte dal mistero insondabile del cambiamento di status che istituisce la vita. La passione dell'origine è uno dei modi di accostare il materno, ma è un'investigazione che, per la maggior parte delle donne, non prevede sublimazioni, mediazioni o trasposizioni in altri campi del sapere. Esige invece di essere sperimentata attraverso il corpo. Come se il "sentire" attraverso il corpo il farsi della vita potesse offrire una presa diretta sul suo enigma. Come se quest'enigma incarnato, incistato in un corpo di donna, potesse essere addomesticato e reso meno estraneo. Come se il corpo femminile potesse rendere l'origine familiare e sensata.
La pretesa di "familiarizzare" con l'origine in realtà è sempre disattesa: le esperienze della gravidanza e del parto contengono invariabilmente, in misura maggiore o minore, qualcosa di Unheimlich (per usare un termine freudiano), di perturbante, cioè di familiare ed estraneo al tempo stesso. Questa forma del perturbante, che è una versione del "godimento della madre", è un modo di sapere al tempo stesso di quel godimento e dell'origine. Per il fatto di avere a che fare col reale non può essere che un sapere vago, umbratile, sfuggente, soggetto all'oblio. E' difficile ricordare ciò che non può essere detto:
"La trasformazione in scrittura di questa esperienza mi si presenta in primo luogo come un corpo a corpo contro l'oblio. Oblio come desiderio, come impossibilità di una certa struttura del ricordo, come ostacolo alla simbolizzazione di un essere e un fare troppo pieni e presenti per essere trasformati, lavorati, simbolizzati. Impero del presente, appunto.
Ed è questa la prima questione che vorrei porre.
Le ragioni della tenacia di quest'oblio. La trama dell'oggi cancella lo ieri. Il "notes magico" funziona troppo velocemente. La presenza dell'attualità cancella ogni alterità o vi imprime, comunque, un altro ritmo.
All'inizio mi colpiva, delle altre, la dimenticanza, generale, dei gesti quotidiani .... Analogamente impensabile mi sembrava lo scivolare via sul dolore del parto, quel dolore non legato a ferite o incidenti o altro ma al nascere desiderato di un altro. Mi sembrava impossibile che gesti ripetuti, invasivi del tempo, o dirompenti rispetto alla normalità del vivere potessero scivolare via, come riassorbiti dall'oggi....
Anche a me che, per tutta la gravidanza, sembrava di aver stampato pensieri e azioni, vissuti e gesti, a lettere di fuoco, il quadro si confondeva, annebbiava, diveniva uniforme.
Ma qui il silenzio mi è parso più tenace, la difficoltà più grave e inaspettata, come se tra donne non ci fosse una zolla di terra dove trovarsi a parlare, come se non ci fosse una lingua possibile tra la comunanza in quanto madri, inevitabilmente centrata sui figli, e una apparentemente insuperabile, turbata e improvvisa estraneità, vissuta rispetto a chi questa esperienza non la voleva vivere o non se la permetteva o si era trovata a viverla in un tempo così lontano della sua storia personale da farla appartenere comunque ad un'altra epoca!" (5)
L'insistenza di Paola Melchiori sull'alterazione delle funzioni del ricordo e del tempo nell'esperienza della maternità rinviano al suo carattere passionale, a questo modo, tutto femminile, di investigare sull'origine.
Il termine passione, che viene dal latino patior, soffrire, ha lo stesso etimo di pazienza, nota Marie Pesenti (6); la passione e la pazienza si collocano su una stessa linea, in continuità. Paziente è chi aspetta senza curarsi del tempo che passa; anche la passione ignora il tempo perché è più importante e preziosa del tempo.
Il tempo è una controfigura della morte o viceversa. L'una sarebbe inconcepibile senza l'altro. La passione, allora, disprezzando il tempo, se ne infischia della morte.
Se ne infischia, cioè vuol dire che non la teme, al contrario, ha rapporti familiari con lei.
La passione confina con la morte: è, come si giurano gli amanti, eterna.
Il godimento infinito, dunque senza tempo, ricercato nella passione del materno, ha a che fare con la fascinazione della morte.
Intendo la morte come un assentarsi, un venir meno in quanto soggetto, una specie di estasi e rapimento, un'abolizione di sé: la sparizione in quanto soggetto è il prezzo dell'estasi, come ci insegnano le mistiche.
Potrei giustificare con molti esempi quest'accostamento tra la passione paziente delle donne che si sottopongono alla fecondazione artificiale e il rapimento mistico o amoroso. Ma quello che mi preme sottolineare è la dimensione di alienazione e di spossessamento che la passione produce, l'assenza di soggettività.
In questa giuntura particolarmente fragile della femminilità che è la passione del materno si installa il parassitismo della tecnologia scientifica.
E' possibile che questo parassitismo pretenda di decifrare "il godimento della madre", che provi a suo modo a mitigare il lato di estraneità di un'esperienza perturbante per inscriverla in un sapere, come quello scientifico, che non prevede la soggettività.
Al contrario delle donne la tecnica scientifica non può tollerare il lato inquietante del nascere così come tutto il processo di formazione di una nuova vita. Deve operare una riduzione o una traduzione nel suo linguaggio. Un modo di ridurlo può essere quello di tentare di vederlo: l'investigazione sull'origine da parte della tecnica scientifica avviene attraverso strumenti ottici come i microscopi o le macchine per l'ecografia; essa crede di poter vedere il farsi della vita e, di conseguenza, arrivare a padroneggiarlo, vale a dire a padroneggiare il tempo e con il tempo la morte.
Nessuna pazienza, nel senso del patior indicato prima e dell'indifferenza della passione nei confronti del tempo, anima l'investigazione scientifica. Essa tende piuttosto alla sua abolizione per approdare ad un sapere sterilizzato, senza domande, ridotto a ciò che è visibile e manipolabile, ad una forma pura di reale su cui non c'è niente da dire.
Tra il voler vedere della tecnica ed il voler sentire attraverso il corpo da parte delle donne c'è il solco che separa due discorsi, due modi di affrontare il reale.
Il primo vuole farlo tacere, ridurlo a pura fattualità, il secondo non intende rinunciare a farne esperienza attraverso il corpo.
Più l'infecondità rende difficile o impossibile quest'esperienza, più la mistica della maternità viene esaltata e la passione si rafforza. Più si teme di essere escluse dal regno del materno, più la pazienza si accresce e si perde la misura del tempo.
La passione del materno riguarda le donne ma non tutte in egual misura. La misura può variare fino a rendere irriconoscibili le une alle altre. Nel saggio che trova posto in questo libro Chatel de Brancion propone di dividere le donne tra quelle che hanno fatto esperienza di "ravage" nel rapporto con la madre e quelle confinate nella spersonalizzazione del rapimento nei confronti del godimento materno. Solo le seconde sarebbero soggette alla presa della passione.
Nella realtà concreta, delle singole donne, è questione di misura: non si esce mai senza fatica dal rapporto con la madre anche se lo spettro delle variazioni quantitative può essere davvero molto ampio. Inoltre è anche la contingenza a decidere se le donne non possono che restare schiave della propria passione o se invece sono in condizione di prenderne le distanze. Molto dipende da un incontro riuscito o mancato. Un incontro riuscito ( con un medico, un operatore, uno psicanalista) è quello che sottrae la donna all'attrazione fatale del godimento della madre. L'esperienza della maternità non passa necessariamente attraverso una resa incondizionata alla sua passione o un'adesione alla sua mistica.
La cronaca e l'esperienza dei ginecologi confermano che spesso la richiesta di fecondazione artificiale di donne che non sono più in età fertile, ha a che fare col lutto non consumato di un figlio perduto. Come se la maternità potesse annullare il tempo, la morte, la particolarità dei singoli soggetti. Nessun bambino, invece, dovrebbe nascere al posto di un morto.
Molte donne infeconde, ma senza particolari problemi organici, sono nate dopo un fratello morto o l'hanno perduto che erano molto piccole. Offerte in olocausto alla passione materna esprimono attraverso il sintomo il peso che questa passione costituisce per loro e l'impossibilità di separarsene.
Il ricorso alla fecondazione artificiale perpetua, in questi casi, la dipendenza simbiotica dalla madre. Viene riprodotta l'unica modalità di amore materno conosciuta, la passione accanita per il bambino.
Anche nell'ambito della fecondazione artificiale, come in altri settori della medicina, si può parlare di accanimento terapeutico; ma, in questo caso, la lotta alla sterilità non si potrebbe compiere se le donne non fossero disponibili ad accanirsi, a loro volta, in un "percorso da combattente", "a chiudersi in un circolo diabolico di dolore". Chiedendosi quale sia il profitto, in termini di economia libidica, nel perseverare e alimentare tale condizione Auhagen Stephanos (7) ipotizza che ci sia un desiderio di espiazione e di autopunizione che solleva dal senso di colpa ed è in linea con la tendenza masochistica della sessualità femminile, Auhagen Stephanos indica anche altri vantaggi possibili in quella che chiama "sindrome da desiderio di figli": che sia, ad esempio, un modo di vendicarsi del partner o dei genitori.
Questi fattori psicologici, che possono certo essere presenti, non affrontano il problema in termini radicali, di struttura.
Per dare conto della pervicacia delle donne nel perseguire l'obiettivo della fecondazione, prima di indagare sulla singolarità dei casi, bisogna rilevare che la difficoltà intrinseca all'accesso alla femminilità costituisce di per sé una condizione favorevole alla manipolazione scientifica.
Difficilmente una donna può considerare definitivamente chiuso il capitolo del rapporto con la madre e col materno, Il legame irrisolto con la madre rientra nel campo della "passione del materno".
La passione non si riferisce necessariamente alla sessualità e al rapporto amoroso: può essere rivolta ai bambini e collocarsi al di qua del godimento fallico.
La dinamica della passione e del soggetto che ne è soggiogato gioca un ruolo di primo piano nelle vicende di procreazione assistita.
La passività, la pazienza, la sofferenza, l'indifferenza nei confronti del tempo, la passione dell'infantile si intrecciano con l'attesa dello sguardo e del riconoscimento. L'incontro col medico è un'offerta di sé senza riserve e senza garanzie in attesa di ricevere in cambio uno statuto di donna e al tempo stesso di madre: i due termini risultano confusi tra loro.
Tutto questo gioca nel rapporto delle donne con la fecondazione artificiale. Nessun esperimento sarebbe stato possibile senza questa propensione delle donne alla passione e all'abbandono nell'Altro, rappresentato, in questo caso, dal medico nella veste di officiante di una nuova forma di religione: quella che rischia di essere, e non solo per le donne, la scienza.

Note:
  1. Paola Melchiori "Il regno del presente", in Lapis n. 2.
  2. Marie Pesenti-lrrmann: "L'objet de la passion, c'est le passioné" in Apertura n. 8, Ed. Arcanes Parigi.
  3. Ute Auhagen Stephanos: Il desiderio di maternità, Boringhieri, 1995.

Altre opere citate nel testo:
Jacques Lacan Il seminario, Libro III, L'etica, Einaudi, 1985
M.M. Chatel Il disagio della procreazione, Il Saggiatore, Milano, 1995

© La Tartaruga 1996