Welfare e servizi

 
L’intero libro di Ota de Leonardis, In un diverso welfare, è costruito attorno all’idea che la questione pubblica aperta dal declino del welfare state e dalla connessa rottura dell’equazione tra pubblico e statuale vada affrontata congiuntamente alla questione organizzativa del servizio, di come funziona e di ciò che vi si produce. Quali forme organizzative potrebbero riaffermare lo statuto pubblico dei discorsi, delle pratiche, degli attori e dei beni in gioco nelle materie sociali?
Questa seconda questione può essere affrontata cominciando col ragionare sulla forma organizzativa del servizio.
Che cos’è “servizio”? Se si riflette sugli usi di questa nozione si avverte la curiosa impressione di una dissonanza: mentre da un lato assistiamo al declino, alla marginalità crescente dei servizi sociali e alla loro delegittimazione, dall’altro notiamo che il servizio è la forma organizzativa emergente delle relazioni di produzione e di scambio nella nuova economia “post” o “neo” industriale. Mentre il mondo dei servizi sociali - dove si lavora a riparare il tessuto dei legami sociali - si adegua faticosamente ai modelli organizzativi dell’impresa (con manager e aziende, bilanci e prodotti, forme tayloristiche del lavoro e criteri di efficienza economica), nel mondo delle imprese economiche l’efficacia, il vantaggio competitivo, sono ora affidati piuttosto alle relazioni, e alla capacità di produrre relazioni. Prodotto-servizio, produttività delle interfacce, reti, beni relazionali, clienti come co-produttori...: la potenza costruttiva (e distruttiva) della nuova economia ha spostato il suo fuoco dagli oggetti alle relazioni. Il motore di questa economia delle relazioni è appunto il servizio, una forma organizzativa costituita da, e generativa di relazioni (cfr. cap. 4).
Invece di ricorrere al vecchio armamentario dell’economia industrialista, per ripensare e riorganizzare i servizi sociali bisogna mettere a frutto questa forma organizzativa del servizio, con queste valenze. Sta qui, anche, la chiave per ricostituirne lo statuto pubblico di generatori di socialità, di istituzioni che affrontano problemi e curano beni, pubblici, comuni, pertinenti alla tenuta e alla qualità del legame sociale.

Vedi Ripensare i servizi sociali, estratto da Ota de Leonardis, In un diverso welfare. Sogni e incubi, Feltrinelli 1998.