Istituzioni come costruzioni intelligenti
di Carlo Donolo



(Carlo Donolo, L'intelligenza delle istituzioni, Feltrinelli 1997, pp. 226-232)

3.1. Costruzione sociale . Le istituzioni sono costruzioni sociali. Anzi, costrutti dell'intelligenza sociale, quale si è concretizzata in "opere pubbliche" nel corso del tempo. Come dote di una società le istituzioni rientrano nella più ampia classe dei beni comuni, i quali d'altra parte dipendono essenzialmente dalla vita delle istituzioni per la propria riproduzione e per il proprio deperimento.

Le istituzioni, in dipendenza da caratteristiche della propria costituzione, possono essere in grado di apprendere e sviluppare capacità, nel senso di competenza a fare (specificamente: fornire risposte a domande della società, oltre a soddisfare tutta una serie indefinita di funzioni) e più in particolare capacità negativa,(18) intesa come competenza comunicativa e operativa per disincagliare se stesse, e quindi i processi sociali connessi e dipendenti da prestazioni istituzionali, da secche, vicoli ciechi, carenze ed eccessi. La capacità negativa può essere fatta coincidere con la capacità di innovare, se nell'idea di innovazione si sottolinea il momento dell'apprendimento, la dimensione cognitiva e riflessiva. Come capacità di dire no, di dire basta, di rifiutare modalità consuete, tradizionali, anche autorevoli, implica un momento critico e autocritico, rivolto particolarmente contro il surplus di repressione, autoritarismo e tradizionalismo, che comunque ogni istituzione si trascina dietro, se non altro per la sua lunga storia.

La capacità, e in particolare quella negativa, significa poter riaprire spazi di libertà e di autonomia per l'agire istituzionale e quindi anche per gli attori implicati . In gran parte consisterà in una revisione di preferenze e della loro gerarchia alla luce di ripensate metapreferenze o alla luce di reinterpretati principi costituzionali.(19) Un processo di questo tipo implica l'attivazione di canali comunicativi all'interno e all'esterno delle istituzioni e tra attori. Un dialogo, spesso molto conflittuale e finanche distruttivo, oppure capace di generare innovazioni.(20)

Sebbene sia banale e apparentemente intuitivo dire che le istituzioni sono costruzioni sociali, altrettanto difficile è indicare come avviene il processo della loro formazione come costrutti. Le istituzioni in certo senso hanno una posizione peculiare, in quanto vanno presupposte in ogni discorso relativo ad attori e azioni come anche in riferimento all'ordine sociale. Si potrebbe dire che una classe di istituzioni, tramite i processi di apprendimento e cristallizzazione resi possibili, contribuisce alla creazione di altre classi di istituzioni, che a loro volta... e così via . Quale sia la matrice istituzionale più produttiva varia storicamente (nei paesi occidentali il primato è spettato per alcuni secoli alla politica, resasi indipendente dalla religione costituita in chiesa), e oggi sembra che le istituzioni economiche siano determinanti nella genesi delle istituzioni caratterizzanti la modernità e la tarda modernità.
Oppure: la costruzione sociale delle istituzioni avviene tramite le interazioni degli attori, canalizzate da istituzioni . Gli attori costruiscono le istituzioni sia con i loro progetti deliberati, sia con gli effetti indiretti delle loro interazioni . In ogni caso l'elemento progettuale è mescolato con quello proiettivo: domande, pretese normative, argomenti razionali, forza, interessi, identità, progetti e piani d'azione . Come nella caverna platonica, gli attori colgono delle proprie azioni solo le ombre che le istituzioni permettono loro di vedere, stando alle loro spalle o sotto i loro piedi . Ma, almeno nel quadro del razionalismo occidentale,(21) gli attori pretendono di progettare attivamente, cioè di interagire creativamente sia con le "ombre" sia, tramite loro, con la matrice stessa delle istituzioni . Sappiamo che nulla viene lasciato "allo stato di natura" ed è una storia molto lunga.(22) Dunque costrutti non solo nel senso progettuale, non solo nel senso proiettivo, ma anche in un senso riflessivo, come insistente ritorno del lavoro dell'attore sul suo proprio prodotto: sia quello voluto sia quello non voluto, fino alla hybris di tentare ciò che non può essere voluto.(23) La relazione riflessiva è fatta di linguaggi, comunicazione sociale, conflitto strutturato, che poi sboccano in revisioni, correzioni, riforme, nuove progettazioni. Il costrutto spontaneo diventa costruzione, il peso dell'istituzione ricevuta diventa leggerezza nella capacità negativa . Anche quest'ultima richiede, in quanto socialmente radicata e istituita, le proprie istituzioni e forme, anche se spesso rese latenti dalla violenza strutturale delle istituzioni dominanti ed egemoni. Il costrutto irrigidito si flessibilizza nella cogitazione sociale e nella deliberazione razionale. Il regime democratico è quello che offre storicamente il massimo di questa specifica capacità autocorrettiva dei costrutti istituzionali.

Che si tratti di un'intelligenza collettiva, e quindi anche di una cooperazione spesso involontaria, risulta dal fatto che sono all'opera congiuntamente tanti tipi di attori e di azioni, tante metapreferenze da bilanciare, tanti principi costituzionali da contemperare, e che l'onere dell'interpretazione è vastamente distribuito, anche se più spesso il processo di attivazione della capacità negativa e quindi di revisione riflessiva dei costrutti istituzionali è affidato a minoranze attive. Le quali, finché mantengono il contatto con tutto il resto, effettivamente decostruiscono e ricostruiscono, altrimenti - deviate come avanguardie - finiscono per confondere la propria ragione con la ragione di tutti gli altri. E ciò vale specialmente nell'arena pubblica e politica, dove ragioni e interessi tendono a intrecciarsi immediatamente, mentre più complesse sono le mediazioni nel caso del lavoro intellettuale o creativo.

Le istituzioni come costrutti sociali risultano da processi di costruzione deliberata e di formazione (Bildungsprozesse, shaping) e nelle loro miscele rinviano a forme diverse di intelligenza collettiva e cooperativa (quella progettuale e quella decostruttiva e rammemorante) che si riconfondono continuamente nelle forme più o meno strutturate della cogitazione e della deliberazione . Che siano costruiti lo si vede anche dal dato che ciò che sappiamo delle istituzioni deriva in gran parte dall'esperienza sociale che ne abbiamo, individualmente e collettivamente . E proprio nell'esperienza sociale le istituzioni ci si presentano sotto molte forme: come canalizzazioni, come pretese, come logiche d'azione, come dati materiali del contesto, come orizzonti di senso dell'azione, come progetti impliciti che qualcuno ha voluto per noi (si pensi alla scuola o alla sanità), come virtualità attivabili, come protesi che ci scaricano (afferma Gehlen) da fatiche e compiti eccessivi,(24) come mind e intelligenza artificiale, che in parte replica, in parte potenzia, in parte soggioga l'intelligenza sociale e naturale dell'attore.

Le istituzioni sono costrutti continuamente ri-costruiti e l'opera di ricostruzione avviene attraverso la comunicazione di cui una società è capace . Per questo li diciamo costrutti dell'intelligenza possibile. E' soprattutto nella riflessione ri-costruttiva o anche nella presa d'atto delle istituzioni come costrutti che si rintraccia la connessione tra istituzioni e beni comuni. Ogni istituzione è connessa, nel senso di un loosely coupled system, con tutte le altre, così come lo sono i beni comuni . In quel margine di flessibilità, nel contatto incerto, nell'indeterminatezza degli scambi tra beni e tra istituzioni sta il potenziale di fluidificazione del costrutto, come irrigidito, e quindi "degno" di attivare capacità negativa, oppure anche solo di provocare una valutazione in termini cognitivi o magari morali. Infatti di particolare rilievo sono i beni morali, virtuali e cognitivi, motivazionali, che l'attore è in grado di assorbire e riprodurre . Essi si trasformano in volizioni, motivi d'azione, intenzioni, capacità, identità, professionalità: con queste risorse il costrutto ridiventa intelligente o può essere demolito, a ragion veduta. (25)

3.2.Circuiti riflessivi . Sembra che la possibilità di riconoscere le istituzioni come costrutti sociali e insieme come opera dell'intelligenza collettiva dipenda in sostanza dall'efficacia (e dalla disponibilità) di processi sociali riflessivi. La riflessione sociale non è da intendere come una pausa degli attivismi, una sospensione della dinamica del conflitto di interessi . Anche se perfino queste forme sono istituzionalizzate in ogni società, e ce n'è perfino una labile traccia, per esempio, nelle regolazioni delle campagne elettorali. Inoltre le innovazioni sono tipicamente fatte derivare da attivismi, da rotture nelle istituzionalizzazioni correnti, dal ruolo di attori militanti.(26) Più ancora: la riflessione permanente equivarrebbe a una rivoluzione permanente, a una sospensione della quotidianità.
Ma qui intendiamo per processo riflessivo solo la chiusura almeno parziale del circuito tra premesse e conseguenze nell'azione istituzionale. Il circuito stesso e la possibilità della "chiusura" (cioè la chance che ogni attore istituzionale riprenda in esame continuamente gli impatti delle proprie azioni) sono affidati a forme di cooperazione diretta e indiretta, volontaria, istituita e anche involontaria e occasionale tra istituti, sfere istituzionali e tra attori e arene di tipo diverso . Questo pluralismo socioistituzionale non garantisce nessun esito positivo del processo riflessivo, ma certo è la forma più sofisticata di autocontrollo e autovalutazione societaria finora escogitata. Si tratta di riconoscerlo, di fissarne eventualmente qualche aspetto dirimente a livello costituzionale, e soprattutto di tenerne il debito conto nelle politiche istituzionali.(27)

Si può considerare l'insieme dei processi riflessivi come una specie di voice permanente che - dal mugugno all'analisi critica, dall'individuazione di errori all'attivismo propositivo a getto continuo - tiene a bada, almeno parzialmente, la vita istituzionale. E' molto evidente e anche ben studiato l'aspetto propriamente politico di questa dinamica. L'elemento da sottolineare è invece quello cognitivo (che saperi circolano, quali basi di informazioni sono in uso, c'è sufficiente usable knowledge - Lindblom -, quali le preferenze implicite nei vocabolari e nei motivi in circolazione?) e quello costruttivo (vedere i processi riflessivi come il momento comunicativo, linguistico, simbolico di quelle forze che alla lunga danno forma alle istituzioni).

Di particolare rilievo cognitivo e costruttivo, come alimentazione dei processi di istituzionalizzazione e come selezione delle razionalità rilevanti e delle loro forme, saranno quindi i saperi che diventano operativi (ma nella lunga durata avranno un peso "invisibile" anche i saperi che sono stati esclusi o marginalizzati, in quanto potenziali non utilizzati o beni comuni virtuali non riconosciuti e così fatti deperire):

  • nella cogitazione pubblica;
  • nella deliberazione degli affari pubblici;
  • nella produzione di saperi specialistici (specificamente: nelle modalità di traduzione dei saperi tecnico-scientifici in conoscenza praticabile in ambito istituzionale);
  • nei ruoli professionali (il cui peso è crescente nella società civile, ma anche nelle organizzazioni pubbliche);
  • nella negoziazione di conflitti (il conflitto sociale è costruito cognitivamente e normativamente da immagini della società e da stati preferiti del mondo; quali saperi e linguaggi vengono messi all'opera nella negoziazione non decide solo l'esito del conflitto, ma anche la qualità dell'institution building che inevitabilmente ne consegue).

Del resto, la riflessività non si rivela solo negli aspetti propriamente comunicativi, nei vocabolari in uso, nelle razionalità ammesse, nei tempi e nei luoghi per dibattere e decidere. Nelle arene in cui gli attori confliggono, la riflessività è l'ombra delle interazioni strategiche: non solo gioco di specchi dei contendenti ma anche "messa in forma" delle loro rispettive capacità.(28)
Come l'introspezione individuale, anche la riflessività interistituzionale è una virtù difficile, per quanto garantita e prevista da regole, procedure, prassi. Non esige solo competenze comunicative e cognitive, ma mette alla prova anche la moralità delle istituzioni . Non si tratta solo di basi di legittimità o di indici di gradimento (che certo sono continuamente variabili per ogni istituzione). Anche nella società massmediologica e dell'immagine "perdere la faccia" non è una questione di immagine. Qui si vede piuttosto quanto un'istituzione merita di essere presa sul serio e assunta come punto di riferimento normativo per l'azione, quante risorse morali (etiche, certo, ma anche motivazionali) è in grado di far circolare nella società, in che misura contribuisce all'erosione o al risarcimento delle basi morali della società. Forse per questo si sta invocando più etica della responsabilità, mentre i giudizi sull'efficienza e sull'efficacia assumono sempre più connotazioni etiche come valutazioni su quanto è accettabile o inaccettabile, appropriato o scandaloso. Ancora dalla bontà dei circuiti istituzionali dipenderà se tutto questo si esaurirà in una voce impotente o solo delegittimante, o si trasformerà in una risorsa per conoscere e per fare meglio.
Riflessività e circuiti significano solo che ogni istituzione richiama l'altra, anche sotto il profilo del potenziamento reciproco delle capacità e delle proprie abilità ri-costruttive. Non è questione di una sola istituzione intelligente, ma di una comunità di istituzioni intelligenti . Nel rimandarsi reciproco delle attività istituzionali c'è un gioco di squadra o c'è solo il rinvio e lo scarico di responsabilità? E' questo che dovremo chiederci quando, magari con il voto o con la voice, premiamo o puniamo attori e programmi politici, ci affidiamo o diffidiamo di istituzioni.

  1. Cfr. H.M. Unger, False necessity, Cambridge University Press 1988 e anche il par.3 di questo capitolo.

  2. Su questo punto G. Zagrebelsky, Il diritto mite, Einaudi 1992.

  3. Cfr. C.Donolo - F.Fichera, Le vie dell'innovazione, Feltrinelli 1988

  4. Dopo Weber e su Weber, cfr. W.Schluchter, Lo sviluppo del razionalismo occidentale, Il Mulino 1987 e Il paradosso della razionalizzazione, Liguori 1987.

  5. Sulla polis come inizio di questo processo, cfr. O.Murray, La città greca, Einaudi 1993.

  6. Sulla razionalità difficile e impossibile, cfr. gli scritti di Elster

  7. Certamente la razionalità limitata e satisficing di Simon è un prodotto istituzionale, nel senso che le istituzioni impediscono che ci sia una razionalità migliore di quella; sono però le istituzioni che ci permettono almeno di dotarci di una razionalità limitata che, a certe condizioni istituzionali e materiali, riduce i nostri errori e i loro costi.

  8. Sul tema, cfr. O. De Leonardis, Il terzo escluso, Feltrinelli 1990.

  9. Com'è noto è questo un tema caro alla sociologia francese: Morin, Touraine, Moscovici . Al contrario la sociologia tedesca (Gehlen, Schelsky) ha argomentato la tesi della riflessione permanente impossibile . Habermas in questo senso è una rottura della tradizione dominante.

  10. Cfr. il par. 4 di questo capitolo.

  11. Sul ruolo delle identità negli scambi strategici, cfr.G.E . Rusconi, (a cura di), Giochi e paradossi in politica, Einaudi 1989.

© Feltrinelli 1997