Ambigui androidi
di Carlo Formenti


Un brillante saggio del critico americano Mark Dery (Velocità di fuga, Feltrinelli 1997) descrive le cyberculture come un insieme di culti che confluiscono in un'unica, grande rivelazione "tecnoescatologica" di fine millennio. Hacker, raver, tecnopagani, tecnofili new age, nerd: secondo Dery, sono forse trecentomila (in gran parte californiani, bianchi, artisti, intellettuali o comunque appartenenti a livelli socioculturali medio-alti) gli adepti di un sentimento religioso di tipo nuovo, che si esprime attraverso fantasie di trascendenza che alludono alla liberazione di un presunto soggetto "postumano" da ogni limite, fisico o metafisico. Il "paradiso della tecnica" su cui ironizza Emanuele Severino, nelle sue analisi critiche degli esiti della tradizione metafisica occidentale, sarebbe insomma un'immagine che, per molti americani, coincide con una rappresentazione realistica del nostro immediato futuro. Rappresentazione paradossalmente ispirata da quella visione tecnoscientifica che, dopo aver prodotto il vuoto spirituale, offre oggi il materiale immaginario per un reincantamento del mondo.

Dery chiarisce di non parlare della scienza e della tecnologia in quanto tali, ma delle storie che noi ci raccontiamo a proposito della scienza e della tecnica, di quella che definisce una "politica del mito". Mito che si identifica con il sogno bionico di diventare tutt'uno con la macchina: dall'estetica delle protesi, elaborata dal performer Stelarc, al cyberspazio di William Gibson; dalle battaglie fra robot messe in scena dai Survival Research Laboratories alla pornomeccanica di Ballard e Cronenberg; dalle fantasie di registrare una mente nella memoria di un computer, in modo che sopravviva alla morte del corpo, alla realtà degli esperimenti di collegamento diretto fra protesi elettroniche e terminali nervosi. Sono scenari che aiutano a rimuovere la scomoda e paradossale condizione umana, che consiste nell'"avere" e al tempo stesso "essere" un corpo. Chiedendoci perché dovremmo accettare che la nostra mente debba morire assieme al corpo che la ospita, finiamo per sognare sempre più spesso una immortalità ottenuta emancipandoci da un corpo anacronistico, "obsoleto". Abbiamo cessato di adorare Dio, "il verbo che si è fatto carne", per impegnarci a creare un Dio futuro che sarà piuttosto "carne che si è fatta verbo". E l'altare su cui si celebrano i riti della tecnotrascendenza è il computer, scatola magica capace di convertire parole in fatti, simboli numerici in realtà (virtuale e immortale).
Dery registra il paradossale esito della svolta "tecnofila" delle controculture americane: dopo tanto blaterare contro le concezioni meccaniciste del mondo, hanno finito per celebrare la vecchia fantasia cartesiana che induce il soggetto a identificarsi con la mente, alimentando le nostre illusioni di "avere" un corpo. Il meccanicismo trionfa, travestito da spiritualismo tecnologico. Ma l'aspetto più originale dell'analisi di Dery consiste nel rintracciare il filo rosso che, contro ogni apparenza, unisce la tecnofilia punk di oggi alla tecnofobia hippie di trent'anni fa. A parole, i freak degli anni '60 erano pastorali e romantici, antiscientifici e antitecnologici, detiti al culto della corporeità, seguaci di filosofie olistiche orientaleggianti. Nei fatti, la loro esperienza più caratteristica non consisteva nel danzare nudi nei prati, bensì nello stonarsi ai concerti di rock acido; e la "consapevolezza cosmica" preferivano realizzarla istantaneamente, attraverso mezzi chimici, piuttosto che seguendo lunghi percorsi di ricerca interiore. A cambiare, più che la "filosofia" dei movimenti, sarebbe stato insomma il tipo di tecnolgie su cui viene proiettata un'aura di sacralità. L'idea di un Dio a venire disincarnato, "mentale", era già presente nell'immaginario della teoria dei sistemi, nell'ecologia cibernetica di Gregory Bateson, nell'evoluzionismo alla Teilhard de Chardin, nella mistica New Age che ha fatto da ponte fra tradizione hippie e componenti cyberdeliche del punk.
Un indizio che conferma questa tesi "continuista" di Dery, fondata sull'elemento mistico dei movimenti controculturali, è la straordinaria popolarità postuma che sta vivendo l'opera di Philip K. Dick. A giustificarla non bastano lo straordinario talento visionario dello scrittore (forse il più geniale autore di fantascienza), né il successo di film come Blade Runner e Atto di Forza, tratti dai suoi racconti. Allo smaliziato pubblico del cyberpunk, infatti, il suo immaginario tecnologico dovrebbe apparire ingenuo e datato (i romanzi più importanti risalgono agli anni '60). E, a quello stesso pubblico, la filosofia dickiana dovrebbe suonare catastrofista e "tecnofoba". Ma le cose stanno davvero così?
A leggere quanto scrive Dick in alcuni saggi e articoli critici (raccolti in Mutazioni, Feltrinelli 1997), pare di sì: "Nell'universo esistono cose gelide e crudeli, a cui ho dato il nome di macchine"; "L'androide è una cosa prodotta per ingannarci in modo crudele, spacciandosi con successo per un nostro simile"; "L'intero universo è una sorta di enorme laboratorio, da cui provengono scaltre e crudeli entità che ci sorridono tendendoci la mano"; "Un essere umano privo di empatia è identico a un androide costruito senza di essa". Non sembrano sussistere margini di equivoco: gli androidi di Dick non sono macchine "neutre" che, come i robot di Asimov, possono procurare danni solo se si guastano, ma entità demoniache, tanto più insidiose in quanto coabitano con una umanità alla quale l'alienazione tecnologica ha strappato l'empatia, la capacità di identificarsi con il prossimo, ciò che rende ancora più difficile distinguere gli originali umani dalle loro copie bioniche.
Ma se analizziamo i testi narrativi invece degli articoli l'ambiguità salta fuori. Esaminiamo per esempio i brani che abbiamo scelto da quattro romanzi, partendo da Abramo Lincoln Androide (We Can Build You, scritto nel 61-62 ma pubblicato solo una decina di anni dopo). Nel dialogo fra la copia bionica di Lincoln e il magnate Barrows, le simpatie dell'autore vanno evidentemente al primo più che al secondo, e non meno evidente è ciò che Dick cerca qui di dimostrare: dichiarando che "l'anima non esiste", Barrows mette il suo interlocutore artificiale nelle condizioni di negare ogni sostanziale differenza fra macchina, animale e uomo. Nell'altro brano tratto da questo romanzo vediamo il protagonista Louis Rosen che provoca il suo analista dichiarandosi convinto di essere una macchina. Ma in qualche modo finisce per credere lui stesso alla sua fantasia: reso anaffettivo dalla vita che è costretto a condurre, Rosen "sa" di non essere diverso da una macchina, quindi, pur mentendo, dice la verità...
Nel frammento tratto da Simulacri (The Simulacra, del '64), l'orrore torna a prevalere sulla fascinazione. "Per tutti questi anni abbiamo adorato un fantoccio. Un essere inerte e privo di vita". Così medita il dottor Superb nell'apprendere che il Presidente americano, der Alte, non è altro che una sofisticata creazione tecnologica della multinazionale tedesca Karp. In questo libro risuonano motivi analoghi a quelli trattati nella Svastica sul Sole: il conflitto con la macchina di sterminio nazista ha contaminato la cultura americana, il potere si è disumanizzato, fondandosi sul dominio e sulla manipolazione tecnologica (l'impostura mediatica) al punto da divenire esso stesso macchina.
Radicalmente ambiguo appare invece il lungo brano che proponiamo da Blade Runner (Cacciatore di androidi nella prima edizione italiana, Do androids dream of electric sheep? in quella originale, del '68). Il dialogo fra il protagonista Deckard e il collega cacciatore di androidi Resch è reso tragico dalla diffidenza reciproca: chi dei due è veramente umano e chi è un androide? Una paranoia circolare e senza fine, perché, come ha ben capito Deckard, è la stessa spietata indifferenza del cacciatore per la preda non umana a renderlo a sua volta non umano, e quindi del tutto simile alla preda. Ma è ciò che rende ancora più tragico il dialogo è il tema dell'attrazione sessuale dei cacciatori umani per le androidi femmina: Deckard sa di essere affascinato dalla preda, catturato da una splendida immagine anche se è consapevole che dietro a quell'immagine non c'è un'anima. Resch lo invita a superare il conflitto "andandoci a letto e poi ammazzandola" (tanto "amore è solo un altro nome del sesso"). Ma Deckard sa che per lui questo sarà impossibile: se non cedesse all'amore, non potrebbe più riconoscersi diverso da un androide...
E un'ambiguità ancora più profonda abita le pagine del romanzo Le tre stimmate di Palmer Eldritch (The Three Stigmata of Palmer Eldritch, del '64), forse il capolavoro di Philip Dick, dal quale abbiamo scelto il brano che si riferisce all'incontro del protagonista con Eldritch (o meglio con una sua immagine virtuale). Si tratta dell'incontro con un'entità tre volte ingannatrice: in primo luogo perché Eldritch non è veramente presente, poi perché il suo aspetto è parzialmente inumano (gli occhi a telecamera, il braccio e i denti d'acciaio), infine perché dietro tale aspetto si cela un essere che non è per nulla umano, un essere alieno se non addirittura divino. E tuttavia il romanzo non scioglie mai, nemmeno alla fine, il dubbio sulla vera natura di Eldritch: simbolo di un potere terribile perché sfrutta le illusioni indotte dalla droga, ma che potrebbe malgrado tutto rivelarsi benefico, anche se in un modo che gli esseri umani non comprendono, e che perciò li fa soffrire. Ed è proprio questa la dimensione misterico-religiosa che, secondo Dery, accomuna le controculture americane degli anni'60 a quelle di oggi: una dimensione gnostica in cui bene e male si sambiano continuamente le parti, nella quale la tecnica appare, di volta in volta, un potere demoniaco o salvifico, comunque divino. Negli ultimi anni di vita Dick dimostrò di essere perfettamente consapevole delle venature neognostiche della sua opera, al punto da teorizzarle esplicitamente nella Esegesi (il momumentale diario di 8.000 pagine, in minima parte pubblicato, di cui si possono leggere alcuni brani nella già citata antologia critica Mutazioni).
Ricordiamo che gli antichi gnostici erano convinti che il mondo in cui viviamo è la creazione illusoria d'un cattivo demiurgo, che la realtà sensibile e il tempo sono un velo di Maja che ci impedisce di ricordare la nostra vera natura di "esuli", di frammenti della divinità trascendente dispersa nel mondo materiale e, infine, che solo riacquistando la memoria potremo liberare noi stessi e la divinità di cui siamo parte, restituendo all'universo l'unità e l'armonia primordiali. Dall'Esegesi apprendiamo che Dick identifica il cattivo demiurgo con la tecnica, dilatando l'ossessione dell'androide fino a qualificare l'intero universo come "macchinazione", "destino meccanico" a cui solo l'instaurazione d'un "cosmo pensante" porrà termine. Ma per instaurare il cosmo pensante occorre recuperare la nostra "vera" memoria, che non è una memoria individuale: "Siamo bobine di memoria all'interno di un sistema pensante, la nostra anamnesi è fondamentale per il funzionamento generale del sistema". Ed è a questo punto che la condanna della tecnica si rovescia nel suo opposto, con un colpo di teatro che assimila la "teologia" di Dick a quella del più sofisticato dei maestri gnostici, Valentino. L'oblio è necessario: abbiamo dimenticato la nostra vera natura perché, ricordandola, potremo rimediare all'"errore" che nel passato ha determinato una frattura nella storia delle divinità. Ma se il male è necessario, esso non è veramente tale, nemmeno la sua incarnazione tecnica. E infatti, anticipando di vent'anni le utopie della comunicazione alla Pierre Lévy, Dick scrive: "La sfera della comunicazione ha acquistato vita propria, un Logos vivente, una mente collettiva indipendente dai nostri cervelli, un sistema titanico di intelligenza artificiale". In altre parole, l'alienazione tecnologica ci aiuta a comprendere che la nostra vera natura è quella di "membra" della totalità divina: "Non siamo unità discrete ma campi che si sovrappongono". E ancora: "La Terra è un organismo vivente in costruzione, un Tempio in cui, non appena sarà ultimato, il Signore verrà immediatamente a dimorare"; "Egli non si limiterà a governare l'universo, sarà l'universo".
Questa professione di fede conferma la tesi di Dery in merito alla gnosi che attraversa come un filo rosso trent'anni di controculture americane, dagli psichedelici ai cyberdelici. E ci aiuta a capire perché il cyberpunk riconosca in un autore (apparentemente) tecnofobo come Dick il proprio antenato.