Come un popolo inizia a rifarsi il naso e poi tutto il resto


354 pagine dedicate alla storia della chirurgia plastica negli Stati Uniti. Le ha scritte Elizabeth Haiken, docente presso la Tennessee University. Ma non è un testo tecnico sull'evoluzione delle metodologie chirurgiche in questo campo quanto, piuttosto, l'analisi degli aspetti culturali e sociologici di questo ramo della medicina. Che medicina non era, all'inizio.
Quando nel 1921 un gruppo di medici si riunì presso l'Athletic Club di Chicago e lì fondò l'Associazione Americana dei Chirurghi Plastici, la medicina ufficiale non accettò la loro presenza nei propri confini, sebbene la tragedia della prima guerra mondiale e le migliaia di feriti gravi avevano ampiamente dimostrato l'importanza di recuperare condizioni esteriori accettabili. Tuttavia, si diceva, un conto è la singolarità di una guerra, altra cosa è accettare sistematicamente che la "sia possibile interpretare la condizione umana come patologica", scrive la Haiken.
In quei primi anni si interveniva, essenzialmente, sui nasi.
Ma il pragmatismo della società americana avanzava poderoso. Si dibatteva sul problema non solo in ambito accademico. Un'opinione diffusa che circolava intorno agli anni trenta: "Non si tratta di non accettare il dato che i belli vanno a Hollywood e i brutti spesso passano la vita a scavare buche per terra; il problema è che qualunque cosa si faccia, se sei più bello è più facile che fai i soldi". In realtà si dovrebbe dire "più belle". Gli interventi di chirurgia plastica - dichiarati - erano molto più diffusi fra le donne. Che vi ricorressero gli uomini sapeva di omosessualità.
Nel 1940 la chirurgia plastica entra nella Medicina. Alla fine degli anni cinquanta i maschi entrano senza problemi nella chirurgia plastica. Da quel momento i chirurghi plastici entrano in ogni parte del corpo umano e, soprattutto, nei portafogli.

Elizabeth Haiken, Venus envy: A history of cosmetic surgery, Johns Hopkins University Press, pp 354, $24.95.