da Abramo Lincoln Androide
(We Can Build You)
di Philip K. Dick



(Philip K. Dick, Abramo Lincoln Androide, Fanucci 1997, pp.73-75)

Dopo aver detto al dottor Horstowski che ero un simulacro, non riuscii più a togliermi quell'idea dalla testa. Un tempo c'era stato un autentico Louis Rosen ma adesso era scomparso e restavo io al suo posto, ingannando quasi tutti, me compreso.
L'idea perdurò durante la settimana seguente, attenuandosi leggermente ogni giorno ma senza mai sfumare del tutto.
Eppure, a un altro livello, sapevo che si trattava di un'idea assurda, solo una grossa panzana che avevo inventato a causa dei mio risentimento verso il dottor Horstowski.
L'effetto immediato dell'idea fu quello di spingermi a esaminare il simulacro Edwin M. Stanton; rientrato in ufficio dalla mia visita al dottore, chiesi a Maury dove potevo trovare la cosa.
"Bundy gli sta propinando un altro nastro," disse Maury. "Pris ha scovato una biografia di Stanton con del nuovo materiale." Poi ritornò alla lettura delle sue lettere.
Trovai Bundy in officina con lo Stanton; aveva finito e ora lo stava rimontando. Intanto gli faceva delle domande.
"Andrew Jackson ha tradito l'Unione con la sua incapacità di concepire gli stati ribelli come..." Quando mi vide, Bundy si interruppe. "Ciao, Rosen."
"Voglio parlare alla cosa. Okay?"
Bundy si allontanò, lasciandomi solo con lo Stanton. Sedeva su una poltrona marrone, ricoperta di stoffa, con un libro aperto in grembo; mi guardò con aria severa.
"Signore,"dissi, "si ricorda di me?"
"Certo. Siete il signor Louis Rosen di Boise, Idaho. Rammento una piacevole serata trascorsa in compagnia di vostro padre. Sta bene?"
"Non così bene come vorrei."
"Peccato."
"Signore, vorrei farle una domanda. Non trova strano che, pur essendo nato intorno al 1800, lei è ancora vivo nel 1982? E non trova strano essere spento di tanto in tanto? E cosa ne pensa del fatto di essere composto di transistor e relais? Un tempo non lo era, perché nel 1800 non c'erano transistor e relais." Feci una pausa, aspettando.
"Sì," convenne lo Stanton, "queste sono stranezze. Ho qui un volume..." Sollevò il libro. "Che tratta della nuova scienza della cibernetica, e tale scienza ha dissipato la mia perplessità."
Questo mi eccitò. "La sua perplessità!"
"Sì, signore. Durante la mia visita a vostro padre ho discusso con lui di sconcertanti questioni di questo genere. Quando considero il breve arco della mia vita, inghiottito nell'eternità che lo precede e lo segue, il minuscolo spazio che io occupo, o addirittura vedo, sprofondato nell'immensità senza fine di spazi che non conosco, e che non mi conoscono, provo paura."
"Non mi stupisce," dissi.
"Provo paura, signore, e meraviglia nel vedermi qui piuttosto che là. Perché non esiste ragione per la quale io debba trovarmi qui piuttosto che là, ora piuttosto che allora."
"E' giunto a qualche conclusione?"
Lo Stanton si schiarì la voce, poi tirò fuori un fazzoletto piegato di lino e si soffiò meticolosamente il naso. "A me pare che il tempo debba muoversi con insoliti balzi, sorpassando epoche intermedie. Ma perché questo avvenga, o come, lo ignoro. A un certo punto la mente non può spingersi più oltre."
"Vuole sentire la mia teoria?"
"Sì, signore."
"lo sostengo che non esiste più un Edwin M. Stanton o un Louis Rosen. Esistevano una volta, ma sono morti. Noi siamo macchine."
Lo Stanton mi fissò, il viso tondo e rugoso contratto. "Può esserci del vero in questo," disse alla fine.
"Inoltre," continuai, "sono stati Maury Rock e Pris Frauenzimmer a progettarci, e Bob Bundy ci ha costruiti. E in questo momento stanno lavorando a un simulacro di Abe Lincoln."

(pp. 129-131)

Sani Barrows mi disse: "Dovete aver messo un bel po' di nastro che continua a girare dentro quel coso, vero?"
"E' libero di dire ciò che vuole," gli dissi.
"Qualunque cosa? Intende dire che è quella cosa a voler tenere discorsi?" Ovviamente Barrows non mi credeva. "Non mi sembra molto diverso dal solito trucco dell'uomo meccanico, anche se questo indossa abiti antiquati. La stessa cosa è stata esibita nel 1939 alla Fiera Mondiale di San Francisco, Pedro il Vodor."
Questo scambio tra Barrows e me non era sfuggito all'attenzione del simulacro Lincoln. Anzi, sia esso che Pris e la signora Nild ci stavano fissando e ascoltando.
Il Lincoln disse a Barrows: "Vi ho forse sentito parlare, poco fa, di 'acquistarmi', alla stregua di un bene di qualche genere? Ricordo esattamente? In tale caso, mi chiedo come potreste acquistare me o chiunque altro, dal momento che la signorina Frauenzimmer mi informa che oggigiorno esiste un'imparzialità tra le razze molto più accentuata rispetto ai miei tempi. Sono un po' confuso su certi particolari, ma ritengo che non si possa più 'acquistare' un essere umano nel mondo d'oggi, nemmeno in Russia dove la cosa è una pratica comune."
Barrows disse: "Questo non comprende gli uomini meccanici."
"Vi riferite a me?" disse il simulacro.
Con una risata, Barrows disse: "D'accordo, sì."
Al suo fianco la bassa mole di David Blunk attendeva massagiandosi il mento pensieroso, alternando occhiate fra Barrows e il simulacro.
"Signore," disse il simulacro, "vorreste avere la cortesia di dirmi che cos'è un uomo?"
"Certo,"disse Barrows. Colse lo sguardo di Blunk; era palese che Barrows si stava divertendo. "Un uomo è un ravanello biforcuto." Poi aggiunse: "Questa definizione le è familiare, signor Lincoln?"
"Sì, signore, la conosco" disse il Simulacro. "Shakespeare la fa pronunciare al suo Falstaff, non è vero?"
"Esatto," disse Barrows. "E aggiungerei che un uomo può essere definito come un animale che porta un fazzoletto in tasca. Cosa ne pensa? Shakespeare non l'ha mai detto."
"No, signore," concordò il simulacro. "Non l'ha mai detto."Il simulacro rise di cuore. "Apprezzo il vostro senso dell'umorismo, signor Barrows. Mi consentite di usare questa definizione in un discorso?"
Barrows annuì.
"Vi ringrazio," disse il simulacro. "Ora, avete definito l'uomo come un animale che porta un fazzoletto in tasca. Ma che cos'è un animale?"
"Posso dirle subito che lei non lo è," disse Barrows, le mani nelle tasche dei pantaloni; sembrava completamente sicuro di sé. "Un animale ha un'eredità biologica e una costituzione che a lei mancano. Lei ha valvole, cavi, interruttori. E' una macchina. Come un..." Pensò un istante ."Una gru girevole. Come una macchina a vapore." Strizzò l'occhio a Blunk. "Può una macchina a vapore considerarsi come avente diritto alla protezione offerta dalla clausola della Costituzione che lei ha appena citato? Ha il diritto di mangiare il pane che produce, come un bianco?"
Il simulacro disse: "Può una macchina parlare?"
"Certo. Radio, fonografi, registratori, telefoni... continuano a blaterare come folli."
Il simulacro rifletté. Non sapeva cos'erano, ma poteva intuirlo facilmente; e aveva avuto abbastanza tempo da solo per pensare molto. Noi tutti ce ne rendevamo conto.
"Allora, signore, che cos'è una macchina?" chiese a Barrows il simulacro.
"Lei è una macchina. Queste persone l'hanno costruita. Appartiene a loro."
Il volto lungo e scavato, contornato dalla barba scura, si contorse in una smorfia di stanco divertimento quando il simulacro guardò Barrows. "Allora, signore, anche lei è una macchina. Perché anche lei ha un Creatore. E, come 'queste persone', Egli vi ha creato a Sua immagine e somiglianza. Credo che Spinoza, il grande sapiente ebreo, pensasse la stessa cosa degli animali; ossia che erano macchine astute. Ritengo che il punto critico sia l'anima. Una macchina può fare tutto ciò che fa un uomo... penso che su questo sarete d'accordo. Ma non ha un'anima."
"L'anima non esiste,"disse Barrows. "E' solo una fantasia."
"Allora," disse il simulacro, "una macchina è la stessa cosa di un animale." Continuava lentamente, col suo fare secco e paziente. "E un animale è uguale all'uomo. Non è così?"

© Fanucci 1997