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Le nuove forme del lavoro: il telelavoro




noi chiamiamo telelavoro, oggi, quello che in un prossimo futuro sarà semplicemente chiamato "lavoro"









 

Tra i tanti cambiamenti portati dalla diffusione delle nuove tecnologie, il telelavoro è quello che suscita grandi aspettative e grandi speranze, perché può rappresentare nuove forme di occupazione, la conciliazione tra il tempo della vita e il tempo del lavoro, un miglioramento della qualità della vita. E così molte persone in cerca di occupazione, tra cui donne che vogliono rientrare nel mercato del lavoro, o giovani al termine della carriera scolastica, si guardano intorno alla ricerca di opportunità di "telelavorare", e si scontrano con una realtà "difficile".

Secondo ETD, European Telework Development, della Commissione Europea, i telelavoratori in Italia al 1999 sono 320.000, corrispondenti all' 1,8 % della forza lavoro. Nel 1997 erano 250.000, cioè 1,2 %. Nonostante l'incremento, prendendo in esame 15 paesi nel mondo, l'Italia è al terzultimo posto, seguita solo dalla Grecia e dalla Spagna. Ai primi posti troviamo l'Olanda (18 %), seguita da Stati Uniti (13%) e Danimarca (11,8%).
Dunque se il telelavoro è il lavoro del futuro, quando arriverà questo futuro?
Non tanto presto, stando a un'inchiesta che annualmente viene fatta su 15.000 grandi imprese in otto paesi europei: solo il 23% dei manager italiani vedono grandi possibilità di cambiamento in questa direzione nei prossimi cinque anni nelle loro organizzazioni aziendali, contro il 53% in Gran Bretagna e il 34% in Germania.
Certo non sono solo le grandi imprese che possono tirare la volata al telelavoro, ma il loro ruolo rimane comunque significativo. E in effetti dal '95 a oggi sono stati firmati diversi accordi tra imprese e sindacato, ma la possibilità per un dipendente o per un neoassunto di optare per questa forma di lavoro rimane ancora piuttosto remota, perché l'organizzazione del lavoro nelle aziende non ha subito quei sostanziali cambiamenti che rendono praticabile il telelavoro. Si continua a controllare il lavoratore attraverso il tempo, e quindi la quantità, reale o presunta, di lavoro, piuttosto che attraverso il raggiungimento degli obiettivi, mettendo al centro la qualità del lavoro.
E se l'innovazione non passa nelle aziende, il problema è ancora più evidente nella pubblica amministrazione, un settore che potrebbe diventare trainante per la diffusione del telelavoro. Ci sono casi isolati, progetti pilota, sperimentazioni, ma siamo ancora lontani dal poter prevedere dei cambiamenti diffusi, che possano far salire significativamente i numeri, quellli che abbiamo visto all'inizio.

Ci sono invece situazioni in cui il telelavoro è stato introdotto all'interno di processi di ristrutturazione aziendale, per contenere i costi: e così, prima che questa forma di lavoro si dispieghi in modo ampio, e se ne possano vedere i benefici, siamo già costretti a vederne i limiti. I lavoratori e le lavoratrici che non hanno scelto, ma si sono visti imporre il telelavoro, subiscono il cambiamento e si sentono privati delle relazioni professionali, degli strumenti e degli spazi di lavoro, di una chiara linea di demarcazione tra il tempo di lavoro e il tempo privato. Come denunciava una lavoratrice di Infocamere a un convegno a Prato nell'ambito della Settimana Europea del Telelavoro, che si sentiva isolata, maggiormente sfruttata, e non più in grado di negoziare con l'azienda in un ambito collettivo.

A conferma della scarso interesse delle grandi aziende per questa forma di lavoro, gli Italian Telework Awards, premi promossi da Telecom Italia in partnership con Etd per individui, aziende e organizzazioni che si sono distinti in Italia nello sviluppo del telelavoro e nell'uso creativo delle tecnologie dell'informazione, non sono stati attribuiti nella categoria riservata alle grandi aziende del settore privato, poiché le candidature pervenute non sono state giudicate interessanti. Un ambito più favorevole alla diffusione del telelavoro sembra essere quello delle piccole e medie imprese, della microimprenditoria e del lavoro autonomo. Il lavoro autonomo in Italia, rispetto ad altri paesi europei, è largamente praticato, come si può vedere da una ricerca dell' European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions, presentata da Timo Kauppinen alla European Assembly on Telework and New Ways of Working nel 1999, ricerca di cui si può trovare una breve anticipazione in questa pagina del sito ETO. Addirittura praticato in misura maggiore di quanto i lavoratori stessi non lo desiderino: il desiderio del posto fisso, nonostante tutto, è ancora forte.
In questo quadro, il telelavoro esercita una forte attrattiva, perché dilata il mercato a cui rivolgersi, consente di organizzare il proprio tempo, elimina gli spostamenti, riduce i costi.

Ma proprio per i lavoratori, e le lavoratrici, autonome, si pone il grande problema dell'accesso al telelavoro. Soprattutto per chi non ha relazioni di lavoro consolidate, cercare da subito un'attività da svolgere "a distanza" è molto complesso. E molti cadono in un tragico equivoco: cercano un telelavoro, non un'occupazione in cui possano esprimere le proprie capacità, indipendentemente dalla forma che questa occupazione assume.
Emblematiche sono le mail che vengono spedite al sito Donna al Lavoro, oppure alla mailing list attivata dal sito italiano del telelavoro: "voglio telelavorare, come faccio?" oppure "ho comperato un computer e un modem, ho attivato una connessione... e adesso?" e ancora "ho sentito tanto parlare di telelavoro, come si fa?".

In realtà la diffusione delle tecnologie dell'informazione ha creato nuove professioni, e richiede nuove competenze, che possono esprimersi anche in questa nuova forma di lavoro. Come sempre, può essere utile guardare ai paesi che sono avanti a noi in questi processi innovativi, per prefigurare il nostro futuro. Ma certo il mercato del lavoro italiano ha caratteristiche proprie, che richiedono un'analisi precisa prima di importare "modelli" provenienti dall'estero.
Ed è quello che ci proponiamo di fare a breve
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