la rivista di 










Quando i ricchi
vanno in paradiso





di Bettina Jacomini
n. 15 del 5 aprile 2000









 

Scegliendo titoli in borsa, si possono premiare le aziende "buone" o punire quelle "cattive". È quello che fa la finanza etica. Un fenomeno economico e di costume affermato all'estero, ma ancora poco diffuso in Italia. Inchiesta sul confine tra brokeraggio ultima moda e nuove forme di protesta sociale

Staccare un assegno per un'organizzazione umanitaria? Out. Dare un party di beneficienza? Peggio, démodé. Oggi,se si vuole stare al passo con i tempi, occorre sapere di finanza e sottoscrivere qualche fondo etico di investimento, un fondo cioè che compri titoli di società con attività socialmente o ambientalmente responsabili. Leonardo Di Caprio lo fa. E Cameron Diaz, Alanis Morissette, Susan Saradon...
Fra le celebrities Usa è una gara a rilasciare interviste su riviste alla moda, per far sapere quanto "ethical is beautiful (and me too)". Così, la cedola prende il posto del pacco-dono, il broker finanziario si sostituisce al funzionario dell'Unicef e i silenziosi computer della City sono più intasati delle linee telefoniche del Telethon televisivo.
E in Italia? Benché l'offerta sia più limitata che in America, dove questo genere di fondi è disponibile dai primi anniSettanta, qualcosa eppur si muove. Tuttavia, non si trova un personaggio in vista disposto ad ammetterlo. Colpa del sistema fiscale, dicono i ben informati: anche il cliente con un'anima verde e solidale preferisce non fare pubblicità alle proprie "buone azioni". Eppure, o proprio perché è garantita dall'anonimato, in Italia la finanza etica è in crescita, ma ancora lontana dall'aver raggiunto le dimensioni di un fenomeno di costume, come è successo invece in altri paesi.

Segue