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Oppure
si autodistruggono. In Inghilterra
si studiano tecnologie e materiali in grado di rispondere al problema
dei rifiuti dell'hi-tech
In
Europa produciamo, ogni anno, 6 milioni di tonnellate di rifiuti
che non sono plastica, carta, vetro e avanzi di cibo, ma elettrodomestici.
Un computer per usi aziendali, trent'anni fa restava operativo
per dieci anni in media; oggi si è scesi a quattro. I personal
computer hanno vita ancora più breve. E poi c'è l'onda di maremoto
dei telefoni cellulari. Oggi sono circa 600 milioni in tutto il
mondo ma si prevede che le nuove tecniche di trasmissione - l'UMTS,
per esempio - daranno luogo a un rinnovo colossale e a milioni
di tonnellate di cellulari "rifiutati".
A questi comparti produttivi si aggiungono poi tutti gli altri:
lavatrici, televisori, frigoriferi, registratori, e alla viam
così.
Il problema pone questioni ambientali tutt'altro che secondarie.
Molte apparecchiature, per esempio, contengono metalli tossici
e ciò significa che in fase di demolizione non si possono usare
trattamenti nei quali intervengono combustioni, perché in questo
caso si possono liberare nell'aria gas nocivi.
Non ci sono solo aspetti ambientali ma anche convenienze economiche
che è interessante valutare. Infatti molti prodotti hi-tech contengono
metalli preziosi, come l'oro, ad esempio. In ogni singolo apparecchio
sono presenti in piccole quantità, ma quando si ha a che fare
con milioni di pezzi l'idea che tutto finisca in discarica non
sembra certo la migliore.
Segue
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