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Ancora su donne e scienza:
intervista a Sara Sesti





a cura di Attilia Cozzaglio










Sara Sesti è l'autrice, insieme a Liliana Moro, del libro Donne di scienza - 50 biografie dall'antichità al duemila, pubblicato dall'Università Bocconi per la Sezione P.RI.ST.EM. (Progetto Ricerche Storiche e Metodologiche). E' laureata in matematica, insegnante, formatrice, curatrice dei corsi di informatica della Libera Università delle Donne di Milano.

Hai avuto modo di vedere il Rapporto Etan 1999 su Donne e Scienza? Che cosa ne pensi?

Da quello che ho potuto leggere dall'articolo di Nature, i dati sono sconfortanti e non si discostano molto dal World Science Report del 1996 dell'UNESCO: se nel mondo c'è una media del 52% di ragazze che si diplomano alle scuole medie superiori, le donne iscritte ai corsi di laurea scientifici scendono al 25% e le ricercatrici presenti nelle Accademie rappresentano percentuali ancora inferiori. E guardando alle diverse realtà nazionali, mi viene da pensare che un elemento da sottolineare è il modello culturale di riferimento dei diversi paesi, che può incentivare le ragazze, in misura minore o maggiore, a intraprendere la carriera scientifica.

Sara Sesti (a destra) con Margherita Hack e Agnese Seranis (a sinistra), al convegno "Donne e Scienza" organizzato dalla rivista Marea, al Palazzo Ducale di Genova

Modello culturale…

Mi riferisco ad esempio alla lunga tradizione ostile alle donne dei paesi anglosassoni, anche se non è sempre facile leggere i segnali di questo tipo: pensa che l'ultima università aperta alle donne è stata Cambridge, e fino al 1995 non c'era a Princeton un full professor donna. Però il modello culturale non basta: l'università di Zurigo è stata la prima ad aprire le porte alle donne nel 1860, ma in Svizzera il suffragio universale è stata una conquista degli ultimi anni. Insomma, mentre sembra semplice riferirsi al modello culturale di un paese per leggere il ruolo delle donne nella società, molto più complesso è analizzare in quanto tale un "modello culturale" nei suoi diversi aspetti.

E in Italia che cosa succede?

Diversamente da quanto ci si possa aspettare, in Italia non c'è una situazione così arretrata: sono state le università italiane a dare le prime lauree honoris causa, già dal Seicento, a donne che si erano messe in luce per meriti scientifici, anche se i corsi di laurea si aprirono ufficialmente alla presenza femminile solo nel 1876. Oggi, e forse non è un caso, sulla media mondiale del 25% di iscritte a corsi scientifici, in Italia arriviamo al 52%. Certo il dato scende più si sale nella carriera scientifica, ma comunque è un dato molto positivo. Anche nei corsi più tradizionalmente maschili, la presenza femminile comincia a farsi sentire, sia tra le studentesse che a livello di docenza. Pensa che l'Ufficio Brevetti di Milano è stato fondato da una donna, una delle prime laureate in ingegneria del Politecnico.

Insomma il tempo ha lavorato a nostro favore?

Sicuramente ha lavorato a nostro favore rispetto alla quantità della presenza femminile, non sempre rispetto alla sua qualità. Comunque si sente un desiderio di recuperare, di lavorare facendo capire alle più giovani che le donne non hanno dietro di sé il vuoto. Sarebbe ora interessante vedere, con la diffusione delle nuove tecnologie e di Internet, come le donne sono all'interno di questo processo. Io non vedo questa forte presenza, ma forse è solo una sensazione e forse è troppo presto per avere dei dati.

In effetti in Italia le donne in Internet sono intorno al 35% , mentre nei paesi anglosassoni e nordici il dato è molto più alto. Si parla ormai del 50%. Ma diverso è se andiamo a vedere poi tra i protagonisti dello sviluppo della rete: ci sono delle donne, ma si legge una prevalenza di nomi maschili, sia nelle imprese di tipo commerciale che nei centri di sviluppo e ricerca. Eppure si continua a scrivere che la rete sembra fatta per le donne, poi quando si va a guardare…

Per approfondire la storia di Rosalind Franklin

E' come se le donne mancassero di decisione, di sicurezza, di voglia di imporsi. E non è un atteggiamento di oggi, ha riguardato anche le "grandi" del passato. Pensa a Rosalind Franklin, che aveva nel cassetto la fotografia, sì, proprio la fotografia di singoli filamenti del DNA. Sapeva tutto, ma furono i suoi colleghi Crick e Watson che elaborarono il modello della struttura del DNA, rubando dai suoi cassetti le immagini.

Un furto in piena regola?

Sì, fu proprio un furto, che consentì a Watson, Crick e Wilkins di ottenere il premio Nobel nel 1962. Lei era già morta, e nemmeno la citarono nel discorso di ringraziamento. Solo con la pubblicazione del libro La doppia elica nel 1968 la verità venne a galla, ma in un modo così sprezzante verso Rosalind.

Fosse stato un uomo non si sarebbero mai permessi, né di rubare, né di disprezzare…

Non ne sono certa perché anche le scorrettezze tra scienziati maschi sono state numerose, ma credo che gli scienziati siano uniti da un grosso legame di fondo, che si riconoscano in un'identità comune. Le donne questa identità devono ancora riconoscerla, costruirla.

Pensa che io volevo titolare questo pezzo "Di madre in figlia", perché nelle ricerche che abbiamo fatto sul rapporto donne e informatica, abbiamo visto che la trasmissione del sapere, in questo campo ristretto delle scienze, avviene soprattutto attraverso figure maschili, e questo secondo me, secondo noi, non rafforza l'identità delle donna che si dedica questi studi.

Guarda, io non credo molto a certe tesi femministe che vogliono trovare "le madri", per semplificare un discorso che è molto più complesso e che qui non possiamo affrontare. Però penso che sia importante, per fondare un'identità, conoscere le donne che hanno lavorato nel mondo scientifico.

Ulteriori informazioni al sito Matematica del P.RI.ST.EM

Da qui è nato il tuo libro?

E' nato il libro, una mostra, e un catalogo che presenta le donne scienziate per ambito disciplinare. Grazie ai finanziamenti del P.RI.ST.EM abbiamo fatto una ricerca, che ha coinvolto molte donne, e questi sono i prodotti. Mi sono trovata con Liliana Moro, che è una storica, ed è cominciata questa avventura, che mi porta in giro per l'Italia a presentare una mostra, richiesta da scuole, università, istituzioni. Insomma, l'attenzione cresce e questo è un dato positivo.

Ma queste 50 donne, come le avete scelte?

L'idea è stata lasciar parlare le biografie, e abbiamo scelto donne che hanno dato importanti contributi al pensiero scientifico, ma anche donne che ci sono parse importanti per la storia delle donne.