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Con scarso
eco sulla stampa italiana, è stato presentato a Bruxelles da poco
più di un mese il rapporto sul ruolo delle donne nel mondo della
ricerca scientifica redatto dal ETAN,
European Technology Assessment Network, per la Commissione
Europea. Il rapporto verrà a breve pubblicato su Internet, nel
sito del ETAN, (http://www.cordis.lu/etan/src/document.htm)
ma anche senza aver preso visione dell'intero documento si possono
prevedere grandi dibattiti e polemiche, anche a partire dal sommario
che ne presenta la prestigiosa rivista inglese Nature
sul numero del 25 novembre 1999.
La prima evidenza
è che il numero di presenze femminili in ruoli di rilievo, nel
mondo scientifico, è e rimane basso, nonostante le diversità culturali
e di politica di ricerca nei differenti paesi dell'Unione Europea.
Le donne sono meno del 15% nel mondo accademico, e solo raramente
presenti nei luoghi dove si decidono le politiche di sviluppo
della ricerca scientifica.
Peraltro il rapporto segnala anche la difficoltà di ottenere dei
dati disaggregati per genere, dati comparabili tra paese e paese.
Segno di una scarsa consapevolezza del problema, senza la quale
sembra ancora più difficile avviare un processo che dovrebbe portare,
secondo le ottimistiche previsioni delle scienziate che fanno
parte del ETAN, a introdurre direttive e misure legali anche nei
singoli stati, tese a ribilanciare una situazione fortemente squilibrata.
Il mondo scientifico è caratterizzato da "vecchie pratiche", da
metodi di reclutamento basati sulla conoscenza personale, piuttosto
che sull'effettiva valutazione delle capacità, da una chiusura
nei confronti del "nuovo", di cui le donne sono in qualche misura
portatrici.
Agnes
Wold, dell'Università di Gotemberg in Svezia, già coraggiosa
autrice di una ricerca che dimostrava le reali problematiche nell'accesso
delle donne ai dottorati di ricerca e denunciava pesanti discriminazioni
verso le ricercatrici, ad opera delle commissioni di valutazione,
sottolinea che questo rapporto rappresenta una pietra miliare,
da cui non potranno prescindere in futuro politici e scienziati.
Obiettivo sarà inserire nei prossimi programmi della Commissione
Europea misure che tendano a favorire le reti di donne nel mondo
scientifico, e a finanziare azioni che possano rendere più agevole
l'ingresso e la permanenza delle donne in questo settore.
Il compito
non si presenta facile, anche perché, al di là delle ottime intenzioni,
bisogna trovare modi innovativi che possano attivare il cambiamento
nelle politiche, nelle organizzazioni, nelle strutture, nella
cultura.
Per finire,
riportiamo da Nature alcuni dati sulla presenza delle donne nelle
Accademie Scientifiche delle diverse nazioni, dati che nella loro
ambivalenza mostrano una situazione estremamente complessa da
analizzare ed entro cui agire.
Il paese che vede la maggiore presenza femminile è la Turchia,
con il 14.6% di donne (16 su 110), cui segue Islanda con 12.3%,
Norvegia (11.1%), Finlandia (8%), Nuova Zelanda (7.3%), Irlanda
(6.4%), Croazia (6.3%), U.S.A. (6.2%), Svezia (5.5%).
Nella parte bassa della classifica troviamo India con il 3.1%
e, a scendere, Spagna (2.7%), Italia (2.6%), Ucraina (2.6%), Polonia
(2.5%), Russia (1.7%), Giappone (0.8%), Olanda (0.4%).
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