Speciale Uomini contro
in collaborazione con



n.17-18 del 23 aprile1999
 

 

Intervista a Don DeLillo
di Massimo Dini

 

Scena prima di Underworld. Stadio del Polo Grounds. New York, 1951. Giants e Dodgers si sfidano in una partita-spareggio che resterà leggendaria nella storia del baseball. I Giants sono sull'orlo della disfatta, ma all'ultimo minuto uno spettacolare fuoricampo di Bobby Thomson capovolge il risultato. Perché il baseball è una fonte così ricca di ispirazione per la fiction americana, mentre il calcio in Europa, non esalta la fantasia degli artisti?

"Il baseball è uno sport così profondamente sentito dagli americani perché risale all'Ottocento. Tutto sommato, malgrado la commercializzazione, l'enorme giro d'affari e l'immensità degli stadi, resta ancora un gioco per ragazzi ed è un gioco che i padri fanno con i figli. Dovunque. All'inizio bastano una mazza e una pallina di plastica. Il papà dà la mazza al bambino e gli lancia la palla. Man mano che il ragazzo cresce, si passa a una palla vera che i due si lanciano a vicenda. Tutto qui. Ma è un rituale profondo. Succedeva ieri, succede oggi. Poi ci sono altri fattori. Le regole sono flessibili. Persino il perimetro esterno dei campi varia. I tempi non sono prefissati. Ogni incontro può cambiare indefinitamente. In questo senso, il baseball è molto diverso dal football americano o dal calcio. Ha una forma più libera. Anche il nome è importante. Tutto il gioco è imperniato sul ritorno alla base, a casa".


Seconda palla!

L' America del Baseball trova una ovvia rappresentazione anche su Internet. Centinaia di pagine personali di nostalgici e tifosi, siti dedicati ai campioni, video game, sfide virtuali simili al nostro Fantacalcio, siti commerciali di ogni tipo e genere. Doveroso in questo caso segnalare il sito dei Giants, lineare e tecnico, per appassionati disposti a leggere tabelle su tabelle di prestazioni e a vestirsi sin dall'infanzia con abbigliamento e accessori che rimandano alla squadra del cuore e il sito dei Dodgers, più vasto, con ampie retrospettive storiche.
Il nostro link vi rimanda alle pagine dedicate agli anni '50

I critici associano spesso la narrativa di DeLillo al filone del catastrofismo. In Underworld, però, accanto ai cattivi, ci sono personaggi che si oppongono allo sfacelo. Per esempio Klara Sax che trasforma i vecchi B-52, arenati nel deserto, in oggetti d'arte. Per esempio suor Edgar, missionaria tra i reietti. L'inizio del romanzo evoca Il trionfo della morte di Bruegel, ma la parola che sigla il finale di "Underworld" è "pace".

"È vero. Ma anche se l'ultima parola del libro rappresenta l'idea della pace, non c'è un senso autentico di speranza. Infatti la parola appare sullo schermo di un computer. È virtuale, esiste nel cyberspazio. Resta un sogno della gente. Quanto ai rifiuti, la gente li utilizza perché se li trova dappertutto. Anch'io, come scrittore, in un certo senso, faccio altrettanto. Tutto ciò che vedo e ascolto è un'esperienza che cerco di riversare nel mio lavoro. Alla stessa maniera Klara utilizza pezzi pronti per esser mandati allo sfascio e li recupera, costruendo qualcosa di bello. Poi ci sono i relitti umani. Le suore cercano di rendere più tollerabili le loro vite. Ed è molto interessante che quella parte del Bronx si chiami il Muro. Il Muro di Berlino è caduto. Alcuni Muri del Bronx sono ancora in piedi".

Nella folla dei personaggi del romanzo ce n'è uno che si distingue: la piccola Esmeralda, uno dei relitti del ghetto. Colpisce per il possibile miracolo dell'apparizione del suo volto su un cartellone pubblicitario dopo essere stata violentata e uccisa. Si è ispirato alla cronaca per questo personaggio o è una sua invenzione poetica?

"L'idea mi è venuta osservando che a New York, nelle zone più povere, quando qualcuno muore, in particolare un bambino, la gente del vicinato dipinge spesso graffiti in memoria. Non solo nel Bronx. Quando è morta Madre Teresa, ho visto molti graffiti anche nel Lower East Side. Esmeralda, per tutto il resto, è una mia invenzione. L'idea del miracolo no. Di tanto in tanto fenomeni di questo tipo si verificano in varie parti d'America, specialmente in certe regioni del Midwest. La gente crede di vedere il volto di Gesù su un tabellone che magari reclamizza spaghetti. Da una parte, fa ridere, ma dall'altra la gente crede davvero a ciò che vede, si raduna in massa. E questo non accade in un paesino della Sicilia. Accade nel cuore degli Stati Uniti. Se poi si tratti di miracoli autentici o no, io non so rispondere".

Nick, l'unico personaggio che parla in prima persona, è cresciuto nel Bronx, proprio come lei. Che ricordo ha Don DeLillo della sua adolescenza ai margini di New York? Sente dentro di sé la stessa "lontananza", termine citato in italiano nel libro, che Nick prova verso il suo tempo e la sua realtà?

"No. Io sono molto attaccato a quelle strade e a quella gente. Ed è stato un grande piacere per me scrivere di quel periodo, quando avevo 15-16 anni, un piacere che non avevo mai provato prima come scrittore. Sentivo di conoscere a fondo ciò di cui stavo scrivendo. Della gente del Bronx so distiguere il modo di gesticolare, le inflessioni e i timbri delle voci. Tutto mi è tornato, nitidamente. Sono tornato molte volte nel Bronx mentre scrivevo il libro, ma non credo che fosse davvero necessario. Ricordavo ogni dettaglio".

For displaced, misplaced, and nostalgic ex-Bronxites

è un luogo di incontro tra persone che hanno lasciato il Bronx e vogliono ritrovare compagni di scuola, vecchi amici e amiche, parlare dei luoghi dove hanno vissuto. Abbiamo letto, come turisti per caso, le mail pubblicate sul sito: ne riportiamo una, per capire il tono degli scambi che si susseguono in modo costante. "Do you remember the 167th St. Cafeteria?" posted by Barry on April 17, 1999 Una risposta: " They had bread pudding with hot cherry sauce, and also french toast, that was a MUST after a late date in the Bronx , circa 1954…" Nella sezione Photogallery, una raccolta di vecchie immagini, di luoghi e persone del quartiere.

Underworld è stato definito dal New York Times "il romanzo più cattolico di DeLillo". Condivide questo giudizio? E che influenza ha avuto sulla sua personalità la formazione presso i Gesuiti?

"Difficile rispondere. Non ero un allievo molto impegnato. Per di più si tratta solo di quattro anni di istruzione gesuitica, a livello universitario. Complessivamente sono stati sedici anni di educazione cattolica. Non so in che modo tutto questo penetri all'interno della coscienza di una persona, che effetto abbia sul lavoro. Forse dai gesuiti ho appreso l'abitudine a inquadrare la realtà in termini cosmici. Se noto una persona in metropolitana e questa attrae la mia attenzione perché compie un certo gesto, anche banale, non solo mi soffermo a osservarlo ma mi sembra importante, qualcosa che vale la pena di registrare nella memoria. Forse ho una tendenza esagerata a vedere cose significative, cosmiche, nella quotidianità".

Come il suo amico Paul Auster, lei è noto per la riservatezza e il distacco dai riti della società letteraria. Auster sostiene di ammirare autori come Salinger e Pynchon per la loro scelta di vivere in clandestinità. Ma aggiunge che oggi non è più possibile abitare nell'ombra. È d'accordo? E qual è il motivo del suo stare in disparte?

Thomas Pynchon

Un ampio sito ricco di molte suggestioni sull'opera, la vita, le fonti di ispirazione di questo scrittore che ha sempre programmaticamente sfuggito le luci della ribalta. Costruito grazie allo sforzo dei suoi ammiratori, e probabilmente in contrasto con la sua volontà di apparire solo attraverso i suoi scritti, le pagine di questo Web possono parzialmente appagare il desiderio di sapere chi è T.P.

"È soprattutto una predisposizione naturale. In pubblico non mi sento a mio agio. Dietro, però, c'è anche una convinzione. Generalmente parlando, credo che gli artisti non dovrebbero esporsi troppo ma, come dice Auster, se oggi eviti di assumere una posizione pubblica, diventi un bersaglio per i media e allora spetta a te decidere se vale la pena di affrontare lo stress. Anch'io, comunque, ammiro gli scrittori che non appaiono mai in pubblico, che non concedono interviste, non si fanno fotografare. Ho anche riluttanza a esprimere opinioni sugli altri scrittori. Dico solo che apprezzo moltissimo Thomas Pynchon e che sono attratto dai primi lavori di Salinger, non altrettanto da quelli successivi".


L'assassinio di Kennedy

Uno tra le centinaia di siti volti ad indagare, raccogliere documenti, controbattere le versioni ufficiali sulla morte del presidente. Qui vedete la foto del passaporto di L.H. Oswald.



Quali sono le radici della sua scrittura?

"Non credo che la mia fiction avrebbe potuto nascere prima dell'assassinio del presidente Kennedy. Il mondo dei miei libri è scaturito da quell'evento tragico. Dallas, 22 novembre 1963. Da allora regnano la violenza, una specie di sfiducia spirituale, un'ambiguità, un senso di incertezza che non erano mai stati sperimentati prima nella vita americana. Arrivo a dire che l'assassinio di Kennedy ha permeato la mia esistenza. Una paura fluttuante è apparsa nell'American Way of Life e sembrava toccare quasi tutto. Ed è questa paura che si è insinuata nella mia opera. Non intenzionalmente. Ha modellato i miei libri molto prima che scrivessi "Libra", il romanzo in cui ho ricostruito la personalità di Lee Harvey Oswald, l'assassino di Kennedy. Quando mi sono deciso a scrivere sull'omicidio in modo diretto, è stato un trauma per me".

In "Underworld" la palla vincente di Bobby Thomson passa di mano in mano, tessendo così una trama casuale di storie diversissime. Il libro, insomma, ha una struttura in qualche modo simile a Internet dove tutto è collegato a caso, e la palla da baseball sembra funzionare come il tasto di computer che dobbiamo premere per entrare in un sito Web...

"È un'interpretazione interessante. Ma io non avevo in mente un modello particolare. Avevo un'idea più convenzionale del libro, una grande tela sulla quale ci sono temi che echeggiano altri temi. Non ho mai cercato di trovare una struttura di riferimento per queste connessioni. Però ho capito una cosa: il romanziere trova trame misteriose che la gente non coglie nella propria vita, o le vede solo di sfuggita. L'arte può individuare un disegno nelle energie sconosciute del mondo".

Nel finale di "Underworld" i due opposti Edgar del romanzo, suor Edgar e il capo dell'Fbi, J. Edgar Hoover, si ritrovano abbinati per assurdo in un sito di Internet. Ma anche lei, Mr Don DeLillo, non si sottrae a questa morsa. Che cosa prova sapendo che, in questo preciso istante, il suo nome sta facendo da tramite tra storie e dati di centinaia di altri Don e DeLillo?

Che cosa sta guardando Don DeLillo in questo momento sul suo monitor? Forse il panorama di Kajaani, Kauppakatu o di Oulu: per vedere l'immagine cliccate sull' icona come quella qui riprodotta, dopo esservi connessi al sito.



Un ampio elenco di Web Cameras finlandesi si trovano nel sito WecCam Finland.

"È spaventoso. Ma non ci posso far niente. A volte mi chiedo se vorrei che il mio nome facesse parte di una rete senza fine di informazioni. La risposta è no, però accetto la situazione. L'unica scelta possibile è essere passivi. Non contribuisco ai siti Web dedicati al mio lavoro, non li consulto, non li visito. Sa che cosa guardo sullo schermo del computer? Guardo un videocamera, che funziona 24 ore su 24, puntata su una strada di un paesino della Finlandia, filmandola momento per momento".

Il suo romanzo, come ha scritto Newsweek, è una sinfonia di suoni. Che cosa l'affascina di più nel linguaggio?

"Il linguaggio ha una bellezza potenziale incomparabile. Quando lessi per la prima volta l'"Ulisse" di Joyce, avevo poco più di vent'anni. Ciò che mi colpì fu il linguaggio, non l'odissea di Leopold Bloom per le vie di Dublino. Fu quel libro a darmi la misura della bellezza che uno scrittore può cavare dalle parole. Parole della vita quotidiana, ma anche di ogni genere di linguaggio. C'è un'infinità di ispirazione da scoprire, dovunque, per esempio nei libri tecnico-scientifici, persino in televisioni via cavo poco conosciute, bizzarre e un po' pazze. Per me la cosa interessante per quanto riguarda la televisione non è ciò che mostra, l'immagine, è il suono. Questo è il materiale che uno scrittore deve usare, l'unico suo attrezzo. Bisogna spremere ogni goccia di significato, di bellezza, di drammaticità. E questa goccia la puoi cogliere anche in una conversazione udita per caso, in un negozio, per strada".

"Underworld". Finalmente, un suo libro accolto entusiasticamente, all'unanimità. In passato non è stato così. Di fronte alle stroncature, ha mai avuto il sospetto che certi giudizi fossero il frutto di una cospirazione, come accade nei suoi romanzi dove forze inconoscibili manipolano il nostro destino?

"No, mai. Penso che il senso della cospirazione in alcuni dei miei libri derivi dalla cultura che mi circonda. Non è qualcosa di cui mi sento vittima e non è neppure qualcosa da cui traggo un piacere perverso, come tanti individui afflitti da paranoia".

Che cosa prevale dentro di lei: paura o gioia di vivere?

"La paura di vivere. Ma c'è un certo equilibrio. Deve esserci".

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