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Professor
Mancini, chi è per lei Giordano Bruno?
Centralità della vita e la correlazione universale, il relazionismo. Il
rinascimento è una mia vecchia passione: in particolare mi sono occupato
di Montaigne, su cui ho scritto un libro, e adesso di Giordano Bruno,
su cui sto terminando un libro proprio in questi giorni. Sono figure diverse
e anche molto simili: avevano a Parigi gli stessi interlocutori politici;
Montaigne muore nel 1592 e nello stesso anno Bruno viene arrestato, e
quindi muore al mondo (morirà fisicamente 8 anni dopo, nel 1600, al termine
del processo). Tutti e due hanno poi capito che le tesi di Copernico non
sono solo un'ipotesi matematica per spiegare certe cose, ma portano a
una nuova concezione. Una concezione che non consiste solo nel sostituire
un centro a un altro, il Sole alla Terra, ma implica il passaggio da un
pensiero con un centro a un pensiero senza centro. Questa è la prospettiva
aperta da Montaigne e da Bruno.
E' un pensiero che un secolo dopo Pascal accoglierà, ma con sgomento,
e che invece inebria quel cantore dell'immenso che è Giordano Bruno.
C'è
una parola che ricorre fra chi studia Giordano Bruno: enigmaticità.
Chi ha letto
l'Opera al nero della Yourcenar, di cui è protagonista, può capire
la caoticità di quest'epoca, che si coagula nella caoticità di persone
che si affastellano tumultuosamente tra prospettive antiche e moderne,
un'epoca in cui il nuovo e il vecchio cozzano uno con l'altro. Nella persona
di Giordano Bruno questo urto è particolarmente veemente, me egli ingegna
di tradurlo in filosofia, nel pensiero della coincidentia oppositorum,
che è poi il suo registro.
Io credo che Bruno consapevolmente porti avanti due strategie complementari
e opposte: una che punta all'identità, il pensiero dell'uno, e una a quello
delle differenze. Pensare i differenti e pensare l'unità con due filosofie
che poi comunicano: questa è sostanzialmente la chiave della sua enigmaticità.
Poi c'è l'enigmaticità di un individuo che anticipa per molti aspetti
il pensiero contemporaneo e per altri aspetti è invece completamente immerso
in un mondo ancora classico: è un mago, è un astrologo. Anche questa è
una coincidentia oppositorum: Bruno è insieme molto arcaico e molto
moderno.
"Il
tempo tutto toglie e tutto dà; ogni cosa si muta, nulla s'annichila;
è un solo che non può mutarsi, uno solo è eterno, e può perseverare
eternamente uno, simile e medesmo"
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Alternando
in questa serie di interviste scienziati e filosofi, ci sono alcuni temi
che necessariamente passano dagli uni agli altri. Per esempio il tema
del tempo…
Bisogna premettere che Bruno parla sempre da filosofo, perché l'idea che
abbiamo noi di scienza nasce pochissimo dopo, con Galileo, con Cartesio.
Si ricordi che Bruno concorre a quella cattedra di matematica a Padova
che gli viene negata per essere poi coperta pochi anni dopo da Galileo.
La rivoluzione scientifica sta arrivando, ma Bruno, come Campanella, è
al di qua: non lo si può inserire nella prospettiva del pensiero scientifico
moderno. Ciò premesso, Bruno porta il pensiero dell'onnicentrismo, cioè
di un universo infinito dove ogni punto è insieme centro e circonferenza
di una sfera infinita, e quindi dove non esiste centro e non esiste periferia.
Questo relativizza tutte le dimensioni: significa che l'universo è privo
di tempo perché ha una durata perenne, ma all'interno dell'universo ogni
corpo - e tutti gli astri, che per Bruno sono dei grandi corpi, dei grandi
animali - ha un proprio tempo, ma un tempo relativo al singolo corpo che
è insieme centro e periferia, cioè insieme assoluto, eterno e al tempo
stesso relativo.
Bruno è il pensatore per il quale solo l'uno è, e nello stesso tempo è
il pensatore della metamorfosi universale delle forme, per cui tutto si
trasforma in tutto in un perenne fluire. Il motto di Bruno era In
tristitia ilaris, in ilaritate tristis, allegro nelle cose
tristi e triste nelle cose allegre: fu un pensatore che amava rovesciare
le antitesi una nell'altra, proprio perché aveva capito questo pensiero
dell'infinito.
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