Intervista

 
Abbiamo detto che il nome Melgùn è nato per caso una sera che suonavate all’aperto, ma come è nato il vostro gruppo?

LC: Anni fa facevo uno spettacolo parecchio ridicolo, con due musicisti (il gruppo Tealtro teatro e altro), di carattere autobiografico, e a ogni replica per l’ ultima scena (era una indigest/azione: azione indigesta) invitavamo sempre un altro musicista, quella sera comparve il Bosetti, me ne innamorai.
Tempo dopo mi chiese di provare a leggere dei testi che aveva scritto lui interpretandoli a modo mio, poi ne parlammo e quindi provammo a proporli in duo nelle situazioni più disparate, dai boschi alle gallerie d’arte, con i pubblici più diversi. Provammo poi sotto la direzione di Bosetti prima in quattro poi in otto.

Omotopo di tipolito, panzo sfraccatavoli... da dove nascono i vostri personaggi?

AB: Per me omotopo, panzo, de legn e gli altri hanno tutti la stessa identità. Non bisogna farsi trarre in inganno dai discorsi in terza persona. E’ come se tutti i personaggi appartenessero a uno stesso io che di volta in volta si mette maschere differenti, capita pure che ne metta più di una creando l’illusione di un dialogo, ma è solo un'illusione.
I reali interlocutori sono da un lato le proprie trasformazioni o la natura che le provoca (un’interlocutrice muta?), dall’altro la musica, che è muta soltanto dal punto di vista "narrativo".
Omotopo, panzo, insomma lui, si deforma parecchio e anche la lingua che usa si deforma e tutto questo diventa interessante dal punto di vist(ascolto) del musicista.
Si tratta di una fiaba crudele, che non si risolve, il cui accento cade sulla metamorfosi, come a dire che l'unico modo di formarsi è trasformarsi, senza tendere a nessun risultato, prendere atto che si cambia, ci si trasforma e ci si deforma.
Prendi tutti gli elementi della fiaba e mescolali in ordine casuale, dopo tutto non dovrebbe esserci problema a invertire l'ordine dei brani, dei quadri, di Melgùn; certe scalette funzionano più di altre ma non è chiaro che cosa accada prima di cosa.

Mi pare che anche il vostro gruppo abbia un po’ questa caratteristica di trasformarsi, scomporsi e ricomporsi. Ognuno di voi lavora anche da solo o con altri, come attore o musicista, ma qual è il progetto che vi unisce?

AB: Nella musica di Melgùn ci sono spesso sovrapposizioni di strati; musiche diverse si ascoltano contemporaneamente, due o più gruppi suonano a volte uno contro l’altro, i musicisti che improvvisano fanno una specie di "salto ad ostacoli" con il materiale scritto suonato da altri musicisti. L’identità del gruppo non è affatto monolitica, è invece brulicante, molteplice, composita ed è inoltre composita la lingua usata nei testi.
Parlando dei musicisti di Melgùn si vede come nella storia di ognuno ci siano esperienze con altri linguaggi artistici, anche molto approfondite, penso al gruppo Tealtro (Cassinotti, Monico, Locatelli) che forse molti ricordano per uno spettacolo "cult" sulle banane, al Mjoon Project di Adele Madau, al "Grande Quarto D’Ora" di Giancarlo Locatelli, alle esperienze in teatro di Filippo Monico ...sono tutte esperienze senza le quali Melgùn non ci sarebbe.

LC: Tra i musicisti è facile che nascano collaborazioni legate anche a una sola serata, in teatro no, la cosa è stimolante e mi sono fatto coinvolgere. Con Alessandro credo di condividere una curiosità ludica, la possibilità di mettersi in gioco.

Quanto conta l’improvvisazione?

AB: L’improvvisazione regge parecchie cose e io vorrei che fosse sempre più presente, il che dipende molto dai materiali che si usano: con panzo sfraccatavoli si può fare un po’, con corrado costa si può forse fare di più, con altri materiali ancora di più... senza materiali? proviamo.

Qual è il vostro rapporto con la tecnologia multimediale e il tipo di interattività che può consentire?

AB: Esiste all’interno di un progetto come Melgùn una naturale predisposizione all’interattività, intesa come il poter mutare strada in tempo reale rispondendo a stimoli di vario genere; è una dinamica propria dell’improvvisazione. Sarebbe curioso sviluppare questo aspetto facendo uso di tecnologie informatiche ma, come si dice, il rischio è quello di mettere troppa carne al fuoco.



E il rapporto con l’ambiente? Ho quasi l’impressione che i vostri spettacoli rendano di più in uno spazio aperto, perché danno l’idea di non poter essere rinchiusi dalle pareti di una stanza...

AB: Fare spettacoli all’aperto è bellissimo, ma anche al chiuso; certe volte è bruttissimo, altre è freddissimo. Il suono, all’aperto è fantastico, impietoso. D’estate studio parecchio in un campo vicino a casa mia che è anche abbastaza vicino all’autostrada, ci vado anche nelle ore più calde, sono freddoloso ma il solleone mi fa un baffo (così un giorno dovrete venirmi a prendere per un’insolazione).

LC: I luoghi all’aperto a volte sono un’arma a doppio taglio. Il panorama o gli edifici spesso ti riconducono in modo obbligato al presente, al giorno, alla notte o al caldo e al freddo.
In un luogo chiuso, protetto, c’è la possibilità di usare l’immaginazione e vagare per monti, mari cieli eccetera eccè facendosi stimolare dalle parole del testo o dalle sonorità dell’amalgama.
Di contro all’aperto c’è la possibilità di trovarsi in un posto con un buon profumo e che se dici LUNA può darsi che qualcuno del pubblico la stia guardando.


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