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Jean
Claude Carrière
Cinema 900 Intervista a cura di Philippe Nourrys |
È ovvio: per la prima volta nella storia un secolo morente è riuscito a mantenere in vita le immagini e – in seguito – i suoni del proprio tempo! Una rivoluzione fantastica! Te lo immagini cosa sarebbe stata la nostra conoscenza del passato se il cinematografo fosse stato inventato due o tre secoli prima? La rivoluzione ha mantenuto tutte le sue promesse? Lo shock è stato tale che negli anni Venti il cinema smise di essere una pura forma d’intrattenimento, con Abel Gance in Francia, Fritz Lang in Germania e Ejzenstejn in Russia. I surrealisti dicevano che questa nuova forma d’arte avrebbe rimpiazzato tutte le altre, a partire dal teatro. Il fatto è che il cinema non ha ucciso il teatro più di quanto i dischi abbiano ucciso i concerti o le edizioni d’arte abbiano trasformato le gallerie in deserti. I film – anche se li proietti in Omnimax – soffrono delle limitazioni di qualsiasi riproduzione meccanica, svuotata di una presenza reale. Ma anche se non è diventata la "forma d’arte totale", il cinema – almeno in Europa – è rimasta una delle forme d’arte più interessanti. Perché in Europa? Il mio non
è un attacco al cinema americano. Produce lavori di grande valore, ma
il concetto non è lo stesso. Siamo noi che consideriamo capolavori i film
di Hollywood, e non gli americani! In America il film è un prodotto commerciale,
punto e basta. Il vero autore è il produttore, non lo sceneggiatore o
il regista. Quindi ci sono due approcci al cinema, oggi? Uno francese e uno americano? Sì, due "modelli".
Uno, quello americano, è strettamente commerciale ed è quello che consente
a Hollywood di realizzare così tanti remake. È pura logica commerciale,
fai a pezzi il giocattolo e lo rimetti insieme, anche se si rischia di
rifare sempre la stessa cosa. Il modello europeo, quello francese, riguarda
un cinema più vicino ai suoi autori, il che spiega perché Orson Welles
finì per realizzare i suoi film in Spagna o in Francia.
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