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Nelson George |
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Le
dimostrazioni nelle strade per il cambiamento sociale erano finite. Ora
gli afroamericani si potevano sedere nei primi posti degli autobus o nelle
platee dei cinema. Ora si poteva votare ovunque, negli Stati Uniti. Ora
i politici neri puntavano a controllare i consigli comunali di città grandi
e piccole.Ora neri ambiziosi laureati nei college dei bianchi iniziavano a scivolare nellabbraccio scomodo e danaroso della libera impresa americana. Il sogno di Martin Luther King dei diritti civili come strada per aprire nuove opportunità stava funzionando, almeno per qualcuno. Gli anni Settanta avrebbero generato la prima classe di figli di affirmative action laureati. Non si chiamavano ancora buppies (black urban professionals) non cerano ancora nemmeno gli yuppies ma questi pionieri aprirono la strada a chi sarebbe arrivato in seguito varcando le porte sfondate dai dimostranti rabbiosi del Sud e dai nazionalisti radical nel Nord. Non erano più intelligenti né migliori dei loro genitori, erano soltanto meglio istruiti secondo i protocolli standard della cultura bianca, fieri del proprio potere e pronti per frustrazioni più sfumate di quanto mai fosse accaduto a dei neri americani. A partire dagli anni Settanta i nuovi professionisti neri ebbero unopportunità di inseguire le proprie ambizioni con una libertà sconosciuta in precedenza agli afroamericani. Ma si trovarono di fronte a un nuovo conflitto tra la lealtà ai propri datori di lavoro di solito bianchi e la necessità di esprimere istanze a favore dei neri che avrebbero potuto mettere in pericolo il loro posto di lavoro. Il fatto che ti abbiano fatto entrare non vuol dire sempre dire che tu sia il benvenuto. Non è un caso che il numero del luglio 1974 della rivista Black Enterprise fosse dedicato allipertensione e facesse notare che sei dei ventitré milioni di vittime americanedi questa malattia fossero di colore: si trattava del maggior rischio per la salute degli afroamericani. Questa nuova middle class nera figlia delle nuove leggi sullequità razziale, di affirmative action e del duro lavoro viveva come la maggior parte della middle class americana degli anni Settanta. Si trasferivano nelle periferie residenziali, spesso in cittadelle a maggioranza nera come Teaneck (New Jersey), Baldwin Hills (California) e Silver Springs (Maryland). Sguazzavano nella cocaina, alla caccia degli up e dello status sociale che il suo uso prometteva. La Cadillac, simbolo tradizionale di benessere tra gli afroamericani, lasciò lentamente il passo alle macchine di lusso europee. Le aziende guardavano finalmente alla comunità nera senza considerarla soltanto un serbatoio di manovalanza. Insieme alla crescita dei professionisti di colore venne un riconoscimento da parte dei consigli damministrazione americani: si potevano fare soldi anche servendo le masse nere. Così i Settanta videro la proliferazione dei "mercati speciali" (dei neri quindi), le aziende aspiravano a conquistare il consumatore di colore, fino ad allora completamente ignorato. ( ) Come la General Motors e la General Foods, anche la CBS Records nel 1971 aprì il settore mercati speciali (seguita dalla Warner Bros, dalla Polydor, dalla RCA, dalla ABC-Dunhill e da altre importanti case discografiche). Alcune aziende avevano persino il coraggio di battezzare il nuovo settore "Divisione Rhythm and Blues" o, più sfacciatamente, "Divisione Musica Nera". In sostanza si trattava di assumere impiegati afroamericani per vendere musica pop nera allinterno della comunità e al contempo di scegliere musicisti con potenzialità interrazziali. In termini di possibilità di lavoro, di salari e di anticipi pagati ai musicisti si trattò di un grande passo in avanti, anche se naturalmente la transizione non fu sempre priva di difficoltà. Molte stelle del soul, quelle più attempate e affermate, non riuscirono ad adattarsi alle richieste dei dipartimenti R&B, sempre più interessate al mercato pop. Molti artisti che avevano prosperato nel vecchio sistema (gente come Tyrone Davis, Bobby Womack e Candi Staton) non sopravvissero al cambiamento.
( ) Nel 1976, dopo duecento anni di storia americana, il paese si concesse una grande festa. Anche la nevrotica New York - allora nelle spire di una tremenda crisi economica - si gonfiò di bei discorsi patriottici inmerlettati di democrazia. Il grande porto fu invaso da navi depoca che cantavano lepica di unAmerica calda e accogliente che esisteva solo e unicamente in una storia dimentica del genocidio degli indiani dAmerica, dei linciaggi dei neri e dellipocrisia che si diffonde con le parole "Tutti gli uomini sono stati creati uguali". Il lato oscuro dellAmerica è composto da tutti quelli che non rientrano nella storia ufficiale lavoratori obsoleti, giovani senza istruzione che entrano in contatto con il governo americano solo quando ci si inventa qualche nuova politica di rara bassezza umana, mentre questi giovani continuano a vivere in case sporche e cadenti, sommerse di graffiti. La rivoluzione suburbana, la nascita del quartiere residenziale spalleggiata dal governo e celebrata dalle industrie più importanti (quella automobilistica, energetica, immobiliare e dei materiali plastici) insieme agli scontri razziali tra neri e ispanici, hanno trasformato larghe porzioni delle nostre città in zone morte, un cupo memento che infanga limmagine dellAmerica come terra promessa diffusa durante le celebrazioni del bicentenario.
A metà degli anni Settanta, il Bronx era il simbolo insuperabile delle nostre spaventose politiche urbanistiche. Nonostante il restauro dello stadio degli Yankee e di una squadra che era tornata a vincere, i media erano infestati dalle immagini di edifici rasi al suolo dalle fiamme che lasciavano interi isolati deserti nel Bronx. Al The Tonight Show Johnny Carson e uno stuolo di comici a caccia di una battuta da quattro soldi giocavano con il nome del quartiere per suscitare le risatine patetiche dei new yorkesi. Il quartiere aveva problemi di droga, di gang, e, come molti altri quartieri in fin di vita, non aveva alcun struttura industriale che potesse guidarne la rinascita. In una lunga serie di film exploitation Hollywood sfruttò limmagine del South Bronx come nuovo inferno urbano: I Guerrieri della Notte usavano il Bronx come un teatro in cui mettere in scena la loro stilizzata versione della lotta tra gang; in Bronx, 41° Distretto di Polizia Paul Newman dava nuova vita alla sua carriera ormai in ribasso, semplicemente recitando il ruolo di un poliziotto dal cuore doro che si struggeva nel selvaggio South Bronx. Qualche anno dopo nel suo bestseller Il falò delle vanità Tom Wolfe avrebbe tracciato la caricatura della più grande fobia new yorkese: perdersi nel Bronx. Ciononostante
nel 1976 il vero Bronx non era affatto una terra di nessuno. Dietro le
facciate cadenti, il quartiere era un calderone della creatività più vibrante,
spontanea e visionaria, nata dalle commistioni razziali e dal relativo
isolamento. Fu allinterno dei confini del Bronx che nacque quella
forma espressiva che associamo al nome di hip hop, con i graffiti, la
break dance, il rap e lo scratch. È nel Bronx che questi fenomeni affondano
le loro radici. |
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