Quando le cose iniziano a pensare
di Fabio Paracchini

 

La scena è la solita. Rientrate dopo una serata fuori. La sala è buia. Una lucina verdognola e intermittente accanto al televisore vi suggerisce: 00:00, 00:00, 00:00…

Perché? Perché il vostro videoregistratore non sa di essere un videoregistratore, non sa che il suo lavoro consiste (tra le altre cose) nel dirvi l’ora e non nel chiedervela, non sa nemmeno che è andata via la corrente e non sa che poi è tornata, non sa che in Internet ci sono degli orologi atomici che potrebbero comunicargli l’ora esatta, non sa dove vi trovate voi e non sa se lo state guardando o no. Insomma non è una TTT, una Thing That Thinks, una cosa che pensa. Ma cos’è una cosa che pensa? E perché le cose dovrebbero pensare? E ancora: siamo davvero sicuri di volere che lo facciano?

Uomini e cose
Copia di wearfolk-sam-big.jpg (13388 byte)"La tecnologia dell’informazione si trova in un curioso stadio evolutivo, nel quale è molto efficace nel comunicare le proprie necessità e quelle di altre persone, ma non è ancora in grado di anticipare le vostre. Da dove ci troviamo abbiamo due possibilità: staccare la spina e tornare a una società agricola – un’opzione intrigante ma poco realistica – o portare la tecnologia talmente vicina alla gente da farla scomparire. Invece di tentare di realizzare computer ubiqui, dovremmo cercare di renderli meno invasivi. […] Convivendo sempre più con le macchine, siamo destinati a essere frustrati dalle nostre stesse creature se queste mancheranno delle capacità fondamentali che noi diamo per scontate: avere un’identità, sapere qualcosa dell’ambiente circostante ed essere in grado di comunicare. Inoltre, queste macchine dovrebbero essere riprogettate a partire dall’assunto che il loro lavoro stia nel fare ciò che noi vogliamo, e non il contrario." (Neil Gershenfeld)

Wear Ware Where?
Copia di SmartDesk.gif (10076 byte)Insomma: dove indossare la tecnologia? Stiamo passando (siamo già passati?) a una sorta di Fase Due nel rapporto tra l'uomo e le tecnologie dell'informazione, una fase in cui non ci si chiede più se la tecnologia deve restare seduta alle nostre scrivanie oppure seguirci ovunque andiamo, ma ci si domanda piuttosto come e dove portare con noi i computer. Non ha più molto senso, per fare un esempio, chiedersi se il denaro può essere rappresentato elettronicamente in un chip incapsulato in una carta di credito, ma è necessario invece domandarsi come lo si può fare meglio e soprattutto in modo più intelligente. L’urgenza però non è tanto (o non solo) tecnologica o realizzativa, quanto definitoria. In altre parole: quali regole e quali diritti dovranno caratterizzare la vita delle persone (e – non dimentichiamolo – delle cose) in uno scenario TTT? Se le cose penseranno, cosa e come dovranno pensare?

Neil Gershenfeld, le TTT e il nostro VCR
Copia di copertina.gif (18018 byte)Neil Gershenfeld porta la barba, suona il fagotto, dirige il Physics and Media Group del MediaLab (MIT) e coordina il consorzio di ricerca industriale Things That Think, creato – con la collaborazione di alcune aziende sponsor tra cui HP, Motorola, Microsoft, Fedex, Nike e Disney – allo scopo di indagare i problemi d’interfaccia tra il contenuto dell’informazione e le sue rappresentazioni fisiche, con applicazioni che vanno dalla costruzione di computer quantici alla creazione di strumenti musicali next generation. Il suo lavoro, in altre parole, è quello di capire quali possono essere (e come possono funzionare) le incarnazioni dell’informazione. A settembre Garzanti pubblicherà l’edizione italiana del suo Quando le cose iniziano a pensare, il testo in cui si fa il punto sulle ricerche di Gershenfeld e del suo gruppo di lavoro. In questi ultimi anni il consorzio TTT ha cercato con infaticabile determinazione una risposta alla domanda che ci ponevamo poco fa: wear ware where? Ovvero (ancora una volta): come trasferire l’Information Technology dalle scrivanie agli oggetti, visto che già in passato la si è trasferita dai mainframe ai personal computer? E così in Quando le cose iniziano a pensare ci troviamo immersi in un mondo di inchiostro elettronico, radiocarta, violoncelli virtuali, computer indossabili e microincapsulabili, scrivanie pensanti, vestiti che comunicano e reti formate da corpi, fabbricatori personali e stampanti 3D, lego intelligenti e smart cards, cose che iniziano a pensare e cose che non pensano ancora abbastanza. Un mondo che rende necessarie nuove regole, un mondo per il quale Gershenfeld propone due carte dei diritti, una per gli uomini e una per le cose. Gli uomini potranno avere le informazioni a disposizione quando le vogliono, dove le vogliono e nella forma in cui le vogliono; essere protetti dall’invio e dalla ricezione di informazioni che non vogliono; usare la tecnologia senza doversi sottomettere alle sue necessità. Ma anche le cose dovranno assumere dei diritti: avere un’identità; accedere ad altri oggetti; riconoscere la natura del proprio ambiente. Il segnale di un grande passo in quella direzione non si avrà - dice Gershenfeld - quando una macchina passerà il test di Turing, ma quando questo test non ci sembrerà più granché interessante. E a quel punto forse il vostro videoregistratore avrà già smesso di assillarvi con il suo 00:00, 00:00, 00:00…

Il libro
Neil Gershenfeld, Quando le cose iniziano a pensare, Garzanti, uscita settembre 1999.
Il primo capitolo del libro (in inglese)