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Quando
le cose iniziano a pensare
di
Fabio Paracchini
La scena
è la solita. Rientrate dopo una serata fuori. La sala è buia. Una lucina
verdognola e intermittente accanto al televisore vi suggerisce: 00:00,
00:00, 00:00
Perché?
Perché il vostro videoregistratore non sa di essere un videoregistratore,
non sa che il suo lavoro consiste (tra le altre cose) nel dirvi lora
e non nel chiedervela, non sa nemmeno che è andata via la corrente e
non sa che poi è tornata, non sa che in Internet ci sono degli orologi
atomici che potrebbero comunicargli lora esatta, non sa dove vi
trovate voi e non sa se lo state guardando o no. Insomma non è una TTT,
una Thing That Thinks, una cosa che pensa. Ma
cosè una cosa che pensa? E perché le cose dovrebbero pensare?
E ancora: siamo davvero sicuri di volere che lo facciano?
Uomini
e cose
"La tecnologia dellinformazione si trova
in un curioso stadio evolutivo, nel quale è molto efficace nel comunicare
le proprie necessità e quelle di altre persone, ma non è ancora in grado
di anticipare le vostre. Da dove ci troviamo abbiamo due possibilità:
staccare la spina e tornare a una società agricola unopzione
intrigante ma poco realistica o portare la tecnologia talmente
vicina alla gente da farla scomparire. Invece di tentare di realizzare
computer ubiqui, dovremmo cercare di renderli meno invasivi. [
]
Convivendo sempre più con le macchine, siamo destinati a essere frustrati
dalle nostre stesse creature se queste mancheranno delle capacità fondamentali
che noi diamo per scontate: avere unidentità, sapere qualcosa
dellambiente circostante ed essere in grado di comunicare. Inoltre,
queste macchine dovrebbero essere riprogettate a partire dallassunto
che il loro lavoro stia nel fare ciò che noi vogliamo, e non il contrario."
(Neil Gershenfeld)
Wear
Ware Where?
Insomma: dove indossare la tecnologia? Stiamo passando (siamo già
passati?) a una sorta di Fase Due nel rapporto tra l'uomo e le tecnologie
dell'informazione, una fase in cui non ci si chiede più se la
tecnologia deve restare seduta alle nostre scrivanie oppure seguirci
ovunque andiamo, ma ci si domanda piuttosto come e dove
portare con noi i computer. Non ha più molto senso, per fare un esempio,
chiedersi se il denaro può essere rappresentato elettronicamente
in un chip incapsulato in una carta di credito, ma è necessario invece
domandarsi come lo si può fare meglio e soprattutto in modo più intelligente.
Lurgenza però non è tanto (o non solo) tecnologica o realizzativa,
quanto definitoria. In altre parole: quali regole e quali diritti dovranno
caratterizzare la vita delle persone (e non dimentichiamolo
delle cose) in uno scenario TTT? Se le cose penseranno, cosa e come
dovranno pensare?
Neil
Gershenfeld, le TTT e il nostro VCR
Neil Gershenfeld
porta la barba, suona il fagotto, dirige il Physics and Media Group
del MediaLab (MIT) e coordina
il consorzio di ricerca industriale Things That Think, creato
con la collaborazione di alcune aziende sponsor tra cui HP, Motorola,
Microsoft, Fedex, Nike e Disney allo scopo di indagare i problemi
dinterfaccia tra il contenuto dellinformazione e le sue
rappresentazioni fisiche, con applicazioni che vanno dalla costruzione
di computer quantici alla creazione di strumenti musicali next generation.
Il suo lavoro, in altre parole, è quello di capire quali possono essere
(e come possono funzionare) le incarnazioni dellinformazione.
A settembre Garzanti pubblicherà ledizione italiana del suo Quando
le cose iniziano a pensare, il testo in cui si fa il punto sulle
ricerche di Gershenfeld e del suo gruppo di lavoro. In questi ultimi
anni il consorzio TTT
ha cercato con infaticabile determinazione una risposta alla domanda
che ci ponevamo poco fa: wear ware where? Ovvero (ancora una
volta): come trasferire lInformation Technology dalle scrivanie
agli oggetti, visto che già in passato la si è trasferita dai mainframe
ai personal computer? E così in Quando le cose iniziano a pensare
ci troviamo immersi in un mondo di inchiostro
elettronico, radiocarta,
violoncelli
virtuali, computer indossabili
e microincapsulabili, scrivanie
pensanti, vestiti che comunicano e reti formate da corpi, fabbricatori
personali e stampanti 3D, lego intelligenti e smart cards, cose che
iniziano a pensare e cose che non pensano ancora abbastanza. Un mondo
che rende necessarie nuove regole, un mondo per il quale Gershenfeld
propone due carte dei diritti, una per gli uomini e una per le cose.
Gli uomini potranno avere le informazioni a disposizione quando le vogliono,
dove le vogliono e nella forma in cui le vogliono; essere protetti dallinvio
e dalla ricezione di informazioni che non vogliono; usare la tecnologia
senza doversi sottomettere alle sue necessità. Ma anche le cose dovranno
assumere dei diritti: avere unidentità; accedere ad altri oggetti;
riconoscere la natura del proprio ambiente. Il segnale di un grande
passo in quella direzione non si avrà - dice Gershenfeld - quando una
macchina passerà il test
di Turing, ma quando questo test non ci sembrerà più granché interessante.
E a quel punto forse il vostro videoregistratore avrà già smesso di
assillarvi con il suo 00:00, 00:00, 00:00
Il
libro
Neil Gershenfeld, Quando le cose iniziano a pensare, Garzanti,
uscita settembre 1999.
Il
primo capitolo del libro (in inglese)
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