L’enciclopedia dimenticata
di Fabio Paracchini

 

 

In questi ultimissimi mesi stiamo assistendo al decollo commerciale di Internet in Italia. Non è difficile accorgersene. Gli spot televisivi offrono una connessione gratuita ogni tre fustini di detersivo, il vostro fruttivendolo vi parla sempre più spesso di secure server e ISDN, il cassiere del GS non vede l’ora di staccare per correre a leggere la nuova formazione sul sito dell’Inter. E sui giornali – passata di moda la caccia all'infopedofilo, affogato nello zabaione del cronachismo più bieco il pur in qualche modo serio filone delle dipendenze psicologiche scatenate dalle nuove tecnologie della comunicazione – tornano a rimbalzare da una pagina all’altra parole in libertà (e già spesso gloriosamente indifferenti alla data di scadenza riportata sul tappo): multimedialità, interattività e la loro immancabile sorellastra, la globalizzazione (nei casi più à la page ribaltata nel ringhio "glocalizzazione"). Insomma qualsiasi cosa sia presente su Internet deve essere multimediale o non essere affatto, deve sprizzare interattività o disporsi a essere travolta dal (poco) gioioso avanzare delle più progressive sorti del secolo.

Poi però ti succede questo: vai in un bel museo milanese a tenere una conferenza su cultura ed editoria online e tra i pochi presenti uno solo avanza alla fine del tuo intervento una domanda: "Io sono un elettrotecnico disoccupato e vorrei trovare lavoro. Come faccio a trovarlo su Internet?" Niente multimedialità, niente interattività, la globalizzazione andatela a raccontare a un altro. Il nostro amico ha bisogno di informazioni.

Sì, perché la Rete, sarebbe utile non dimenticarlo, è nata per quello. Per fornire informazioni. I modi poi stanno a chi le fornisce e a chi le utilizza. Ma prima di tutto devono esserci le informazioni. E oggi si tende a sottolineare sempre meno questo aspetto della rete, forse perché l’informazione che ci serve è spesso sepolta sotto cumuli di quello che viene definito "smog informativo", notizie irrilevanti (ovvero: il signor John Wilkins del Colorado ama molto i cani da combattimento, la birra e gli Eagles, e ce lo fa sapere – vedere e ascoltare – nella sua brava homepage); layout ingombranti (immaginate se, per rendere più accattivante l’elenco telefonico, la società che lo produce lo stampasse tutto su cartoncino: sarebbe più piacevole a vedersi e toccarsi, ma occuperebbe una stanza intera) e multimedialità varie.

Le comunità virtuali, le chat sono in questo momento – insieme naturalmente alle più diverse vetrine commerciali – la quasi esclusiva pick up line della rete, che si autopromuove suggerendo al potenziale utente "devi essere su Internet perché Internet è il posto in cui bisogna essere".

Non che tutto questo sia falso: le chat sono molto divertenti, i sistemi di comunicazione online in tempo reale hanno cambiato molto le relazioni personali di chi li utilizza, la multimedialità sortisce spesso effetti estetici piacevoli e – quando ben utilizzata – aumenta il valore informativo della comunicazione, l’interattività è ancora in una fase primitiva e balbettante, ma promette nuove affascinanti possibilità per un futuro assai prossimo. Tutto questo è vero, si diceva. Ma è anche vero che uno degli aspetti più rivoluzionari di Internet, quello che ha attratto le prime generazioni di navigatori, quello che ha segnato i tempi gloriosi in cui si sono costruiti colossi della nuova editoria online come l’Internet Movie Database, viene rigorosamente trascurato, lasciato in un cantuccio come se la nuova faccia delle Rete, tutta glitter e abiti fintoprada, si vergognasse di questa sorella maggiore un po’ secchiona. Stiamo parlando naturalmente della Rete come enciclopedia, della Rete come infinito hard disk di informazioni e di sapere. Insomma: tutta l'informazione del mondo sul mio computer a costo zero, questa è stata la prima e la più eclatante rivoluzione del world wide web. E si tratta di un aspetto di Internet che ancora oggi vive e prospera tra le maglie dell'eCommerce e dei siti flashati e shockwavizzati. Lo si ritrova in pagine dalla grafica ruvida, spesso puro testo nero su sfondo bianco, appena qualche tasto qua e là, e tra gli esempi più interessanti e utili di questa persistenza del primato informativo ci sono i glossari online.

Facciamo un esempio: state facendo una ricerca sulla filogenetica e nel materiale che utilizzate (probabilmente molto di questo sarà in inglese) ci sono molti termini che non riuscite a comprendere e dei quali non conoscete il corrispettivo italiano. Avete due possibilità: andare in una biblioteca a consultare un dizionario specializzato o visitare in rete il Glossario di termini di storia naturale (oltre alla filogenetica troverete informazioni e terminologie relative alla biochimica, alla biologia cellulare, all'ecologia, alla zoologia, alla botanica e a molto altro ancora). Se il vostro problema è la finanza, se volete almeno provare a capire quello che vi sta dicendo il vostro broker, allora la soluzione potrebbe essere il Glossario di termini economici di CNN/finanza. Oppure si può scoprire tutto sulla terminologia iperspecializzata dell'esercito americano (Glossario della difesa - più di 20.000 acronimi e abbreviazioni). Se i vostri interessi sono invece rivolti a qualcosa di più pacifico, potrebbero tornarvi utili strumenti come il Glossario degli stili pittorici, il Glossario della fantascienza, il Dizionario di termini e nomi filosofici, il Glossario di termini e concetti islamici o il Dizionario ornitologico.

Se desiderate approfondire l'argomento, parte in URL una prima panoramica (destinata a espandersi nel tempo) dei glossari online, che vi dedichiamo come un inno in onore dell'enciclopedia dimenticata (tra gli argomenti trattati: scienze, tecnologia, economia, giurisprudenza, amministrazione pubblica, arte e spettacolo, letteratura, linguistica, filosofia e psicologia, religione, geografia e storia, sport e tempo libero, glossari regionali e slang).

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